I giovani sono sempre più poveri

di Maurizio Bovi.

foto: Alessandro Caporale Lanciano

E’ noto, o dovrebbe esserlo, che il debito pubblico è una tassa sulle future generazioni. La logica del debito è ovvia: si spende oggi, si paga domani. Il “domani” può essere più o meno remoto nel futuro a seconda di certe condizioni e il debito potrebbe rimanere placidamente lì anche per un numero elevato di decenni. In effetti, le crisi debitorie dell’Argentina e della Corea del Sud si consumarono per percentuali sul PIL molto inferiori a quelle di cui si parla oggi in Europa (rispettivamente, al 70% e al 35% circa). Sia come sia, dato che il debito accumulato dagli italiani fino a ieri è arrivato “all’incasso” – e dunque quel domani di cui si diceva sopra è proprio oggi – vale la pena di soffermarsi su alcuni dei modi indiretti attraverso cui i giovani di oggi vengono “tassati” per pagare i debiti contratti dai giovani di ieri. Il fatto è che si può essere tassati in modi anche molto diversi da quanto uno solitamene immagina e, considerando anche queste tasse occulte, il punto cruciale di queste pagine è che ai giovani si sta oggi chiedendo veramente troppo, sia in assoluto che in confronto agli anziani. Alcuni dati dell’ISTAT consentono di configurare la situazione in tutta la sua devastante drammaticità.

Più di un quinto degli occupati dipendenti di età compresa tra i 15 e i 34 anni ha contratti a termine. Cioè, escludendo la Spagna, più che negli altri paesi europei. Anche redditi e carriere dei giovani lavoratori autonomi, pari nel 2010 a circa il 20% dei giovani occupati, mostrano una grande incertezza. Tra l’altro, in molti casi si tratta di rapporti sostanzialmente di dipendenza imposti al giovane solo perché low cost. Un giovane che è al suo debutto sul mercato del lavoro ha oggi ben il 55% di probabilità di vedersi offrire soltanto un lavoro precario. Se i contratti atipici sostengono l’occupazione, dunque, essi rendono il mercato del lavoro sempre più dualistico dove ai lavoratori tutelati, per lo più anziani, si affianca un’ampia platea di lavoratori precari, per lo più giovani.[1]

Se essere un giovane precario vuol dire avere dei problemi, ci sono giovani che stanno forse pagando di più. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) nel primo trimestre del 2011 è salito al 29,6%, dal 28,8% dello stesso periodo del 2010. Si tratta del dato più alto dal 2004. In termini relativi, la flessione dell’occupazione giovanile (-8,0 e -5,3 percento rispettivamente nel 2009 e nel 2010) è stata circa cinque volte più elevata di quella complessiva. Seguendo molti soggetti nel corso del tempo si è osservato che sono sempre di meno i giovani disoccupati o inattivi (vedi oltre) che riescono a trovare un’occupazione: il loro numero è calato sia nel corso del 2008 (-19%), che del 2009 (-6%). Altri dati confermano tale tendenza: fatto pari a 100 il numero di coloro che risultavano occupati nel primo trimestre 2010 e che non lo erano un anno prima, il 40% rientrava nella classe tra i 18 e i 29 anni. Nel primo trimestre 2007 la quota era pari al 44%. Tradotto: la quota dei giovani neo-occupati sul totale sta continuando a calare e, tra ottobre e dicembre 2010, ha toccato il minimo del 39,8 per cento. Va anche ricordato che gli economisti hanno dimostrato che quanto più si protrae la disoccupazione, tanto più complicato diventa uscirne per via del sempre più accentuato allontanamento tra quanto si può offrire e quanto richiesto dal datore di lavoro.

Se essere un giovane disoccupato vuol dire avere dei problemi, ci sono giovani che stanno forse pagando di più. Si parla qui dei cosiddetti inattivi scoraggiati, ossia di quanti non hanno cercato lavoro poiché ritenevano di non riuscire a trovarlo. Rispetto al totale delle non forze di lavoro (15-64 anni), la loro percentuale in Italia è, tanto per cambiare, doppia di quella che si verifica negli altri paesi dell’Unione Europea. In particolare, la quota degli italiani scoraggiati è più che doppia rispetto a quella della Spagna e sei volte superiore a quella della Francia. Ebbene, nel nostro paese la fascia dai 15 ai 29 anni contribuisce per oltre la metà all’incremento totale degli inattivi.

Se essere un giovane inattivo vuol dire avere dei problemi, ci sono giovani che stanno forse pagando di più. Ciò ci conduce ad uno degli ultimi anelli della catena “socio-alimentare”. In Europa, l’Italia brilla (si fa per dire) anche per quanto riguarda la quota di giovani di 18-24 anni che hanno abbandonato gli studi senza aver conseguito un diploma di scuola superiore: nel 2009 erano quasi il 20 per cento. Sempre in quell’anno, poco più di due milioni di giovani (il 21% della popolazione tra i 15 e i 29 anni) non lavorava e non frequentava nessun corso di studi. E’ ovvio che quanto prima ci si scoraggia quando si è ancora studenti, tanto più difficile risulta il successivo inserimento nel mercato del lavoro. Le statistiche sanno essere tanto chiare quanto impressionanti. Se il tasso di occupazione dei laureati è pari al 56,9%, quello delle persone con la licenza media scende al 43,8%. Se il tasso di disoccupazione dei laureati è pari all’8,4%, quello delle persone con la licenza media sale al 10,3%. Se il tasso di inattività dei laureati è pari al 37,8%, quello delle persone con la licenza media sale al 51,1 per cento.

Va bene, si dirà, si lavora in pochi però si guadagna di più. Magari! In termini reali, i salari di ingresso dei giovani sul mercato del lavoro sono fermi da oltre un decennio e sono al di sotto dei livelli degli anni Ottanta. D’altronde, sono proprio le difficoltà economiche a determinare le scelte dei giovani che ancora vivono con la famiglia di origine. E’ vero, l’età elevata in cui i figli lasciano la casa dei genitori è un fenomeno abbastanza tipico del nostro Paese: la quota dei 18-34enni celibi e nubili che vive in famiglia è cresciuta tra il 1983 (quando erano meno della metà del totale) e il 2000 (60,2 per cento), per poi restare abbastanza stabile. Si tratta, oggi, di sette milioni di giovani che si trovano a vivere in un ruolo di dipendenza di lunga durata. Tuttavia – e questo è il punto chiave che qui voglio sottolineare – i giovani, a differenza degli anni passati, adesso cominciano a manifestare segnali di insofferenza. La maggior parte di essi, infatti, considera la “scelta” di restare nella famiglia come obbligata per motivi di studio o per non aver un lavoro o per averlo perso. Se è difficile quantificare il contributo dato dai “mammoni per necessità” al consolidamento fiscale, esso però appare per loro sempre più insopportabile. Questa tipologia di giovani vede la “generazione 1000 euro” (che non è certo il massimo) come una chimera.

Un altro debito generato dalle scelte altrui e a cui i giovani di oggi sono chiamati (rectius obbligati) a contribuire, è quello pensionistico. Ovviamente, la situazione precedentemente descritta discende anche dalla presenza di questa ulteriore “emergenza strutturale” del nostro sistema economico, per cui qui mi limito a poche considerazioni ad hoc. Esse però rafforzano, come se ce ne fosse bisogno, l’idea che si sta pretendendo davvero troppo dai nostri giovani. Secondo un recente studio della Banca d’Italia,[2] ai giovani è stato imposto l’onere più gravoso anche per il riequilibrio del sistema pensionistico. Negli ultimi 20 anni, le pur necessarie modifiche introdotte al sistema pensionistico hanno pesato proprio su coloro che sono nati dopo il 1970. Un recentissimo studio del Censis sottolinea, poi, che il 42% dei lavoratori dipendenti 25-34enni di oggi andrà in pensione intorno al 2050 (a 65 anni o più) con meno di mille euro al mese. Cioè, di meno e per meno tempo: che differenza rispetto ai baby-pensionati dei decenni scorsi! Si consideri poi che, attualmente, i dipendenti in quella fascia di età che guadagnano una cifra inferiore a mille euro sono circa il 32 per cento. Ciò significa che non pochi si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito addirittura più basso di quello che avevano a inizio carriera. Della serie “2050 Odissea nell’Ospizio”. E ancora, in assenza di un miglior welfare formale, in Italia la redistribuzione intergenerazionale si basa anche su un non trascurabile – e necessariamente iniquo – elemento casuale. Il giovane che ha la fortuna di avere almeno un genitore/pensionato in vita, contribuisce come gli altri coetanei a ripagare il debito. Costui, però, almeno riceve (parte della) pensione dei genitori: quanti genitori comprano la casa ai propri figli? E chi invece è rimasto orfano in giovane età? Per loro, oltre il danno psicologico, c’è anche la beffa economica di dover contribuire relativamente di più al salvataggio delle varie casse pubbliche.

E’ chiaro che se si potesse agire sulla spesa pubblica la situazione potrebbe essere meno drammatica. Ad esempio, l’assenza del blocco del turnover nel settore pubblico potrebbe aiutare. In effetti, negli anni della creazione del debito si diceva che la pubblica amministrazione era il datore di lavoro di ultima istanza. Oggi la festa è finita e occorre pagare il conto. C’è però da chiedersi se è giusto che paghino soprattutto coloro che non hanno partecipato, talvolta neanche indirettamente, al banchetto. In merito, mi risulta difficile capire la logica economica del perché le pensioni di ieri sono un diritto acquisito mentre quelle di domani, come si evince dal quadro su accennato, non lo sono (moventi di bassa politica e di basso sindacalismo me li immagino più facilmente). La bozza di manovra in discussione in questi giorni prevede una ridotta o nulla rivalutazione per le pensioni medio-alte. Alla luce di quanto stanno pagando i giovani, il sacrificio chiesto ai pensionati risulta relativamente piccolo. L’intervento poteva sicuramente essere meglio ponderato e articolato (ma, si sa, da noi domina la politica dell’emergenza e del piccolo cabotaggio). Detto ciò, l’inflessibilità di taluni in materia di pensioni emerge chiaramente quando si sente dire che si è contrari a simili interventi perché i soldi vanno presi altrove. Certo, l’abbattimento fin da subito dei costi della politica sarebbe stato un bene e, tanto per rimanere in tema, sarebbe stato auspicabile dare ai parlamentari una pensione piuttosto che un vitalizio (tralascio, ma non posso non scrivere, dello scandaloso ennesimo rinvio della razionalizzazione delle provincie). Tuttavia, l’eventuale sacrosanto intervento sulle caste avrebbe dovuto essere contestuale a – e non sostitutivo di – quello sulle pensioni. In merito, anche l’aumento dell’età pensionabile e la sua indicizzazione alla speranza di vita consente di far partecipare anche i meno giovani al consolidamento del debito. In moltissimi paesi europei, tutti vanno in pensione a 65 anni (se non oltre) già da vari anni. Eppure anche qui ci sono state e permangono molte resistenze a tutto svantaggio dei giovani. Tra l’altro, ritengo che la scelta debba essere lasciata alle parti in causa: perché, se uno vuole lavorare e se il datore è d’accordo, si deve rimanere a casa per forza? Il volitivo neo-pensionato, d’altronde, farebbe comunque un altro lavoro (magari in nero) e lo sottrarrebbe comunque ad altri (più giovani). Oltre all’ingiustizia intergenerazionale, c’è anche una notevole miopia in tutto ciò. E’ intuibile, infatti, che l’adeguatezza e la sostenibilità dei sistemi pensionistici dipendono anche da un sufficiente tasso di partecipazione dei giovani al mercato del lavoro. Il rischio è che, per evitare di pagare pensioni inadeguate e/o a causa della conseguente maggior domanda di prestazioni di natura assistenziale, si dovrà rimetter mano alle casse pubbliche. Come i diamanti, la pensione è per sempre. La gioventù, invece, non è mai durata a lungo, ma oggi è anche meno luccicante di ieri.


[1] Per saperne di più si può vedere il mio articolo su VOX scaricabile da: http://www.voxeu.org/index.php?q=node/5766

[2] P. Pertile, V. Polin, P. Rizza e M. Romanelli (2011), L’equità intergenerazionale delle politiche di bilancio, in A.

Schizzerotto, N. Sartor and U. Trivellato (eds), Le disuguaglianze tra le generazioni nell’Italia di oggi, Il MulinoiMille.org – Direttore Raoul Minetti

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