di Renzo Rubele.
Cosa sta facendo Massimo D’Alema? No, non ci stiamo infilando in una discussione da “teatrino della politica”, per segnare un punto a favore o contro il politico di Gallipoli o commentare questa o quella dichiarazione del dibattito pubblico italiano. Vogliamo più modestamente utilizzare queste righe per dare conto di un frammento delle attività di D’Alema, da egli stesso sovente ricordato e segnalato con un certo qual orgoglio negli interventi pubblici di questi ultimi anni, e cioè l’impegno come Presidente della Fondazione Europea per Studi Progressisti (FEPS).
La FEPS è una fondazione politico-culturale di recente costituzione – è stata infatti fondata nel 2008. Come si può facilmente immaginare, essa tenta di costituire la “proiezione Europea” di analoghe Fondazioni esistenti a livello nazionale, quale è, come è noto, la Fondazione ItalianiEuropei, di cui D’Alema è pure Presidente. Dal punto di vista giuridico, la FEPS è un’associazione senza scopo di lucro con sede a Bruxelles che ha come membri, appunto, delle fondazioni o analoghe istituzioni nazionali (i.e. think-tanks) di orientamento socialista, socialdemocratico o laburista – basti pensare che il membro britannico è la ultracentenaria Fabian Society e quello tedesco la Fondazione Ebert. Per l’Italia non c’è solo ItalianiEuropei, ma anche la Fondazione Gramsci e la Fondazione Socialismo. Volendo essere precisi, c’è anche un’altra categoria di membri, costituita da Partiti e organizzazioni politiche Europee e nazionali, che hanno un interesse evidente all’esistenza di questa Fondazione Europea; per l’Italia sono il (mai scomparso, giuridicamente) partito dei Democratici di Sinistra, e il Partito Socialista.
Ora, dobbiamo anche mettere in chiaro che noi, personalmente, non siamo coinvolti in nessuna di queste Fondazioni, né siamo iscritti ad alcun partito. Insomma, queste righe sono vergate senza interesse specifico alla “propaganda”, o alla promozione di opinioni più o meno positive su Massimo D’Alema. Cerchiamo di vedere e descrivere la situazione da un “punto di vista Europeo”, di cui siamo alfieri, nel nostro piccolo. Abbiamo un background di impegno associativo di analogo livello continentale (nel settore “scienza e ricerca”) che ci ha reso partecipi di quella “società civile Europea” che si vorrebbe sempre più robusta, per poter dare spessore ad una vera e vissuta “cittadinanza Europea”, necessaria per dare senso alla dimensione politica Europea. E, perché ciò accada, bisogna che esistano pure delle organizzazioni come la FEPS – questo lo può capire chiunque. Anche sul versante del centro-destra ci sono istituzioni analoghe, e cioè il Center for European Studies, l’European Ideas Network, e la Robert Schuman Foundation.
L’occasione di contatto con la FEPS l’abbiamo avuta ad un recente convegno da essa organizzato a Bruxelles, e nella quale D’Alema faceva quindi da “padrone di casa”. Si tratta di “Call to Europe”, una conferenza-dibattito per i cui dettagli rimandiamo direttamente al sito web; l’evento ha coinvolto un paio di centinaia di persone che sono convenute alla Biblioteque Solvay per tastare il polso al pensiero progressista Europeo di questo momento storico.
Per cominciare a dare qualche ragguaglio delle nostre impressioni, vogliamo partire dal punto che forse avrà già fatto capolino nei pensieri del nostro lettore: come se la cava D’Alema con le lingue? Perché – ebbene sì – la capacità di comunicare sufficientemente bene in inglese (ma anche in francese) è un elemento essenziale per poter gestire i rapporti personali in modo da riuscire a dare effettivamente corpo a quella “società civile Europea” che agogniamo, in quanto la “lingua di lavoro” sarà sempre insostituibile fino a quando (e certamente non vediamo neppure l’orizzonte di una simile situazione) non saremo tutti in grado di capire gli altri quando si esprimono nella loro lingua madre. Ebbene, cari amici, potete tirare un sospiro di sollievo: il Nostro se la cava egregiamente, sia con l’inglese che con il francese. Insomma, il Migliore si è applicato, e ha studiato, quindi la faccenda è seria. Niente a che spartire con le classiche figuracce della nostra classe politica, sempre più marginale e marginalizzata sulla scena internazionale anche per la mesta broccaggine manifestata in termini di abilità comunicative.
D’Alema ha quindi scelto di spendersi nel terreno della difficile e delicata attività politico-culturale Europea, che presenta – com’è evidente – caratteristiche peculiari rispetto all’analogo lavoro nei corrispettivi istituti nazionali. Un atteggiamento diverso rispetto al periodo in cui, fra il 2004 e il 2006, egli fu Parlamentare Europeo, e le cronache registravano una sua distanza (la “solita alterigia”?) nei confronti della vita politico-parlamentare Europea. Si rammenterà che in quel periodo l’obiettivo di D’Alema era quello di diventare Ministro degli Esteri nel futuro Governo Prodi, cosa che poi effettivamente gli riuscì. Qual è l’obiettivo odierno? Forse quello di diventare Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune (“Ministro degli Esteri Europeo”) nella prossima Commissione Europea? E’ risaputo che già nel 2009, durante le “consultazioni” per la formazione dell’attuale Commissione, il nome di D’Alema era stato tra i papabili per quel posto, e Baffino perse la contesa a causa dell’irremovibile posizione di Gordon Brown, che voleva mettere su quella nuova poltrona un britannico – scelta che poi cadde sulla persona di Catherine Ashton. Ora, se D’Alema è ancora interessato al posto, va detto che l’idea di lavorare “sul campo” con la FEPS è una strada corretta per accreditarsi, e certamente l’esperienza in oggetto “farebbe curriculum”.
E’ necessario chiarire che il lavoro della FEPS a Bruxelles è condotto da un Segretariato permanente, un team di una decina di persone sotto la guida del Segretario Generale Ernst Stetter, un tedesco. L’impegno istituzionale di D’Alema è quindi “limitato” a garantire la sorveglianza e la direzione, ma non il lavoro esecutivo giornaliero. Non sappiamo però, in concreto, quanto tempo egli dedichi alla FEPS, e in ogni caso si tratta di esibire una capacità di tessere contatti e di coinvolgere personalità politiche e culturali nei progetti della fondazione, che sono per certi versi ancora in fase di costruzione. Ad esempio, proprio durante questo convegno brussellese è stato presentato il Numero Zero del magazine della Fondazione, Fresh Thinking, che sarà distribuito a tutti i Parlamentari Europei, nazionali, regionali (e sindaci delle grandi città) appartenenti a gruppi/partiti progressisti.
A questo punto sorge spontanea la domanda: da dove arrivano i soldi per il funzionamento della FEPS? La risposta è molto semplice, perché si tratta per la quasi totalità di una sovvenzione a valere sul bilancio del Parlamento Europeo, e che è ammontata, secondo i dati ufficiali (che in Europa sono, come è noto, resi più comprensibili e trasparenti) a 2.150.000 Euro per il 2010, su un totale a pareggio di 2.530.000 Euro. Si tratta di un trattamento simile a quello dei Partiti politici Europei, che godono di un finanziamento pubblico di analogo livello, sufficiente a garantire il funzionamento delle strutture amministrative di base e il perseguimento di attività istituzionali e progetti collegati.
Ora, il ruolo della Fondazione sarà tutto da conquistare sul campo, con la qualità delle sue attività. E’ notorio che nemmeno i Partiti politici Europei sono dei fulmini di presenza, dal punto di vista dello spessore istituzionale, e questo fatto non è altro che il riflesso della divisione persistente fra le linee politiche, ed ancor prima diversità culturali, dei rispettivi partiti-membri nazionali, nonché dell’ancora insufficiente peso del livello politico Europeo nella mente del “cittadine comune” (per quanto, oseremmo dire, in turbolente ascesa). E’ ovvio che ulteriori tappe dell’integrazione politica Europea non potranno precorrere la realtà fattuale e sociale che si manifesta in primis proprio nelle strutture di rappresentanza e di organizzazione del consenso e della proposta politica dei cittadini. Urge quindi – ripetiamo – colmare questo gap attraverso un di più di impegno, necessariamente defatigante, nella costruzione delle idee più adatte a mettere assieme i valori, gli interessi e le aspettative delle centinaia di milioni di persone che abitano il nostro continente.
Ed allora torniamo a D’Alema e all’evento “Call to Europe”, del quale il Nostro ha aperto i lavori con un discorso di una ventina di minuti. Vogliamo dare qualche cenno dei contenuti politici, il messaggio di sintesi che il Presidente ha lanciato al Convegno. D’Alema ha posto due cardini al proprio ragionamento: (1) i progressisti Europei desiderano “più” Europa, (2) i progressisti Europei chiedono una “diversa” Europa, in termini di politiche economiche, sociali, internazionali.
Va qui detto, a beneficio del lettore non specialista, che gli orientamenti prevalenti del discorso politico nei partiti che compongono la galassia “progressista” Europea sono mediamente un po’ più “di sinistra” di quelli che caratterizzano, per dire, il Partito Democratico in Italia. Del resto è evidente che, per dei partiti che non hanno rinunciato alla denominazione di “socialista” o “socialdemocratico”, esiste un linguaggio e un insieme di riferimenti che vanno attivati e valorizzati, soprattutto oggi che anche in Gran Bretagna il concetto di “Terza Via” appare un po’ desueto, e in un momento in cui la crisi economico-finanziaria mondiale ha offerto il destro per recuperare una critica al “mercatismo” come pensiero unico, che aveva trovato largo spazio anche a sinistra. Ma D’Alema ha saputo muoversi abbastanza bene fra i tornanti del proprio discorso, incasellando le varie tematiche in una maniera che, seppur esposta con un periodare un po’ “ingommato”, poteva risultare accettabile a delle orecchie Europee.
Dove un politico di centro-sinistra italiano come D’Alema risulta invece tipicamente più “estremo” ed “avventato” della media europea è invece proprio in tema di “slancio Europeista”, laddove negli altri partiti di sinistra Europei rimangono sacche di tiepidezza se non di esplicito euroscetticismo, come del resto hanno confermato le difficoltà di questi anni. Beninteso, la linea ufficiale di Poul Nyrup Rasmussen, presidente del Partito Socialista Europeo (PES) e di Martin Schultz, capogruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D) al Parlamento Europeo, che sono entrambi intervenuti al convegno, era del tutto sovrapponibile a quella di D’Alema – segno di un accordo che, almeno in territorio brussellese, esiste: ma i problemi stanno nei singoli Paesi, e nell’opinione pubblica.
Il Migliore si è inerpicato fra i diversi capitoli dell’agenda politica Europea cercando di mettere il proprio punto un po’ su tutto. In materia di Politica Estera Comune Europea, non ha mancato di sferrare qualche colpo all’attuale conduzione della Ashton (che a noi personalmente non appare così riprovevole, in un momento delicato in cui si sta ancora costruendo l’infrastruttura diplomatica dell’UE), per quanto riguarda l’economia, ha chiesto una svolta più “sociale”, comprensiva di un aumento del bilancio Europeo e l’emissione di “eurobond” per finanziare lo sviluppo (non si è peritato di spiegare come mantenere la fiducia dei mercati, però), in tema politico-istituzionale ha rilanciato l’idea di designazione di un candidato comune dei progressisti alla Presidenza della Commissione prima delle prossime Elezioni Europee, ben sapendo che innanzitutto occorre che le Sinistre risalgano la china nei singoli Paesi prima di poter aspirare sensatamente a contendere quel posto ad un esponente di centro-destra.
Il momento in cui il Nostro ha saputo meglio brillare, secondo noi, è stato in risposta ad una domanda del pubblico nella fase seguente alla prima sessione di dibattito, quando egli, chiamato in causa per dare un input politico dopo che i vari interventi e la discussione erano stati un po’ frammentari e – nelle parole del riassunto fatto successivamente dal Rapporteur – a metà fra il tono da corsia d’ospedale e un corteo funebre, si è potuto fiondare in uno di quei tipici monologhi da “Festa dell’Unità” a noi ben noti. Trattando in buona scioltezza per metà in francese e per metà in inglese di “senso politico dell’Europa”, ha potuto tra l’altro ricordare di quando, durante una visita di una delegazione dell’Internazionale Socialista dal presidente cinese all’inizio del Millennio, poté presagire l’idea di un futuro mondo bipolare USA-Cina nelle parole e nelle intenzioni del proprio interlocutore, traendone la conclusione che se l’Europa non si fosse unita politicamente con più decisione, sarebbe risultata sempre più irrilevante sulla scena mondiale. Ha anche usato l’immagine del “o navighiamo uniti o affoghiamo separatamente” che, seppure non nuova (è usata correntemente anche da Barroso) fa sempre una certa efficacia sull’uditorio.
Del convegno non possiamo dare qui altri affreschi, comunque senz’altro è servito allo scopo di costituire un momento di contatto e di scambio d’idee per un insieme di intellettuali e di personalità in qualche modo gravitanti nell’orbita del mondo progressista Europeo. Gli Italiani che avevano un ruolo ufficiale nel programma erano Paolo Guerrieri e Claudio de Vincenti, professori alla Sapienza di Roma, Mario Telò, che insegna all’Università di Bruxelles, e Antonio Missiroli, che fa parte del Bureau dei Consiglieri Politici di Barroso. Se son rose fioriranno, e quindi aspettiamo con interesse i nuovi passi di questa «FEPS dalemiana» nel palcoscenico europeo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






La FEPS nasce come think tank della Commissione Europea di Barroso. Si e’ poi evoluta in fondazione successivamente, e comunque prima che ne diventasse presidente d’Alema, che non ne e’ tra i fondatori. Il termine “FEPS dalemiana” e’ quindi una idiozia piu’ accettabile di molte altre che si leggono sull’ oggetto delle ossessioni degli autori di queste pagine, ed e’ comunque dentro lo sbracatissimo range di tolleranza all’imprecisione utilizzato nel giornalismo italiano. Congratulazioni.
Gianni fa le congratulazioni, infatti l’articolo e’ abbastanza elogiativo di D’Alema
se non avessi letto l’articolo mi sarei limitato a valutare gli effetti del dalemismo che reputo devastanti (da qualsiasi parte lo si voglia vedere). Di think tank ne abbiamo visti e ne vedremo sempre. Quando ci si avvicina al personaggio arrivano sempre un paio di rispostine saccenti all’anno: non vale la pena indagare su D’Alema, è un soggetto autoreferenziale e come tale deve essere classificato
Gianni, scusami amico digitale ma le tue critiche stavolta sono gratuite, primo perché il pezzo non appare assolutamente denigratorio nei confronti del nostro MdA.
Secondo perché la FEPS è socialista ed è vicina al PSE, altro che think thank del compagno Barroso (???). Il PPE ha la propria fondazione politica (CES).
Terzo perchè se l’autore scrive “FEPS dalemiana” fra virgolette qualcosa vuol dire, no? È chiaro che si intende “la FEPS attualmente presieduta da D’Alema”. Non è un insulto
Prima di partire in quarta vedendo antidalemiani (?!) dapertutto vale la pena forse rileggese il pezzo: altro che critica è una vera e propria sviolinata, meritata certo (lo penso), ma sviolinata resta.
Smettiamola di essere complottisti e di vedere nemici ovunque.
@rubele: vado nel merito. Il report è completo ed interessante, ma non capisco una cosa perché affermi che la Ashton “non è così riprovevole”. Capisco che la congiuntura è quella che è (volontà europeista pari a zero) e che la Ashton è stata nominata proprio per non far avanzare troppo il cantiere: si voleva evitare una personalità di spicco.
Però lei il suo zampino ce lo ha messo, nel corso di questi due primi anni ha commesso errore su errore facendosi bacchettare più di una volta dal suo staff di diplomatici.
PS.:Qualche mese fa parlando con un diplomatico europeo alle dipendenze della Baronessa, gli dissi che secondo me se al posto della britanicca vessero messo il nostro MdA le cose sarebbero andate un po’ diversamente. Il diplomatico guardadomi con aria sorniona mi disse: “inizio a pensarlo anche io”.
@ gianni
Dal sito della FEPS, nella pagina della biografia di Massimo D’Alema, si legge che
“[...] He was elected as the first President of FEPS on 30th June 2010.”
Avrei forse potuto ricordare anch’io che
[...] From a European Commission-sponsored pilot project launched in December 2007, FEPS transformed into a concretely established European political foundation in September 2008, co-funded since then by the European Parliament. [...]
come si puo’ leggere nel primo rapporto di attività
http://www.feps-europe.eu/fileadmin/downloads/institutional/0911_FEPS_Activity_report.pdf
ma è veramente così importante ricordare la fase di incubazione? Barroso c’entra poco, c’entravano più che altro un po’ di soldi ottenuti dalla Commissione, ma ho anche scritto che adesso i soldi vengono dal Parlamento, quindi sempre il contribuente Europeo è il maggiore finanziatore…
Infine confermo che la locuzione “FEPS dalemiana” è da intendersi come “la FEPS attualmente presieduta da D’Alema”: non c’è nessun giudizio nè tagliente nè elogiativo di per sè.
Infatti il FEPS è stato inzialmente finanziato dalla Commissione, come tante altre iniziative. Mica era uno strumento politico di Barroso (“think thank di Barroso”).
@ Stradedifrancia
Sulla Ashton sono consapevole che la maggioranza degli osservatori formula giudizi negativi. Cercavo di portare l’attezione sulla estrema delicatezza e sulla fase di “capacity building” che si è trovata a dover gestire, e più che altro il mio era un giudizio in merito alle gradazioni, sfumature e toni di questi giudizi negativi. Ma capisco che in due parole non è facile spiegare, il mio commento voleva essere una rapida impressione a commento delle valutazioni di D’Alema su quel punto.
Certo che a parlar di D’Alema, bene o male che sia, si cade sempre in fallo….
Battute a parte, il pezzo mi pare piuttosto equilibrato, tendente all’elogiare una fondazione che deve ancora trovare una sua vera collocazione e un suo peso nel contesto EU. Ma ha un senso logico e spiega chiaramente ciò che deve spiegare, senza sbrodolamenti. A me è tornato utile per capirne di più su una fondazione che mi risultava un po’ nebbiosa. Grazie, Renzo!
Aggiungo che concordo con SdF sul giudizio della Ashton, che personalmente ho avuto modo di criticare in scritti pubblicati in altre sedi. Ciò non toglie che non penso che D’Alema avrebbe agito meglio nei suoi panni, quantomeno dal punto di vista ‘concreto’ visti i poteri (pochini) che si ritrova in mano l’Alto rappresentante. D’Alema, però, avrebbe garantito qualcosa che la Ashton non può dare: il carisma. Baffino può piacere o no (tendo verso la seconda opzione, ça va sans dire), ma il suo ego lo porta a voler imporre la propria figura anche quando parte in condizioni svantaggiate (come appunto quella dell’Alto Rappresentante rispetto ai ministri degli esteri degli SM in Consiglio). E credo che avrebbe saputo far valere la sua posizione e creato un utile livello di dibattito e coscienza intorno alla figura del fantomatico ‘ministro degli esteri EU’, alimentando le spinte in favore (e qui viaggio con la fantasia) di un riconoscimento continentale, dapprima sostanziale e poi formale, sicuramente crescente.
Con la Ashton questo non è possibile, perché il suo peso specifico è basso e si fa imporre la linea a turno: dalla perfida Albione, da Van Rompuy (che ha tirato le fila sul caso libico), da Barroso. E dichiarò che non le piace volare. Una rappresentante degli esteri cui non piace volare. Come se un ministro delle finanze non amasse la matematica.
Mi spiace, ma non mi sembra adatta al ruolo, neanche in questa fase di ‘creazione’ della Rappresentanza. Anzi, proprio in quest fase c’è bisogno di una personalità più forte e competente per un ruolo che segnerà, bene o male, un punto di svolta nella storia europea. In attesa che questa personalità arrivi, ci teniamo la baronessa Ashton. O potremmo sostuirla con una teiera, visto che è inglese.
ps: Renzo, mi rendo conto che sono andato parecchio off topic. Liberissimo di ignorare il mio commento (biloso) sulla Ashton.
@Federico: questo è il punto, il Nostro non si sarebbe limitato a fare il pre-pensionato di lusso. Né avrebbe accettato un ruolo da peones, come la Ashton.
Avrebbe sgomitato. Si sarebbe mosso. Per trovare spazio e visibilità e di conseguenza avrebbe rotto le palle. Appunto per questo non è stato scelto e gli è stat preferita la grigia e sconosciuta baronessa britannica.
Ma questo è il fatto l’UE in questo momento avrebbe un terribile bisogno di un rompipalle europeista, uno che si muova e prenda l’iniziativa, che propone, che disturba il pensiero dominante euromollaccione. Chiaro poi uno non sempre lo fa solo per la causa, ma anche per un senso di protagonismo: la libido dominandi. Ma è un gioco win-win.
Ti rendi conto la Merkel, i Sarkozy, i Cameron ecc*. avrebbero l’occasione di passare alla Storia come le persone che hanno cambiato le cose, facendo gruppo. Vedendo lontano. Invece niente si riuniscono pigramente mentre la casa brucia senza sapere che fare. Cribbio la casa brucia e non sai che fare? Devi essere proprio suonato…
Faccio ammenda per l’OT…
* Non mi risulta l’Italia abbia in questo momento un Presidente del Consiglio,
Ringrazio Renzino per confermare tutte le informazioni che ho fornito nel primo post. L’unica critica che posso fare all’articolo e’ che non mi sembra abbastanza deferente verso l’unico uomo politico italiano conosciuto e rispettato all’ estero. Per chi si occupa di Europa e’ una grave forma di provincialismo.
C’e’ chi se ne fa un vanto di essere un povero leccaculo
Non credo Renzino sia un leccaculo. Sono invece certo che, anche interloquendo al buffet con massimino nostro, abbia saputo conservare tutta la dignita’ che gli ha consentito la naturale timidezza che e’ legittimo provare di fronte ad un personaggio di straordinario carisma. L’ articolo e’ evidentemente stato scritto mentre l’autore era ancora sotto lo “Strahlung” dalemiano, e il ghigno ironico si scioglie gia’ dalle prime righe in un mesto sorriso di consapevolezza.
Posto che blog e social network sono il classico luogo dove tutti fanno un po’ i disinibiti nel fare commenti, mi piacerebbe che comunque non ci si lasciasse andare troppo oltre i limiti della decenza.
Come non ho mancato di precisare diverse volte nel testo, io non ho alcun interesse, diretto o indiretto nelle attività (delle fondazioni o dei partiti) qui descritte. Non conosco D’Alema personalmente nè ho avuto modo di farlo nei coffee-break dell’evento di cui ho parlato.
Ho pensato che il nostro blog-magazine potesse utilmente offrire ai lettori un quadro di notizie e di informazioni su avvenimenti e circostanze che non mi pare siano state (ancora?) prese in considerazione dalla stampa nazionale, e che peraltro vanno oltre la figura di D’Alema per rivestire un interesse politico-culturale più generale.
Trovandomi a Bruxelles, ritengo che potrò fare un analogo servizio anche per situazioni affini, riguardanti – ad esempio – i partiti politici Europei e i loro meetings che coinvolgono i rispettivi membri nazionali (e segnatamente, per quelli di centro-sinistra). Insomma, niente di più che un interesse alla buona informazione.
@Gianni: sei fenomenale, ma come fai?
@Renzo: a me sembra un buonissimo articolo, spero di vederne altri in futuro.