di Chiara Lalli.
Sono passati oltre 30 anni dal debutto dell’Aids. Era l’inizio di giugno del 1986: il Morbidity and Mortality Weekly Report riportava il caso di 5 uomini omosessuali con una patologia mai vista prima. Sarebbe impossibile anche solo provare a raccontare quel debutto e le sue conseguenze, sia fattuali che emotive. Impossibile offrire un resoconto delle tante persone colpite direttamente dal virus e dall’etichetta di “appestato” e di quelle che hanno visto amici, figli, partner ammalarsi e morire; degli articoli scritti, delle leggi proposte e approvate, della confusione e della paura, degli avanzamenti medici.
Quella patologia avrebbe stravolto per sempre i rapporti tra le persone e la vita di milioni di individui – questo lo si era capito fin dall’inizio. Oggi lo scenario è molto cambiato da quegli anni ’80, soprattutto nei Paesi e nei contesti in cui l’accesso alle informazioni e alle terapie è più facile e diffuso.
Quindici anni fa è stata introdotta la terapia antiretrovirale e oggi molte persone affette da Hiv possono condurre una esistenza non abissalmente diversa da quella senza virus. A questo proposito è significativa la posizione della legge 40/2004 sulle tecniche di riproduzione artificiale: la legge italiana ha escluso e discriminato quanti sono affetti da Hiv imponendo come condizione necessaria la sterilità (non sono i soli a essere discriminati, ma in compagnia di quanti soffrono di una patologia genetica o virale). Poi le linee guida del 2008 hanno concesso un piccolo spiraglio: in una coppia in cui l’uomo è affetto da Hiv si può fare ricorso alle tecniche. Nulla si dice per le coppie in cui sia la donna a soffrire della patologia. Fin da qui possiamo farci una idea di come l’Italia abbia a cuore alcuni cittadini (dovrebbe essere superfluo ma è bene esplicitarlo: le tecniche proteggono il partner e il nascituro dal rischio di contagio). La tecnologia avanza e offre soluzioni, la legge e l’arroganza costringono le persone a vivere peggio di quanto potrebbero.
Nonostante gli avanzamenti medici non mancano, naturalmente, le difficoltà. Tra le difficoltà vi è senz’altro l’ignoranza e la visione resistente dell’Hiv come una forma di pestilenza moralizzatrice, appesantita cioè dall’idea della responsabilità. Te la sei cercata, di cosa ti lamenti?
La responsabilità di alcuni agenti istituzionali o rappresentativi di realtà potenti e il cui operato influisce su milioni di persone è innegabile. Basti pensare alle dichiarazioni del Vaticano sull’efficacia del preservativo.
In occasione di questo trentennale, perlopiù passato sotto silenzio nella stampa italiana, è doveroso segnalare almeno due documenti.
Le prime linee guida del Wealth Health Organization (WHO) per uomini che hanno rapporti sessuali con uomini e transgender, “Scaling-up HIV services for men who have sex with men and transgender people”, e la chiusura del Vaticano verso il mondo reale, “Holy See’s intervention at the UN’s high-level plenary session on HIV/AIDS” (United Nations, New York, 8-10 giugno 2011).
Nel panorama mondiale l’Italia fa una figura barbina: secondo la Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids nessuna proposta emerge nel corso del vertice ONU, solo parole inutili (qui il comunicato della LILA).
Torniamo ai due documenti.
La raccomandazione del WHO riguarda specificamente gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini e i transgender. Lo sforzo, che dovrebbe coinvolgere quanti più interlocutori possibile, riguarda l’ampliamento della prevenzione della trasmissione del virus e dell’accesso alle terapie.
Un dato preoccupante riguarda la diffusione dell’infezione tra uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini, soprattutto nei Paesi industrializzati. Il fenomeno interessa anche l’Africa, l’Asia, l’area caraibica e l’America Latina. Il rischio di contagio è di circa 20 volte maggiore rispetto al resto della popolazione. Per quanto riguarda i transgender, la percentuale si aggira tra l’8 e il 68%.
Questo è lo scenario. Tra le soluzioni – e non dovrebbe sorprendere – una chiave fondamentale è la demolizione dello stigma. Stigma, criminalization remain barriers to accessing services è il titolo del secondo paragrafo. In quei Paesi in cui i rapporti tra uomini sono criminalizzati, infatti, la clandestinità delle relazioni fa sì che vi sia paura e vergogna nel cercare metodi preventivi e terapie, o anche solo informazioni.
In tutte le patologie la diagnosi è centrale, e se la barriera della discriminazione e della colpa non viene demolita insieme al pregiudizio vincerà la diffusione del virus. Che l’ignoranza faccia morire in questo caso vale letteralmente.
Difficile non aggiungere qualche riflessione sull’Italia: pur in assenza di criminalizzazione dei rapporti tra uomini e dei transgender, è indubbio che lo stigma si nutra di terreno fertile. Gli ostacoli che si pongono tra gli individui e le informazioni, le terapie e il vissuto della patologia senza il peso schiacciante della colpa sono fin troppo presenti.
La realtà allucinatoria del “tanto non può succedere a me” è una perfetta rappresentazione sia della ingenua strafottenza, sia della sbagliata percezione che il virus non esista quasi più o che sia relegato in domini facilmente riconoscibili. Persone dalla vita disordinata e sballata; drogati, prostitute – insomma fuori dai confini delle persone “per bene”.
Le linee guida suggeriscono alcune strategie per questa che è una vera e propria emergenza sanitaria e sociale e riguardano il servizio sanitario ma anche – soprattutto per la demolizione dei luoghi comuni – ognuno di noi.
L’intervento della Santa Sede durante la sessione plenaria si intitola Defending the dignity of human life from concepts which stand against natural law.
La dichiarazione mischia ipocrisia e incapacità – o disinteresse – di analizzare la realtà e di ragionare sui rimedi alla diffusione dell’Hiv.
Dopo una introduzione vaga e banale, il primo segnale è: “States must acknowledge that the family, based on marriage being the equal partnership between one man and one woman and the natural and fundamental group unit of society, is indispensable in the fight against HIV and AIDS for the airily is where children learn moral values to help them live in a responsible manner and where the greater part of care and support is provided”. Viene rimarcato il territorio: la famiglia è un tassello fondamentale per la lotta all’Hiv, la famiglia è solo quella che dicono loro, cioè quella sancita dal matrimonio e costituita da un uomo e una donna e depositaria dei valori da trasmettere alla prole.
Ma questo è solo l’inizio. La Santa Sede infatti rifiuta la definizione di “popolazione a rischio” o “popolazione a più alto rischio” perché ridurrebbero a oggetti le persone (perché poi?). Ma soprattutto, ecco il vero motivo secondo il Vaticano, potrebbero suggerire che alcuni comportamenti irresponsabili siano moralmente ammissibili. Tra questi comportamenti – si badi – dovrebbero rientrare i rapporti sessuali fuori o prima del matrimonio, perché come ricordato in apertura il matrimonio è l’unico rimedio alla perdizione. Non parliamo dei rapporti tra persone dello stesso sesso o altri reati senza vittima, tipici delle posizioni moralistiche e discriminatorie.
La Santa Sede non si accontenta e prosegue: i preservativi non rientrano nei programmi della prevenzione della patologia. “Prevention programmes or classes/programmes of education in human sexuality should focus not on trying to convince the world that risky and dangerous behaviour forms part of an acceptable lifestyle, but rather should focus on risk avoidance, which is ethically and empirically sound. The only safe and completely reliable method of preventing the sexual transmission of HIV is abstinence before marriage and respect and mutual fidelity within marriage, which is and must always be the foundation of any discussion of prevention and support” (il corsivo è mio).
Chissà se credono a quanto dichiarano.
Sul fronte della droga, la Santa Sede non accetta la cosiddetta strategia della riduzione del danno. Sarebbe lesiva della dignità personale, perché sarebbe come dire “tu non puoi fare a meno della droga”. Ma siccome qualche volta è vero, e soprattutto non ha senso pretendere di redigere norme universali, la soluzione proposta dal Vaticano è ridicola e semplicistica: con il giusto supporto spirituale (prima di tutto, ovviamente), psicologico e familiare tutto si risolve.
La Santa Sede rifiuta pure la dicitura “sex workers”. Non sia mai che qualcuno possa pensare che la prostituzione sia legittimata come un lavoro. La prostituzione lede la dignità e reifica le persone.
Peccato che trattare le persone come eterni fanciulli cui elencare doveri e divieti non sembri essere un modo per promuovere la dignità!
La soluzione alla diffusione? “Living in conformity with the norms of the natural moral order, an approach which respects fully the inherent dignity of the human person”. La loro visione dell’ordine morale naturale, ovviamente.
Sembra superfluo specificare che a essere particolarmente grave è l’assenza di risposte a dichiarazioni di questo tipo. Certo è grave anche elencare rimedi tanto ingenui, considerando la risonanza che ogni mossa del vaticano ha nel mondo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







