Riflessioni a freddo sul legittimo impedimento

di Tommaso Caldarelli.

"Balancing Act" by Colin Harris (Digitalnative)

Le analisi sui referendum che hanno cambiato l’Italia solo una settimana fa ormai si sprecano. E a ben vedere, è giusto così, perché sono moltissimi i piani d’analisi utili per farsi un’idea di ciò che stia succedendo nel nostro paese: dall’ondata emotiva che avrebbe causato la tragedia di Fukushima e all’effetto che questo evento possa aver avuto sulla consultazione popolare, dall’effetto di un berlusconismo ormai palesemente in fase calante, passando per le vittorie del centrosinistra alle elezioni amministrative, il PD di Bersani e il ruolo di Vendola, la società civile: insomma, di carne al fuoco ce n’è tantissima. Come moltissimi sono stati gli analisti che hanno sottolineato la valenza profondamente antiberlusconiana del voto popolare del 12 e del 13, interpretando le abrogazioni come una sconfessione plateale dell’impostazione dell’attuale governo, delle scelte che Silvio Berlusconi aveva fatto per il paese. Per il nucleare e per l’acqua pubblica le chiavi di interpretazioni sono plurime, potendo sussistere certamente una chiave antiberlusconiana d’analisi, ma anche un discorso di trasversalità dei temi: in fondo, dopo Fukushima, fermare il nucleare era diventato un po’ un bisogno irrazionale – e non è detto che le scelte irrazionali paghino sul lungo periodo: parla uno che ha votato per l’abrogazione; e l’acqua pubblica è stata presentata come un bene comune e da difendere persino dalle gerarchie ecclesiastiche, come a dire che parliamo di una tematica di larga presa.
Non così il legittimo impedimento. Senza questo quarto quesito, l’intera valenza berlusconiana del voto andrebbe a carte e quarantotto; senza questo quesito, oggi la maggioranza non sarebbe integralmente sconfitta, perché avrebbe ben di che rifugiarsi, appunto, dietro lo schermo dei temi “largamente percepiti”, eccetera eccetera. No: con il voto sul legittimo impedimento, tutto acquista una valenza antigovernativa innegabile. E questo, da qualsiasi piano si voglia analizzare il voto sul quarto quesito.
A mio parere le cose da dire sono almeno tre, che non cambiano, ma anzi rafforzano, quanto sostenuto poco sopra, e cioè che il raggiungimento del quorum e l’abrogazione della norma voluta dalla maggioranza per scudare il capo del governo siano un avviso di sfratto per il governo. Ci saranno stati certamente coloro i quali avranno votato “sì” anche al legittimo impedimento, più o meno, per un effetto di trascinamento rispetto agli altri 2 quesiti, acqua e nucleare: magari non sapevano neanche di cosa si stesse parlando e, come dice Giovanni Fontana sul suo blog, difficilmente un referendum sul solo legittimo impedimento avrebbe raggiunto il quorum sull’abrogazione. E poi ci sono quelli che hanno ritirato la scheda del quarto quesito sapendo esattamente quello che andavano ad abrogare. Fra questi distinguiamo ulteriormente coloro i quali avevano solo una conoscenza generica della vicenda e che si erano recati a votare, appunto, “contro Silvio”, crociando il sì al legittimo impedimento perché l’occasione di abrogare una legge ad-personam non si può lasciar scappare; ultima categoria, i votanti pienamente informati, quelli con buona memoria; quelli che ricordano bene che la norma che si sono trovati ad abrogare era tutt’altro che pericolosa e destabilizzante.
La Corte Costituzionale aveva già, con sentenza abrogativa parziale, modificato il legittimo impedimento voluto dal governo, in modo da restituire al giudice l’ultima parola sulla valutazione dell’impedimento addotto dal membro dell’esecutivo: nulla di più diverso rispetto all’originaria formulazione che prevedeva addirittura una fantiasiosa autocertificazione del ministro firmata dal suo segretario (sic) per differire l’udienza, in ipotesi anche sine die. La legge che era rimasta in vigore era un doppione fatto non particolarmente bene del legittimo impedimento previsto dal codice di procedura penale per tutti i cittadini, quella norma che dice che se qualcuno di noi ha un impegno improrogabile e giustificato proprio nel giorno in cui deve recarsi in udienza, beh, la clemenza della corte non tarda ad arrivare e il giudice non differisce l’udienza. Sebbene ancora moderatamente rafforzata per le cariche di governo, la legge che il popolo ha abrogato, “così come modificata dalla Corte Costituzionale”, non era poi dissimile da questo impianto.
E’ proprio per questo che il raggiungimento del quorum sul quarto quesito si configura come autentica e genuina mazzata in faccia a Silvio Berlusconi: oltre 25 milioni (non sono pochi) di persone hanno detto un forte no alle leggi ad personam. E per un uomo che ha basato, nel corso degli anni, tutto, ma proprio tutto sulla legittimazione popolare e sulle adunate di piazza, una tale sberla – lessico leghista – deve essere arrivata chiara e forte. Anche perché, e lo abbiamo appena visto il motivo, la scheda non chiedeva al popolo di abrogare una legge pericolosa, una normativa urgente da affrontare come, invece, lo era il nucleare. Sulla scheda gialla c’era scritto: “Volete voi abrogare Silvio Berlusconi?”. La risposta, pare, è stata chiara.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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