di Massimiliano Lincetto.
Enrico Bellone si è spento la notte del 16 aprile scorso. Fisico e storico della scienza, è stato per quindici anni direttore della più importante rivista di divulgazione scientifica italiana, “Le Scienze”, passando poi il testimone a Marco Cattaneo. Bellone ha sempre rivolto il suo impegno all’affermazione della dignità della scienza e della cultura scientifica nel panorama italiano.
Le Scienze ha riproposto, nel numero di maggio, il primo editoriale da lui scritto per la rivista e pubblicato nel gennaio 1996, in cui spiegava:
«L’indebolimento del legame stretto fra scienza e cultura è pericoloso. Esso alimenta l’opinione che la scienza sia solo una forma della tecnica e debba quindi sottostare a quei criteri di valutazione che giudicano positivamente solo ciò che sarà fruibile domani pomeriggio, e non prendono in considerazione ciò che invece richiederà anni di lavoro e intelligenza per realizzarsi. Sull’immagine di una scienza priva di contenuto poggiano – con un certo consenso popolare – le scuse piagnucolose circa i finanziamenti magrissimi per la scienza, il miope disinteresse verso la questione energetica, la degradazione dei rapporti tra ricerca e industria, l’inclinazione a burocratizzare una comunità scientifica che solo nella libertà può invece crescere e prosperare, il malcostume nella selezione degli studiosi, la sottovalutazione dei disastri provocati da un sistema scolastico lasciato alla deriva.»
È uno scenario che ci ricorda qualcosa.
Ci ricorda un paese in cui, a fronte di un sistema universitario tutto da rifare, il governo interviene in maniera maldestra ed incoerente, perdendo probabilmente un’occasione di fare le cose bene. Abbiamo visto le proteste, gli studenti in piazza, gli slogan e abbiamo visto il governo arroccarsi sulle proprie posizioni. Quello che non abbiamo visto, o di cui abbiamo visto poco, è una discussione ragionata sui contenuti volta a comprendere se è tutto da buttare o se comunque la legge che è passata può essere in qualche modo un punto di partenza. Nel frattempo rimangono i problemi di scarsità e di distribuzione dei finanziamenti, assieme al problema centrale che è la mancanza di adeguati organismi di valutazione. L’impressione è da una parte si facciano leggi senza un’idea di politica, politica nel senso di policy, e dall’altra (e parlo soprattutto degli studenti) che ci si impegni troppo a contestare pregiudizialmente i provvedimenti anziché capirne veramente i contenuti e le conseguenze. (Per chi fosse interessato, un’analisi approfondita l’ha scritta il prof. Alessandro Figà-Talamanca nel suo articolo per il notiziario dell’Unione Matematica Italiana: Riforma dell’università: quali sono i contenuti effettivi?.)
Ci ricorda un paese della cui questione energetica abbiamo parlato molto su queste pagine: il governo prima annuncia a gran voce un piano per il ritorno all’energia nucleare, poi fa marcia indietro per paura del referendum (intorno al quale c’è stata peraltro molta demagogia e propaganda da ambo le parti). Lo stesso governo poi interviene in maniera maldestra sugli incentivi alle rinnovabili gettando scompiglio nel mercato industriale del settore. Tutto ciò mentre l’Italia dipende fortemente dai combustibili fossili (fattore che comporta problematiche tutt’altro che banali) e non si è ancora dotata di un adeguato piano energetico.
Ci ricorda un paese in cui il vicepresidente del maggiore ente pubblico di ricerca italiano si rende protagonista di dichiarazioni discutibili sui disastri naturali ed organizza convegni sul creazionismo a spese dei cittadini. Un paese, insomma, dalle troppe cariche di nomina politica, un paese in cui il concetto di accountability è estraneo ai più: manca persino una parola che lo traduca efficacemente nella nostra lingua.
Insomma, manco a dirlo i nodi sono ancora lì, per lo più irrisolti.
Ma veniamo al sistema scolastico e culturale, che in quanto tale ha un ruolo importantissimo nella formazione dei cittadini. In quest’ambito, il nostro paese si porta dietro un’eredità pesante. Enrico Bellone aveva molto a cuore la questione, affrontata in numerosi suoi editoriali (oltre che nel suo libro La scienza negata, il caso italiano) nei quali mosse pesanti critiche al pensiero di Benedetto Croce e Giovanni Gentile che influenzarono significativamente, con la propria attitudine antiscientifica, lo sviluppo della cultura italiana nel novecento. Ai tempi del fascismo la riforma Gentile gettò infatti le basi di un sistema scolastico che avrebbe messo in secondo piano la cultura scientifica per molto tempo, con un liceo scientifico praticamente boicottato sul nascere. Basti pensare che fino al 1969, a differenza del classico, il liceo scientifico non permetteva l’accesso a tutte le facoltà universitarie.
Tornando ai giorni nostri, c’è qualcosa che mi è sempre sembrato significativo: l’orario dei nostri licei scientifici. Fino al 2010, prima del riordinamento voluto dal ministero, il quadro orario del liceo scientifico vedeva nel latino la materia a cui venivano dedicate più ore in assoluto. Al programma tradizionale si erano affiancate comunque varie sperimentazioni con orario modificato o esteso, tra cui alcune in cui l’insegnamento del latino veniva soppresso in favore di altri insegnamenti (è il caso del liceo scientifico-tecnologico). Con il riordinamento del 2010, gli indirizzi del liceo scientifico vengono ridotti a due: tradizionale e scienze applicate. Il tradizionale prevede tre ore di latino settimanali, ma non prevede ad esempio l’insegnamento dell’informatica come materia a sé stante; informatica che, ricordiamo, è una disciplina che va ben oltre l’uso del computer e la programmazione. Completamente assenti sono poi l’insegnamento di statistica e del calcolo delle probabilità, fondamentali in moltissime scienze. Assente anche l’economia, che pur non essendo annoverata tra le scienze confina con esse, ed è comunque fondamentale per la cultura generale del cittadino. Davvero ha senso che nel nuovo ordinamento vi sia un liceo scientifico che preveda l’insegnamento del latino mentre altre materie propriamente scientifiche vengono trascurate? Più che un programma nuovo, l’orario del nuovo liceo scientifico sembra una media ponderata di quelli vecchi. Dovremmo partire da una domanda: come vogliamo costruire la formazione scientifica delle nuove generazioni?
Ma c’è un’altra questione, più importante: come vogliamo occuparci della formazione scientifica di chi non sceglie un percorso di studi a sfondo scientifico o di chi sceglie percorsi di carattere professionale?
Sono tanti i segnali che testimoniano il problema di cultura scientifica che caratterizza il nostro paese. Guardando al futuro, i temi su cui i cittadini saranno chiamati a scegliere nei prossimi anni (e nei prossimi decenni) richiederanno una consapevolezza sempre maggiore, basti pensare alle questioni aperte nel campo delle biotecnologie e della bioetica. L’analfabetismo scientifico è qualcosa che non ci possiamo davvero permettere, in particolare per i danni che produce una classe politica con scarsa consapevolezza della scienza. E questo Enrico Bellone lo aveva capito benissimo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Avendo seguito con una certa regolarità “Le Scienze” in tutti questi anni, avendo letto sempre con la massima attenzione i suoi editoriali, nonché altre sue pubblicazioni scientifiche, mi fa un certo effetto che sia stata scelta proprio una mia foto per illustrare l’articolo dal quale apprendo della sua scomparsa: Enrico Bellone era una persona di estremo valore, ci mancherà!