Per un diritto di voto europeo

di Federico Martire e Filippo de Agostini.

Voto por Voto

Foto: Drolex

Davanti alle polemiche delle ultime settimane circa il fatto se il voto dei residenti all’estero avesse dovuto  essere conteggiato o no ai fini del quorum, il nostro primo pensiero non è andato alle complicazioni burocratico-amministrative che hanno circondato la tornata referendaria, quanto più ci siamo posti una domanda: “ma quando verrà introdotto il diritto di voto europeo”?

L’idea di fondo è che un cittadino europeo che vive da molti anni in un altro paese UE dovrebbe poter votare dove vive, non dov’è nato. Proprio come avviene in Italia o, più in generale, all’interno degli Stati membri.  Un catanese che vive e lavora a Milano, non è che per votare ogni volta deve tornare nella Sicilia natía. Vota, giustamente e logicamente, dov’è legalmente residente, non dov’è nato.

La libertà di circolazione delle persone, sancita dai Trattati europei, ha facilitato e incentivato gli spostamenti dei cittadini sul continente in condizioni di parità (quanto meno in linea di principio) con i residenti nazionali. Questo non vale però in materia elettorale, dove lo scoglio della nazionalità dev’essere ancora superato. Infatti, attualmente, il cittadino UE che risiede in un altro paese dell’Unione può votare alle elezioni comunali ed europee nel paese europeo di residenza, con condizioni variabili da Stato a Stato. Ma per potere votare alle elezioni politiche e dalle altre consultazioni del paese di residenza non resta altra soluzione che cambiare di nazionalità. Altrimenti niente.

Ma per garantire una vera e propria cittadinanza ‘attiva’ europea – che è negli obiettivi dell’Unione, soprattutto in riferimento ai giovani – bisognerebbe, in sostanza, rivedere in forma estensiva il concetto stesso di cittadinanza europea introdotto dal Trattato Maastricht, garantendo il diritto di voto a livello UE in funzione della residenza, non del passaporto. Un diritto di voto europeo, insomma, magari accompagnato da una revisione del sistema elettorale per il Parlamento europeo che favorisca l’accorpamento dei partiti e delle circoscrizioni a livello transnazionale.

Nella sua relazione presentata più di un anno fa al Consiglio europeo il gruppo di riflessione sul futuro dell’Unione Europea, presieduto da Felipe González diceva proprio queste cose, e parlava di “incoraggiare gli Stati membri a concedere il diritto di voto alle elezioni politiche ai cittadini di altri Stati membri dopo un certo periodo di soggiorno e di contribuzione fiscale nel paese” e di europeizzare “le elezioni del Parlamento europeo mediante l’introduzione di liste transnazionali”.

Entrambe le misure favorirebbero l’integrazione europea e incentiverebbero i cittadini a informarsi e partecipare più attivamente nell’ambito politico locale, piuttosto che in quello del paese di residenza [*]. Ora, la libertà di circolazione dei cittadini sul territorio europeo ha indubbiamente creato un’anomalia nel sistema di voto che contrappone la visione ‘di passaporto’ degli Stati membri a quella più logica e efficiente dell’elettorato ‘residente’: il riconoscimento della seconda opzione dimostrerebbe come anche i diritti – e non solo le istituzioni – si muovono e cangiano all’interno dell’Unione grazie al semplice fatto di trovarsi all’interno di un quadro comune di riferimento tracciato dall’UE stessa.

Oltretutto, il creare un diritto di voto europeo permetterebbe ai paesi che decidessero di aderire a questa iniziativa di risparmiare in termini di fatica e di soldi.

Partiamo dal caso italiano. Dei 4 milioni di italiani residenti all’estero, 2,2 milioni vivono in Europa. E di questi 1,7 vivono in paesi dell’Unione Europea. Introdurre nella legislazione europea il principio per cui, in zona UE, si vota dove si vive e non dove si è nati significherebbe, solo per l’Italia, la bellezza di 1,7 milioni di plichi elettorali in meno.

Certo, il problema del voto all’estero e delle sue modalità, tutte da migliorare, rimarrebbe aperto per i 2,3 milioni di italiani restanti. Oltretutto la soluzione in chiave europea non includerebbe la Svizzera che con i suoi 500.000 e passa di italiani rappresenta la terza comunità italiana all’estero. Ma sarebbe già un passo importante.

Ad ogni modo, siamo coscienti dell’attuale situazione di stallo nel processo d’integrazione europea e che dunque un salto di qualità in questo senso non è per nulla scontato.

Un simile avanzamento, tuttavia, permetterebbe quantomeno di risolvere, in chiave europea, una parte della questione. E poi non sarebbe neanche la prima volta in Europa che qualcuno estendesse il pieno diritto di voto a dei cittadini nati altrove: è il caso, infatti, dei cittadini del Commowealth che possono votare nel paese dove siano legalmente residenti. Se lo fanno i sudditi di sua maestà perché non possiamo farlo noi?

Per raggiungere questi obiettivi, è necessario quindi spingere per una maggiore integrazione europea in un campo che è risultato piuttosto dimenticato dai nostri governanti: quello dei diritti civili.

In che maniera? Creando un corpus di diritti (elettorali) europei condiviso, inizialmente applicabile solo in quegli Stati che volontariamente decidessero di aderire a questa iniziativa (vedi alla voce: cooperazione rafforzata). Sarebbe un primo passo verso l’effettiva realizzazione di una ancora troppo nebulosa cittadinanza europea. Sancita a parole già nel 1992, a Maastricht, ma poi mai davvero rafforzata. Per dei paesi che condividono il loro destino politico ed economico da oltre 50 anni sarebbe forse il momento di fare un salto di qualità in questo senso.

Certo si tratterebbe di ordinare i termini della proposta. E di spingere affinché venga adottata. Partire da questioni come queste è l’aproccio vincente: si tratta di trovare una soluzione comune a problemi comuni. D’altra parte non sono gli Stati membri a dire che in sede europea bisogna essere più attenti alle spese? Beh, questo sarebbe proprio un primo modo per farlo.

Note
[*]Tutto questo avvicinerebbe anche il diritto di voto e il concetto di cittadinanza, interno all’Unione europea, alle teorie neo-istituzionaliste sull’Unione europea, di cui parlò per primo Marc Pollack nel 1996. Lo studioso americano sostiene, detto in forma simplificata, che, una volta create, le istituzioni dell’UE “assumono vita propria”, agendo come variabili indipendenti tra le preferenze e il potere degli Stati membri da un lato, e, dall’altro, gli esiti finali sulla governance europea.

Related links:
- Guida al diritto di voto + eleggibilità del cittadino UE (Elezioni Comunali & Europee)
- “Per un’Europa dei diritti” di Riccardo SpeziaiMille.org – Direttore Raoul Minetti

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