Milano e il suo nuovo arcivescovo

di Ivan Scalfarotto.

Chiesa di Sant'Ambrogio, Milano

Foto: Art History Images (Holly Hayes)

Ho fatto della laicità dello Stato uno dei punti fermi della mia battaglia politica eppure non ho mai considerato la Chiesa la principale responsabile delle difficoltà che si incontrano in Italia per mettere in piedi un’agenda dei diritti civili degna di questo nome. Ho sempre considerato che il problema fosse più l’ignavia e l’insipienza della politica italiana, incapace di mostrarsi con la schiena dritta davanti ad una Chiesa Cattolica (intesa nel senso del vertice della medesima) sempre più attiva e ficcante sulla scena politica. In altre parole, pur essendo nella maggior parte dei casi in disaccordo con un’istituzione che trovo retrograda, maschilista e paladina di una fede militante e marziale, credo che la Chiesa romana abbia tutto il diritto di dire e fare quello che crede: starebbe poi alla politica ricordare alla Curia che questo paese non è fatto solo di cattolici e che le leggi non dovrebbero mai obbligare i non cattolici a fare ciò che i cattolici, se convinti, dovrebbero essere capaci di fare anche senza essere costretti da una legge. Poi è chiaro, che entrare in una chiesa valdese e sentir parlare – come mi è successo domenica scorsa a Milano – il pastore Giuseppe Platone di un amore divino che abbraccia senza condanne e dita puntate e in sequenza vedere la pastora Anne Zell (sempre valdese, e per di più una donna) benedire una coppia di uomini, mi ha fatto venire in mente che quella scena rappresentava Cristo in modo molto più fedele di quanto faccia l’attuale pontefice con la sua fissazione per la vita sessuale delle persone (suoi fedeli e non). Ma sono la cosa più lontana da un teologo, la mia opinione in materia vale assolutamente zero ed è assolutamente probabile che non ne capisca niente per cui: ciccia.

Quello che però mi è chiaro è che a Milano, la mia città, la situazione nei rapporti tra Chiesa e politica è stato negli ultimi anni particolarissimo e in un certo modo inverso, rispetto a quello che era dato vedere sulle due sponde del Tevere. A far tempo dalla presidenza Ruini della CEI, la Chiesa a Roma è diventata sempre più interventista specie sul terreno dei valori e dei comportamenti privati dei cittadini (vedansi alcuni esempi preclari quali l’infausta legge sulla fecondazione medicalmente assistita e il prossimo obbrobrioso pasticcio sul testamento biologico con tutto il dibattito – incredibile per uno stato laico e democratico – sull’indisponibilità della vita) mentre la politica ha arrancato inseguendo e subendo le iniziative vaticane. A Milano, invece, due grandi arcivescovi quali Martini e Tettamanzi proiettavano il messaggio di una Chiesa attentissima ai temi sociali e tutta focalizzata a prendersi cura degli ultimi senza intromissioni nella vita politico-istituzionale della città, una strategia che non ha risparmiato al Cardinal Tettamanzi le rudi attenzioni di qualche invasato in camicia verde.

A questa attenzione per i deboli da parte della curia ambrosiana ha fatto da contraltare una politica cattolica militante che ha invaso la città con cura tentacolare. Da Formigoni in giù – nella politica ma anche nell’economia, nella finanza, nella sanità, nel mondo delle imprese – il potere milanese e lombardo è stato largamente caratterizzato dalla presenza capillare e potentissima di CL e della Compagnia delle Opere. La sostanziale simultaneità della nomina del nuovo arcivescovo Scola – noto per la sua vicinanza a Don Giussani, il fondatore di CL- con l’elezione di Giuliano Pisapia sembra rimettere in un certo qual senso le cose “a posto”, e a ristabilire la linea con Roma.  Sarà interessante vedere come si svilupperanno i rapporti tra Palazzo Marino e l’arcivescovado date le attese che la nuova giunta municipale ha creato, a cominciare dagli impegni del nuovo assessore alle politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, sui temi delle libertà civili e del riconoscimento delle coppie non coniugali, anche dello stesso sesso.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Davide Andriolo

    Giusto alcune cose al volo:
    - Il “cambio al vertice” non è dovuto all’elezione, in quanto a differenza del Papa i vescovi vanno in pensione.
    - Il caso ha voluto che questo cambio ricadesse in periodo elettorale, e qui sicuramente la Chiesa romana ha voluto aspettare per capire da che parte tirava il vento.
    - La scelta di Scola, in questo senso, pù che come “normalizzazione” si presenta come “bilanciamento” delle posizioni più progressiste che ha saputo esprimere la Chiesa ambrosiana, e questa è indubbiamente una mossa da peggior correntismo politico, per cui ad un’azione di una parte ne deve seguire una uguale e contraria per lasciar alla fine tutto com’era prima.
    - Per riuscire in una mossa del genere, che rinforza il già onnipresente potere ciellino nella città, non ci si è fatti problemi a spostare per la prima volta nella storia un vescovo da Venezia a Milano, mostrando implicitamente una superiorità della cattedra ambrosiana, prima diocesi del mondo per estensione, sul patriarcato di Venezia, creando un “caso diplomatico” interno alla Chiesa per una stupida mossa politica, tra l’altro con un vescovo che data la sua età non durerà molto più del quinquennio del nuovo sindaco.

    Però, dato che a pensar male si fa peccato, proviamo a guardare al passato e sperare in positivo: Martini al suo arrivo venne criticato in quanto giovane sconosciuto, accusato di essere un burattino di Roma; Tettamanzi era ed è ancora appartenente a una corrente più “conservatrice” all’interno della Chiesa, ma questo non gli ha impedito di dire cose assolutamente di normale buonsenso, ma che risultano “rivoluzionarie” di fronte alla barbarie leghista.
    Forse Milano, nel suo avere rispetto ad altre città italiane un respiro europeo, è in grado di cambiare chi ci abita. O, almeno, è quello che si spera.

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