L’Unità e i problemi della stampa italiana

di Stefano Minguzzi.

foto: Andrea Nissolino

In queste ultime ore si sta diffondendo online la voce di un avvicendamento alla direzione dello storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci, l’Unità. Concita De Gregorio, voluta da Soru e Veltroni per rilanciare la testata e accompagnare la crescita del PD, verrebbe sostituita per assicurare una linea più vicina a quella della segreteria Bersani. Ufficialmente le si imputerebbe anche il calo di vendite. La questione ha mandato in fibrillazione la rete, come già successo per la Perina al Secolo d’Italia e Luna a Wired. Superato il dispiacere personale è però necessario capire bene quale sia l’attuale situazione dell’editoria italiana e in particolar modo quella dei quotidiani.

Il quadro è fosco, l’editoria mondiale è in difficoltà e quella italiana boccheggia. Nel 2010 si sono persi 280 mila lettori di scendendo sotto i 5 milioni e mezzo di lettori complessivi. Peggio ancora va ai mensili: -860 mila fermandosi sotto quota 13 milioni. Il mercato: dagli anni ’80 ad oggi l’istruzione degli italiani non è cresciuta di molto (vedi Tullio De Mauro) e l’avvento di internet ha ridotto semmai la propensione a leggere i o ancor di più i settimanali e i mensili.

Se andiamo a vedere la banale classifica delle testate Il Corriere della Sera resta il primo quotidiano, tallonato da La , Gazzetta dello Sport, La e Il , ma è una gara a chi perde di meno. La testata di via Solferino perde quasi 100mila copie in più di Repubblica nel 2010 riducendo a poco più di 40mila copie il distacco. Salvo qualche eccezione locale (Nord o Sud fa poca differenza) gli unici che registrano un segno più sono Avvenire (+0,6%) e Italia Oggi (+2,5%). Cali a due cifre per l’Unità (-16,5% torna a 44mila copie), Il SecoloXIX (-15%) e  Il Giorno (-10%).

Se non sorprende il risultato della “rosea” stupisce favorevolmente l’exploit di LaStampa e Sole24ore, due quotidiani con una marcata linea in economia e politica: probabilmente l’effetto della continua erosione dei lettori comuni favorisce le testate di nicchia. Va però rilevato che la linea di Riotta al quotidiano di Confindustria è stata rigettata dalla redazione e ora è in atto una sorta di restaurazione editoriale a opera del nuovo direttore Napoletano.

Se andiamo a vedere il colore politico della stampa quotidiana per il 2010 vediamo che a destra le testate tengono: Il chiude sostanzialmente stabile a poco più di 180 mila copie (-0,6%), Libero in flessione a 105 mila copie (-7,4%) e chiude ad anni luce Il Tempo con le sue 44 mila copie (-0,4%). A invece la situazione è più complessa: l’Unità subisce un tracollo (-16,5%), così come Il Manifesto ormai sotto le 20 mila copie (-13,3%), ma d’altronde Il Fatto tocca le 78 mila copie rubando molto delle perdita delle due testate storiche. Sostanzialmente il di è stato il fatto nuovo di un in crisi ed ha fatto concorrenza alle altre testate cugine, probabilmente anche a Repubblica stessa.

Al di là delle mille ricette e dei mille ritardi della nostra stampa quotidiana è probabile che una riduzione delle testate favorirebbe soprattutto i giornali di nicchia o politici (nulla si sa di Foglio, Riformista e Europa, ma non si va lontano dal vero se li si colloca tutte insieme sotto le 5 mila copie).

Nielsen stima che nel 2011 per la prima volta la pubblicità online supererà quella su quotidiani e riviste. Non la crescita, ma il totale. Se questi sono i numeri non ha senso tenere in piedi la stessa organizzazione e gli stessi costi dell’editoria cartacea. E il problema sta proprio qui: fino a ieri il era una professione, corporativa, ma fortemente codificata. Oggi l’avvento di internet, soprattutto nella sua versione 2.0, ha sfondato i confini tra giornalisti professionisti, pubblicisti, apprendisti e blogger. Anzi, spesso il blog di un esperto diventa la fonte delle testate. Perché pagare per leggere una notizia di seconda mano?

La crisi del giornalismo apre scenari anche inquietanti: insieme ai posti di lavoro perderemo anche deontologia e codici di comportamento. Negli ultimi anni è fitto di interventi il dibattito sulle junknews che “tirano” online (le famigerate colonne destre dei siti di informazioni), lo scarso controllo delle fonti, la scarsa originalità degli articoli frutto sempre più di copia&incolla. Gran parte del successo de Il Fatto, di Libero, de Il Giornale è sbattere il mostro in prima pagina, insultarlo, ridicolizzarlo, denunciarlo. E’ la versione italiana di quella stampa popolare che in Gran Bretagna la fa da padrona. Da noi cambia temi e formati, ma i toni rimangono quelli.

Qualcuno, anche in Italia, sta tentando strade diverse e innovative. Mi permetto di segnalarne qualcuno:

  1. LaStampa, ha seguito la strada meno di rottura, ma comunque interessante: una versione iPad curata e diversa dalla versine cartacea;
  2. Il Sole24ore sta seguendo una via più coraggiosa: forte dei contenuti di livello assoluto, si sono concentrati sul restyling del sito in chiave 2.0, il rilascio di sottositi e di un network di blog (nova100) e ora una rivoluzionaria App per iPhone (a quando Android?);
  3. Lettera43 o IlPost invece tentanto la via del solo digitale: testate nate online a metà tra l’aggregatore di blog online e il quotidiano tradizionale aggiornato in tempo reale (come è da anni Repubblica.it). E’ la strada che stiamo tentando noi di iMille magazine.

Sono solo alcuni esempi di chi si sta muovendo per tempo. E’ evidente che altri aspetti chiave per imprese culturali come quelle editoriali sono la traduzione in inglese per uscire dall’orticello dell’italiano, la predisposizione per il mobile, la capacità di incrociare i testi, all’infografica, all’audio e soprattutto al video. Nonostante tutto però non bisogna immaginare che è un muro da scalare e poi si riprende come prima. Guardiamo al Guardian, storica testata della sinistra laburista, quotidiano ricco di supplementi, inserti (e pubblicità) con un sito online assolutamente di riferimento per chi si occupa di informazione online: perde 33 milioni di sterline l’anno (marzo 2011), perché l’edizione cartacea brucia troppe risorse.

Mi piacerebbe trovare un unico responsabile a questa situazione, ma non è così facile. La verità è che molte testate editoriali sono campate finora sotto l’ombrello del fondo per l’editoria, tra loro soprattutto cooperative giornalistiche e giornali di partito. Una volta che il fondo viene tolto non sussistono più le basi per sopravvivere. Questo è un errore madornale di lungimiranza. Il pluralismo non può essere così smaccatamente messo in discussione da un semplice taglio economico. Era doveroso per tutte queste testate mettersi in sicurezza, magari ripensando il proprio rapporto con la pubblicità, con gli abbonamenti (penalizzati da un sistema postale penoso) e con le altre testata. L’idea che il pluralismo sia garantito soltanto con 1000 microtestate è tutta da dimostrare.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. uqbal

    Articolo molto interessante ed analitico.

    Sulla deontologia sarei forse meno pessimistico. Le junknews arrivano in realtà anche sui giornali con molta facilità (ne ha scritto Sofri: http://www.wittgenstein.it/2011/04/29/eco-bufale/).

    A meno che non buttiamo tutto ai pesci, dopo un periodo selvaggio ci si dovrebbe attestare su una nuova deontologia che dia qualche sicurezza: un sistema completamente fuori controllo e dilettantistico si autodistrugge, semplicemente.

    Visto che ho già citato Sofri, vale la pena di sottolineare che al Post il fact-checking lo fanno, e anche i lettori intervengono spesso con acribia.

    Sul finanziamento all’editoria, io sarei anche più duro: è vero che il pluralismo è importante, ma un finanziamento politico è una forma di dipendenza non di indipendenza.

    E la storia stessa dell’Unità in questi giorni lo conferma: se si vuole un sistema impermeabile alle pressioni, non è il caso di affidare i giornali ai politici-imprenditori (tengo a precisare che non ho nulla contro Soru). Ma la mia impressione è che la gente preferisca il gossip ad un’analisi di ampio respiro. Quindi ancor di più tanto di cappello a quest’articolo, che va nella direzione giusta.

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