La difficile sfida della crisi greca

di Alessandro Giovannini.

Courtesy of © Jonh Trever 2010 - ABQ JournaL

Oramai più di un anno fa, precisamente il 2 maggio 2010, iniziava ufficialmente la crisi del debito greco: il premier Papandreou annunciava di aver concluso un accordo con l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale per “evitare la bancarotta del Paese”. Ma se ancora oggi il Finacial Times titola “Nuove paure sul salvataggio greco” e si discute su come evitare il default del paese vuol dire che qualcosa non è andato come previsto.

La storia del debito greco

Quando nel 2000 la Grecia entrò ufficialmente nell’Euro (con un anno di ritardo rispetto agli altri undici membri) aveva il terzo debito più grande dell’Eurozona rispetto al Pil (104%), preceduta solo dal Belgio (107%) e dell’Italia (109%). L’ingresso nell’Eurozona rappresentò per le finanze pubbliche elleniche un evento straordinario perché permise di finanziare il proprio debito pubblico con tassi d’interesse bassissimi: il mercato, infatti, considerava la solvibilità dello Stato ellenico alla pari di quella della Germania, anche se quest’ultima aveva un rapporto Debito/Pil pari solamente al 64%. Per anni, quindi, nessuno fu interessato ad analizzare se il debito greco fosse sostenibile, poiché il mercato stesso lo stava riconoscendo come tale.

elaborazione dell'autore su dati AMECO database, 2011

In effetti, si ricominciò a parlare di debito greco solo alla fine del 2009, quando il Governo ammise di aver truccato i conti pubblici e che il deficit per quell’anno non ammontava al 3,7% del Pil, quanto piuttosto al 15,4%. Gli investitori restarono basiti: all’inizio del 2010 le paure di un potenziale default iniziarono così ad aumentare, determinando un rigetto nei confronti del debito greco, il che si riflesse immediatamente in un’impennata del costo del suo finanziamento. Con la scoperta del trucco sulle statistiche l’attenzione di tutti gli economisti europei si focalizzò su quel paese, da sempre considerato il più debole della zona Euro. In effetti, i cosiddetti fundemantal mostravano che, dopo tanti anni, la situazione greca non era cambiata di molto: una crescita del Prodotto Interno Lordo negativa pari al 2%, al contrario di un debito pubblico in continua crescita arrivato oramai al 127% del Pil, un disavanzo di bilancio pari al 12%, una posizione debitoria verso l’estero pari al 200% e un deficit di parte corrente pari al 7% del Pil.

Il piano di salvataggio europeo

Il problema per l’Unione Europea nacque nel 2010 quando i mercati finanziari iniziarono a considerare rischiosi non solo i titoli greci, ma anche quelli del debito pubblico di Paesi come Irlanda, Portogallo e Spagna (da cui l’infelice acronimo PIGS). Si iniziò perfino a parlare di “fine dell’Euro”. La UE quindi di prendere serie misure per difendere la credibilità della moneta unica, mostrando di essere pronta a tutto pur di evitare che la Grecia potesse dichiarare il fallimento. Con l’appoggio del FMI varò un piano triennale di salvataggio pari a 110mld di Euro (il 48% del Pil greco), finanziato per 30mld da un prestito di quest’ultimo e per i restanti 80 da accordi bilaterali con il paesi dell’Eurozona. Ovviamente, non si trattava di un prestito di favore, sebbene il tasso d’interesse fosse ben inferiore a quello di mercato: la Grecia doveva, infatti, impegnarsi in un piano di risanamento che portasse il deficit pubblico a ridursi al 9,6% del Pil nel 2010 al 7,5% nel 2011 per poi puntare ad un avanzo primario nel 2012.

Come raggiungere questo ambizioso obiettivo? Attraverso un piano di austerità senza precedenti (limite agli stipendi pubblici, taglio delle pensioni, incremento dell’IVA e di altre tasse, etc.) e un piano straordinario di privatizzazioni, per portare il numero di aziende controllate dallo Stato ellenico da 6000 a 2000. Il messaggio che l’Europa voleva mandare ai mercati era chiaro: con un progetto credibile di medio termine, l’Unione avrebbe salvato la Grecia, assicurando la stabilità dell’Euro e dell’intera economia europea, e sarebbe stata disposta a fare altrettanto per qualsiasi altro paese europeo in difficoltà. Si trattava, dunque, di una questione prima di tutto di principio più che sostanziale: l’economia greca rappresenta, infatti, solo il 2,5% del Pil dell’Eurozona. L’unico vero rischio economico è rappresentato dall’elevata esposizione delle banche tedesche e francesi nei confronti della Grecia: un’eventuale crisi non rimarrebbe, infatti, circoscritta alla penisola ellenica, ma si potrebbe velocemente propagare al cuore dell’Europa, indebolendo il settore bancario e mettendo a rischio la debole ripresa economica in corso.

La necessità di nuove soluzioni al problema

Oggi si scopre che il piano da 110mld EU-FMI non è abbastanza per la Grecia. In realtà non lo è mai stato: il piano originale, infatti, mostrava che la Grecia avrebbe avuto bisogno nel prossimo triennio di 53mld per coprire il deficit, 88mld per ripagare i debiti esistenti e 10mld per rafforzare le banche, per un totale di 151mld: per ottenere gli altri 41mld la Grecia avrebbe dovuto ricorrere ai mercati privati nel 2012. Purtroppo, con il passare del tempo i numeri sono peggiorati, poiché il fabbisogno per il deficit è cresciuto di ulteriori 5mld, le privatizzazioni non hanno ancora portato gli effetti sperati e l’accesso ai mercati è divenuto impossibile: a seguito del nuovo giudizio assegnato lunedì scorso dall’agenzia di rating  S&P (CCC, a solo quattro gradini di distanza dal default), il debito greco è divenuto il peggiore al mondo, addirittura più rischioso di quello dell’Ecuador, della Jamaica, del Pakistan e di Grenada, e il tasso d’interesse chiesto dal mercato per i titoli decennali è schizzato al 17%, chiaramente un valore insostenibile.

Come uscire, allora, da questa situazione? Ecco le quattro principali opzioni, alcune più probabili di altre:

1- Wait and hope: consiste semplicemente nel rifornire la Grecia con  soldi freschi e continuare con politica seguita nell’ultimo anno, sostenendo che si tratti solo di una crisi di liquidità e non di solvibilità. Il meccanismo creato dall’Europa per fronteggiare la crisi del debito sovrano europeo (EFSF) potrebbe staccare un nuovo assegno ed andare a colmare il gap molto velocemente, permettendo di ripagare anche i 35mld di debiti in scadenza nel 2012. Ovviamente, tale soluzione non modificherebbe gli elementi strutturali del problema, continuando semplicemente a posporre la ricerca di una soluzione definitiva e soprattutto risulterebbe politicamente impopolare: i contribuenti dell’eurozona, infatti, starebbero prestando soldi alla Grecia, gravandosi di un rischio molto alto, per ripagare i debiti che quest’ultima ha accumulato verso i debitori privati, principalmente le banche, che a quel punto sarebbero al riparo da ogni pericolo.

2- Soft-restructuring: anche se sul tavolo al momento ci sono differenti varianti di rideterminazione delle scadenze del debito, alcune meno coercitive di altre, la domanda rimane la stessa: può una ristrutturazione del debito essere soft? Certamente una più grande insolvenza domani sarebbe più costosa di una piccola insolvenza oggi. Questa opzione non prevede, infatti, una mancanza di pagamento e quindi un default (sebbene questa sia una semplificazione, è meglio non entrare troppo nelle tecnicità): vorrebbe solo dire che invece di ripagare le banche domani (più precisamente tutti i debiti fino al 2014), queste ultime accettano di essere ripagate tra sette anni, sottoscrivendo nuovamente il debito greco. Anche questa opzione non permetterebbe di alleviare il peso del debito, ma semplicemente di spostarlo un po’ più in là, non attaccando la radice del problema e non assicurando nuove prospettive di crescita. Avrebbe però il vantaggio, squisitamente politico, di posporre la risoluzione del problema dopo il 2013, cioè dopo le elezioni politiche in molti paesi europei (primi fra tutti Germania e Francia), evitando così di prendere ora decisioni che potrebbero compromettere la rielezione dei governi in carica. 

3- Haircut: molti economisti non ritengono che la Grecia possa ripagare un debito in continua crescita e attualmente pari 351mld di Euro. Dunque, la scelta di un taglio netto del suo valore sarebbe l’unica in grado di riportarlo a dei livelli sostenibili e lasciar così spazio alla crescita economica. Questa scelta comporterebbe, però, un “effetto panico” nei confronti degli altri debiti europei a rischio: chi sarebbe, cioè, in grado di assicurare che tale evento non si riproporrebbe anche per Portogallo ed Irlanda dopo che la Banca Centrale Europea aveva implicitamente assicurato dal 2002 che tutti i titoli di Stato erano senza rischio? Al momento, inoltre, nessuno sa quali sarebbero gli effetti un taglio di circa il 40% del valore del debito sulle banche europee e la precauzione, viste le precarie condizioni dell’economia europea, è d’obbligo. Bisogna notare, inoltre, che questa opzione necessiterebbe comunque di un piano d’aiuto ulteriore da parte dell’Europa, poiché, dopo il default, la Grecia non potrebbe accedere ai mercati per lungo tempo per finanziare il proprio deficit e difficilmente riuscirebbe a raggiungere un avanzo primario del 4% che permetterebbe di non far esplodere nuovamente il debito.

4- Bye bye Euro: come già evidenziato, al momento la Grecia possiede uno dei più grandi deficit commerciali  dell’Eurozona. Poiché l’economia interna è completamente stagnante, l’unico modo per far ripartire la crescita è attraverso la domanda estera: per far si che le esportazioni eccedano le importazioni, è necessario, dunque, rendere le merci elleniche più competitive, abbassandone il prezzo. Purtroppo, la Grecia non può stampare moneta per svalutare il proprio cambio, poiché la pressa è saldamente nelle mani della BCE. Alcuni economisti ritengono, quindi, che se la Grecia lasciasse l’Euro, riappropriandosi dello strumento della politica monetaria, potrebbe forse conseguire la crescita economica che l’Argentina sperimentò a partire dal 2002, quando dichiarò bancarotta e sganciò la propria moneta dal Dollaro, lasciando spazio ad una forte svalutazione del Peso. C’è chi considera questa opzione un suicidio per la Grecia: anche se nel 2001 la maggior parte degli economisti diceva lo stesso per l’Argentina, questa opzione è comunque impraticabile e soprattutto neanche teorizzabile data la mancanza di una guida politica forte in Grecia, elemento indispensabile per prendere una misura così drastica.

Il prossimo futuro della Grecia

Nei prossimi giorni sapremo la risposta che l’Europa darà al problema. I ministri europei delle finanze lo scorso lunedì si sono espressi a favore della seconda opzione, una ristrutturazione soft, lasciando intendere di essere disposti ad ulteriori aiuti europei per 20mld di Euro e a coinvolgere i privati nella gestione della crisi. La BCE ha però fatto chiaramente intendere di essere contraria ad un’opzione che obbligasse le banche a sottoscrivere nuovamente il debito, poiché essa verrebbe giudicata, molto probabilmente, come un default dai mercati, il che renderebbe i titoli di Stato greci inutilizzabili nelle operazioni di politica monetaria. Ma, soprattutto, la dichiarazione di selected default mostrerebbe ai mercati che la promessa che nessun debito dell’Eurozona sarebbe stato ristrutturato non è stata mantenuta e che quindi la stessa sorte potrebbe verificarsi anche per gli altri debiti considerati a rischio. Il 17 giugno è infine previsto l’incontro decisivo tra il cancelliere tedesco, Angela Merkel, e il presidente francese, Nicolas Sarkozy, in cui si discuterà quanto i loro Paesi sono pronti a compromettere i propri sistemi bancari, e quanto questi ultimi sono pronti a fare la propria parte in modo “volontario” nel piano di salvataggio greco.

La risposta dalla UE sarà capace questa volta di chiudere definitivamente la crisi greca? Difficile offrire una previsione, ma la paura che i leader europei vogliano rimandare ancora ad un nuovo domani le misure drastiche necessarie per una sua completa risoluzione, si fa sempre più strada.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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