L’UE deve riformare l’istituto della presidenza

di Federico Martire e Filippo de Agostini.

Unione europea

Foto: informatique

Si avvicina la fine del semestre di presidenza ungherese del Consiglio dell’Unione europea: il primo luglio, infatti, il primo ministro magiaro Viktor Orban passerà la mano al collega Donald Tusk per l’avvio dei primi sei mesi di presidenza polacca.

Bene, a questo punto proviamo a lanciare una sfida: alzi la mano – anzi, posti un commento – qualcuno che ricordi (senza ricorrere a Google, mi raccomando) un atto, un gesto, un’iniziativa politica della presidenza ungherese. O anche del precedente semestre belga. O dei primi sei mesi del 2010, guidati dalla Spagna. Ora, siamo sicuro che tra i preparatissimi lettori de iMille qualcuno che sappia vincere la mia sfida c’è, ma non credo di sbagliarmi nell’asserire che rappresentano un’esigua minoranza. E questo non per ignoranza degli altri o per scarsa informazione in merito alle iniziative della presidenza, ma proprio perché, in concreto, non è stato prodotto nulla di rilevante che valga la pena ricordare ai posteri. E questo non per incapacità o indolenza di Viktor Orban: la verità è che, salvo qualche rara eccezione (in senso positivo o negativo), oramai nessuno ricorda preccoché nulla delle maggior parte delle presidenze semestrali dell’Unione Europea. Viene pertanto da chiedersi: al giorno d’oggi,  ha ancora un senso mantenere in piedi il sistema di presidenza rotativa del Consiglio europeo? La risposta, presumibilmente, è no.

Non ha senso perché l’attuale composizione istituzionale dell’UE derivante dal Trattato di Lisbona, che pure favorisce il sistema intergovernativo, ha fortemente indebolito il ruolo della presidenza, soprattutto dopo averle affiancato il Presidente del Consiglio europeo – attualmente il belga Hermann Van Rompuy – che, di fatto, regge le riunioni e traccia, nei limiti del possibile, le linee-guida del Consiglio sotto la sua “reggenza”.

Non ha senso perché la possibilità di influire sull’agenda europea da parte della presidenza semestrale è praticamente nulla, e questo non solo per la presenza del Presidente del Consiglio dell’UE, ma anche per l’evidente predominanza di alcuni Stati membri rispetto agli altri.

Non ha senso perché non fa altro che creare un’ulteriore sovrastruttura che i cittadini neppure conoscono (o conoscono marginalmente), che i partner internazionali non comprendono (Tre presidenti [includendo quello della Commissione, ndr] con cui dialogare!?,  potrebbe essere il probabile commento di Barack Obama o di un qualsiasi altro capo di stato straniero) e che i leader europei sostanzialmente ignorano, continuando a fare i propri interessi tanto in seno al Consiglio dell’UE quanto a livello di strutture informali di lobby.

Non ha senso, oltretutto, perché costa molti soldi in creazione di strutture amministrative e gestionali da parte dello Stato membro interessato, in trasferte per riunioni da svolgersi nel paese che detiene la presidenza, nonché in termini di risorse umane che – con tutto il rispetto – potrebbero essere destinate a ben più proficue iniziative.

Oltremodo, è ipotizzabile che il detenere la presidenza del Consiglio dell’UE non avvantaggia, bensì sfavorisce lo Stato interessato: questo perché la presidenza è, nella prassi, interpretata come una posizione superpartes, e, pertanto, il presidente di turno non può esercitare la propria attività di lobby e influenza della decisione comunitaria così come lo farebbe in altre circostanze, fatto che, evidentemente, limita l’azione politica e amministrativa dello Stato membro interessato. E’ il caso, giusto per fare un esempio, dell’Ungheria stessa: a seguito dell’adozione di una legge-bavaglio nei confronti della stampa nazionale, il governo di Orban ha subito dapprima i rimbrotti formali di Parlamento e Commissione, e poi anche una procedura di sanzione da parte della CE, proprio durante la propria presidenza del Consiglio dell’UE. Orban, obbligato all’aplomb istituzionale dalla posizione che ricopriva, ha accettato l’avvio della procedura senza colpo ferire: c’è da credere che in una posizione di minore visibilità avrebbe difeso il proprio provvedimento con toni più accesi.

Quest’ultimo fattore è ulteriormente visibile e gravoso per lo SM che gestisce la presidenza che si trovi in una situazione economico-politica critica, così com’è stato per l’ultimo anno e mezzo: il Trio di Presidenza ha preso avvio a inizio 2010 con la Spagna, in piena tempesta economico-finanziaria, per seguire poi con il Belgio, detentore del record mondiale di assenza di governo, per concludersi attualmente con l’Ungheria, paese attraversato da una forte ondata xenofoba e antieuropea. Tutti elementi che indeboliscono ancor di più il ruolo della Presidenza del Consiglio dell’UE.

Infine, va sottolineato che una presidenza rotante della durata di appena sei mesi permetteva forse di raggiungere compromessi importanti quando l’Europa era composta da 12 o 15 Stati, ma ora, nell’UE a 27, è sempre più difficile, se non pressoché impossibile, in un periodo di tempo così limitato. Sei mesi sono decisamente troppo pochi per potere incidere davvero sulle politiche dell’Unione (tanto più se pensiamo che i governi nazionali, che ora difendono questo sistema, sono gli stessi che spesso si lamentano di avere a disposizione “solo” quattro o cinque anni di legislatura…).

Ciononostante, nessun leader europeo ha mai speso una parola per promuovere l’abolizione di questa istituzione, tant’è vero che la macchina segue ininterottamente il suo corso e la rotazione della presidenza e del Trio sono già stati fissati sino al 2020, anno di conclusione dell’attuale Strategia di crescita dell’UE. Vien da chiedersi, perché? Che cosa c’è di tanto attrattivo e irrinunciabile nella presidenza di turno del Consiglio dell’UE? Che cosa rende il suddetto sistema di presidenza così indispensabile, agli occhi dei decision makers europei? Possiamo ipotizzare le seguenti risposte:

1.         Egocentrismo dei leader politici, conosciuto più dottamente come libido dominandi. Sei mesi di presidenza del Consiglio dell’UE significano sei mesi di grande visibilità interna, di possibilità di risplendere a livello politico enunciando i ‘grandi risultati del governo’ senza molto contrasto da parte delle opposizioni, nonché di creazione di reti di contatti personali e informali che in politica fanno sempre comodo.

2.         Volontà degli Stati membri di mantenere il proprio status quo di leader dell’Unione europea. Mi spiego meglio: abbiamo già avuto modo di scrivere nell’ambito dello speciale “Dove va il barcone Europa?”, come l’attuale concezione intergovernativa dell’UE favorisca il ruolo del Consiglio rispetto a quello delle altre istituzioni, concedendogli poteri – formali e informali – in grado di mettere gli SM in condizione di controllare ogni (o quasi) decisione comunitaria. L’abolizione della presidenza rotativa rappresenterebbe un mero passaggio formale e andrebbe a favore della governabilità dell’UE e degli SM stessi, ma soprattutto significherebbe, dal punto di vista dei governi statali, una concessione alle istituzioni comuni eccessiva, una perdita di potere che – specie in tempi di ritorno al protezionismo come quelli che stiamo vivendo adesso – non si può accettare.

Eppure, un minimo passo indietro da parte degli SM significherebbe un gigantesco avanzamento nella struttura della ‘casa comune europea’ tanto in termini di visibilità, comprensione e appoggio interni ed esterni, quanto rispetto alla governabilità del Consiglio stesso, i cui equilibri interni sono già piuttosto chiari senza necessità di presidenze a rotazione. L’impressione è che però, purtroppo, l’attuale condizione politico-economica dell’UE renda impossibile che gli Stati membri ipotizzino questa mossa, anche in considerazione del fatto che molte delle prossime presidenze da qui al 2020 competeranno ai governi di quell’EU-12 che si è unita all’Unione tra il 2004 e il 2007, composta da paesi che mai hanno guidato il Consiglio e che, quindi, difficilmente rinunceranno all’opportunità.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. Sono d’accordissimo su tutto, solo un appunto, non credo nella motivazione: “tre presidenti, con chi parlo?”. Molto semplicemente devono essere gli altri ad adattarsi al nostro sistema rappresentativo e non viceversa, gli indiani d’America avevano un sistema di potere diffuso molto complesso, che gli occidentali non capivano, ma ciò non significa che abbia funzionato benissimo anche dopo il loro arrivo, quando per semplificare nominarono capi, re e imperatori per la comodità di noi europei, che in realtà erano fantocci di consigli che prendevano decisioni in gruppo.

  2. Federico Martire Federico Martire

    Alan, anzitutto grazie del commento.
    Perdonami, però la comparazione con gli indiani d’America è un po’ forzata: mettere a fianco l’UE di oggi con i pellerossa di qualche secolo fa non ha molto senso, a mio avviso.
    In merito alla tua osservazione, proviamo a metterci nei panni di un leader straniero: al momento di dialogare con l’UE – un partner strategico in molti campi (commercio, pol. estera, energia, industria, etc.) – un capo di stato o di governo non UE si trova a dover parlare sempre con un cerbero con le teste di Barroso, Van Rompuy e del presidente di turno. E le competenze dei tre spesso sono in sovrapposizione: quindi, a chi fare affidamento? chi bisogna contattare prima per discutere dei rapporti commerciali con la Cina, piuttosto che della crisi libica? Fossi Obama, mi troverei in imbarazzo, e probabilmente farei come lui: taglierei la testa al toro e parlerei direttamente con Cameron, Sarkozy e Merkel. Se poi avanza tempo, dò un colpo di telefono anche a Bruxelles.
    Ecco, in questa maniera chi continua a tirare le redini dell’UE è sempre l’asse franco-tedesco, e i tre presidenti di Commissione e Consiglio sono poco più che fantocci che ratificano le decisioni di Angela e Nicholas. Una presidenza del Consiglio unica (senza presidenza rotativa) e della Commissione chiaramente separate (ma soggette a crosschecked control, come in una federazione) con competenze differenziate renderebbe più facile non solo la governance interna dell’UE, ma anche i rapporti con i partner stranieri che saprebbero più facilmente con chi dialogare, comprendendo meglio il nostro sistema. Perché la verità è, come dicevo poco sopra, che Obama&co. non considerano né Barroso né Van Rompuy (non parliamo della Ashton) come interlocutori credibili, continuando a dialogare con i leader degli SM, indebolendo la casa comune europea.

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