di Davide Andriolo.
I commenti dei giornali, oggi, sembrano unanimi: ha perso Berlusconi ma la vittoria non è ascrivibile all’opposizione.
La vittoria è del Popolo della Rete. Ma è davvero così?
Con circa il 50% di italiani dotati di una connessione, probabilmente questo popolo internettaro è sempre più vicino a quello che alcuni definiscono il “popolo reale”, di cui è un sottoinsieme e con cui è in contatto attraverso altri legami sociali: la battuta su twitter viene ripetuta al bar e in ufficio, e si diffonde anche fra chi non sa accendere un computer.
Di questo “popolo reale”, però, quello della rete condivide pregi e difetti.
Dire che ha vinto “la rete” è molto generico. In rete c’è chi ha tentato di approfondire e chi si è affidato a slogan, chi ha creato attenzione col sorriso e chi con la paura, chi ha fatto un Like su Facebook e retwittato una battuta divertente e chi ha provato ad analizzare noiosamente numeri e dati.
Il mio timore è proprio che sui temi referendari paure e semplificazioni eccessive abbiano avuto la meglio. Semplificazioni collettive e per questo “democratiche”, dicono alcuni. Di approfondimento, però, esclusi alcuni blog e giornali online, se ne è visto poco.
La cosa è forse naturale, trattandosi di quesiti molto tecnici che andavano spiegati al grande pubblico, tanto che anche il più grande partito d’opposizione ha ceduto alla logica dei 4 Sì andando contro le sue stesse proposte parlamentari. E i risultati, almeno per ora, danno ragione al suo segretario.
Andando però fuori dai giochi politici c’è una triste prova che la rete, quando presenta numeri e approfondimenti, non “tira”.
Il secondo quesito sull’acqua è un caso eclatante.
In molti blog rappresentativi della blogosfera italiana e in alcuni giornali online, da persone assolutamente in buona fede (tanto da andare a votare no, pur sapendo di contribuire al quorum), si leggevano razionalissimi inviti a non votare SI per non causare il caos che ora potrebbe accadere nei comuni che dovranno ricomprare le loro quote, caos che potrà essere evitato solo se passa la proposta di legge del PD, che – andando parzialmente contro al risultato referendario – reintrodurrebbe la remunerazione.
Tali analisi sono state ignorate o sbeffeggiate. Ancora oggi Grillo liquida col solito giochino del PD meno L la proposta che Bersani vuole fare in Parlamento.
Il risultato è che quel quesito, sull’onda della paura di innalzamento delle tariffe e di evidenti bugie (emblematica quella sul 7%), ha avuto il quorum maggiore e la minore quantità di NO.
In sostanza ci sono più persone che dicono “i privati non devono guadagnare” (e dunque, in sostanza, non devono esserci) di quanti dicano “i comuni non devono essere obbligati a fare gare per affidare il servizio ai privati”.
Quasi 200’000 persone (la differenza fra i due sì, e la stima è per difetto perché esclude chi ha fatto la scelta contraria) dicono contemporaneamente “No ai privati” e “I comuni devono affidargli il servizio”.
Persone che (letta davvero in rete) dicono cose come “I privati possono esserci ma non possono guadagnare”.
La disinformazione non passa solo dalla TV, e per il futuro sarà bene tenerne conto.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Davide, bellissimo post.
Ma c’è una questione che non mi trova d’accordo: quella della semplificazione degli slogan, come fosse un prodotto della comunicazione “perfida” dei refendari in malafede. In realtà qualsiasi narrazione politica è fatta a strati.
se uno tira fuori come frasi chiave della propria comunicazione politica “Yes we can” o “This is the moment”… In linea di massima, potrei dire che sono issues furbe ma anche abbastanza vuote.
Ti faccio un esempio che ti so caro
Ma se le rapporto alla campagna di Barack Obama, a come quelle frasi interpretavano “lo spirito del tempo”, a come sintetizzavano il senso di un percorso che c’era dietro, mi dico allora che quegli slogan erano straordinari per la loro portata.
Criticare i referendari perché hanno trovato messaggi semplici ed efficaci, come se avvessero gridato “al nuovo miracolo italiano” mi sembra esagerato. Anche se comprendo le difficoltà di un Renzi, o di qualunque sindaco di fronte ai problemi che il risultato porta dentro l’attività dei comuni, mi sembra che continuiamo a guardare il dito e non la luna, magari perché non ci piace l’idea di paese che viene fuori dalle urne.
Le persone che hanno votato, hanno indicato quali sono i loro valori e le loro priorità. Sta ora al legislatore trovare le tecnicalità per armonizzare e dare attuazione a questi valori nelle pratiche di governo, nel quadro legislativo, nella vita pubblica e amministrativa. Ma non è in fondo questo uno dei compiti più nobili della politica?
Marco, non è la semplificazione a preoccuparmi. Se, come premesso, la rete va pian piano a coincidere con la società, si porterà della società pregi e difetti. Quelli che credevano a qualcosa perché “l’ha detto la TV” probabilmente continueranno a non approfondire e a far girare slogan su Facebook, quelli che prima si mettevano a studiare avranno invece strumenti in più per farlo.
La maggioranza è per l’acqua pubblica? Lo sono tutti in realtà, ma si è voluta alimentare una divisione che non c’era, raccontando anche falsità (7% di guadagni garantiti strappati in bolletta dalle tasche dei consumatori).
Il dato che però mi stupisce di più è quello che presento nell’articolo.
Il voto per due SI ha senso in ottica statalista.
Quello con due NO (o astensione) idem, in ottica iperliberista e filogovernativa.
Il voto con un SI (non vogliamo obbligare i comuni a dare la gestione ai privati) e un NO (se però il comune lo sceglie, perché nel suo caso va bene, lasciamolo fare e incentiviamo gli investimenti) è una mediazione.
I SI al primo quesito però sono quasi 200’000 in meno di quelli al secondo. Persone che nel secondo escludono i guadagni (e dunque i privati) ma al contempo dicono che i comuni sono obbligati a fare gare per affidare la gestione ai privati. Penso ammetti anche tu che non ha senso.
Almeno questi 200’000 (e chissà quanti altri sui due SI) sono stati traviati da una propaganda di basso livello e terrorizzati dalla minaccia di aumenti in bolletta ma al tempo stesso restavano convinti che affidare la gestione tramite gara sia una bella cosa. Ma chi partecipa alla gara, senza guadagni?
Davide, “l’ha detto la rete” esiste già, lo sai meglio di me. Non dovevamo aspettare la campagna di comunicazione dei referendum per accorgercene.
Sono ormai anni che i media sono pieni di inesattezze e panzane ricavate da “notizie che non lo erano”, come direbbe il buon Sofri. Certo che chi non vuole approfondire, continuerà a non farlo. E’ la democrazia di massa, bellezza, e tu non ci puoi far niente
Io non ho mai creduto che la rete ci salvasse dalla mancanza di approfondimento e riflessione. Nessuno strumento tecnologico può farlo. Per quello serve una società consapevole, un’educazione al civismo e al confronto. Poi possiamo decidere di usare internet o il telefono senza fili, cambia poco.
Però non sopravvaluterei nemmeno quello che è avvenuto: questa campagna è stata particolare, perché qualcuno aveva voluto silenziare la grancassa televisiva del dibattito. Dubito però che possa diventare la regola, per un paese anziano come il nostro.
Quanto ai contenuti, non sono sicuro di seguirti, perché io non vedo in quello che tu chiami “statalismo” un pericolo. Penso che ritrovare il senso di un bene comune sia positivo. Nonostante i problemi che Renzi & Co denunciano.
Il riassunto perfetto è quello che dici tu: il “l’ha detto la rete” esiste, e chi grida oggi all’avvento della democrazia 2.0 sogna un futuro radioso che (a parte la questione del silenzio televisivo di questa tornata) non potrà esserci finché non ci sarà una società consapevole educata al civismo e al confronto, cosa che ancora siam ben lontani dall’avere.
Per quanto riguarda il ragionamento finale, evidentemente ancora non mi spiego.
Le tre opzioni (doppio SI, SI-NO, doppio NO) sono tutte leggittime, imho. La prima ha vinto, non la condivido ma ci vedo una sua coerenza.
La coerenza non la trovo nell’opzione NO-SI, quelli che vogliono mantenere le gare fra privati ma al tempo stesso chiedono che non ci siano profitti. Dove pensano di trovarli questi benefattori?
Considera che quelli che hanno dato questo voto, stimandoli per difetto, sono 200’000. Una città di medie dimensioni che ha palesemente evidenziato di non aver capito per cosa si votava, atteggiamento illustrato da una frase che ho letto realmente: “I privati vanno anche bene, basta che non ci guadagnano”.
E che privati sono?
non per fare l’esteta del referendum, ma 200.000 risposte incoerenti mi sembrano una goccia rispetto a milioni di voti che dimostrano una passione collettiva per la cosa pubblica: un patrimonio civile comunque prezioso da cui ripartire.
Se avremo il coraggio come democratici di non lasciare certi temi alla mercé del qualunquista di turno come abbiamo fatto colpevolmente finora, forse in futuro potremo recuperare anche la qualità pensante dell’elettorato che tu vedi oggi ridotta.
Però (non mi riferisco a te ma a certe cose lette nelle ultime ore) l’importante è non fare la caricatura di questi milioni di voti che avranno pure un deficit di razionalità ma propongono alla politica temi importanti e decisivi.
Insomma, se capisco bene stai dicendo che la rete non si sarebbe comportata ne’ meglio ne’ peggio dei media tradizionali, preferendo slogan spicci rispondendo alla logica del branco – quattro si’ secchi e sei dei nostri – piuttosto che cercare quell’approfondomento spontaneo di cui il popolo della rete s’e’ sempre vantato. Giusto?
Conversazione interessantissima. Marco D centra il punto. Già se n’era parlato nel dietro le quinte. La semplificazione à necessaria. Il problema sarebbe la manipolazione.
Dove passa la sottile linea che separe semplificazione da manipolazione? Lì è il punto.
Ma tramsettere messaggi chiari e semplici non è una cosa di oggi. Il pregio consiste nel farlo appunto senza falsare la realtà, senza manipolarla.
@Marco D, non voglio caricature, andavo solo contro il pensiero comune del “con la rete ora tutti si informano e combattono la tv”. La rete è un mezzo, più trasversale ma con i suoi umanissimi difetti. E 200’000 di cui siam sicuri che non hanno capito nulla mi sembrano una cartina di tornasole per poter leggere una buona percentuale di disinformati e spaventati anche fra gli altri
@Filippo Zuliani
Riassunto perfetto. Come dice Marco Campione semplificando ulteriormente e con un po’ di sano elitismo, fra “rete” e “rete”, fra blog di approfondimento e Facebook e similari, hanno vinto i socialcosi
@Strade diFrancia
Imho raccontare di privatizzazione dell’acqua, di guadagni garantiti almeno del 7% e di altre evidenti balle è manipolazione. Impostare la campagna con frasi new age sul rapporto acqua-vita è manipolazione.
Quello che però differisce questo comportamento dalla tv è, secondo me, l’ingenuità e la buona fede. Chi propagandava queste cose, almeno voglio sperare, non aveva letto quasi nulla della legge (e quel poco, come sul 7%, non l’aveva capito) e si affidava a un comune sentire: “L’acqua deve essere pubblica” (come se gli altri dicessero il contrario), contribuendo a diffondere le bufale come i gattini che infestano le caselle mail.
Emblematico per me è stato quando una persona, sapendomi informato ma non sapendo ancora cosa votassi (in realtà dovevo ancora decidere per il SI-NO) mi ha girato alcune valide argomentazioni del NO, senza neanche averle lette, e chiedendomi di aiutarla a smentirle. La sorpresa fu nella mia risposta: è tutto vero.