Il re è nudo: le realtà locali e i referendum

di Caterina Carta e Antonio Ragonesi.

foto: behindthiswall

A poco più di una settimana dei referendum, Berlusconi si sveglia dal torpore e comincia a parlare di referendum. Pur non dando indicazioni di voto, ha preso posizione sulla consultazione referendaria prevista per il 12 e 13 giugno, definendo il voto “inutile” ed i quesiti “fuorvianti”. Si è detto infine disponibile a “rispettare il volere dei cittadini”, salvo poi cominciare a lavorare per sabotare il ricorso alle urne.

Il tentativo di boicottare i referendum da parte di Silvio Berlusconi e di larga parte del suo esecutivo non solo non serve la causa democratica ma gli aliena le simpatie dello stesso elettorato e dei gruppi dirigenti locali di centro destra, del PDL e della Lega. Berlusconi ha recentemente dichiarato che votare ai referendum è “inutile”. Da destra a sinistra, sembra invece che molti italiani sappiano bene cosa vogliono. Anche a destra, gli elettori e gli amministratori appaiono sempre più insofferenti verso un Premier che prima lancia il sasso e poi ritira la mano.

Il referendum: oltre il legittimo impedimento

Molti osservatori hanno attribuito la volontà di boicottare i referendum da parte del governo alla presenza del quesito sul legittimo impedimento. A ben guardare le ragioni sono più profonde. Domenica e Lunedì 12 e 13 giugno si vota infatti per l’abrogazione di misure legislative volute da questo governo, in materia di legittimo impedimento ma anche di privatizzazione dell’acqua e di creazione di nuovi stabilimenti nucleari.

Considerato che gli stessi amministratori del Popolo della Libertà (PDL) si sono ripetutamente espressi contro i disegni del Premier in materia di nucleare e di privatizzazione dell’acqua, la strategia di Berlusconi è quella di evitare che si raggiunga il quorum.

A ben guardare, l’Italia non è il solo paese in Europa ad interrogarsi su queste questioni. La rosa di opzioni è molto ampia e richiederebbe un dibattito informato su cosa succede fuori dai confini nazionali, anche alla luce del fatto che, altrove, la privatizzazione dei servizi idrici non ha sortito gli effetti sperati. Come vedremo, i casi virtuosi – come quelli svedese e olandese – sono quelli in cui il regime di gestione dell’acqua è stato accompagnato da misure mirate ad aumentare l’accountability dei sistemi di gestione, cioé il dovere di rendere conto del proprio operato e di risarcire i danni provocati alla collettività in caso di cattiva gestione.

Il re è nudo: l’idea degli amministratori del PDL su come amministrare la cosa pubblica

Negli ultimi decenni, in Europa si è assistito ad una tendenza verso la decentralizzazione dei servizi idrici, cioé la devoluzione di poteri e responsabilità di competenze di policy dal livello nazionale al livello locale. Dunque, anche in Italia gli amministratori locali hanno voce in capitolo sulla gestione di tali servizi.

In Italia, però, la linea del Governo in materia di nucleare ed in materia di gestione dei servizi idrici non è stata accolta con grande entusiasmo dagli amministratori del PDL.

Sul territorio si è invece prodotta un’imbarazzante divisione tra militanti e dirigenti del PDL. Da una parte, alcuni militanti del partito hanno seguito ciecamente le indicazioni del Presidente del Consiglio. Dall’altra, il gruppo dirigente diffuso si è ripetutamente espresso in senso contrario. Contro la privatizzazione dell’acqua si sono espressi non solo gli amministratori locali della Lega o della destra italiana, i quali hanno apertamente preso le distanze dalle posizioni del Governo. Anche tanti amministratori locali, Sindaci Presidenti di provincia del PDL, hanno detto a chiare lettere no alla privatizzazione del servizio idrico.

E’ successo sin dall’agosto dello scorso anno, quando la regione Lombardia ha dichiarato la sua intenzione di procedere con legge regionale alla privatizzazione dei servizi idrici (acquedotti, fognature, depuratori). In quell’occasione, mentre i cittadini iniziavano a storcere il naso, la ex Sindaco PDL Letizia Moratti si affrettò a stroncare la proposta affermando che “l’acqua di Milano rimarrà pubblica”. Non solo: il provvedimento con cui la Regione Lombardia voleva privatizzare il servizio idrico si è scontrato con amministratori locali del Pdl, come Attilio Fontana, Sindaco di Varese e presidente dell’Associazione dei Comuni della Lombardia oltre che con i comitati di cittadini che spontaneamente erano già scesi sul piede di guerra.

Per non parlare di quei comuni, come Aprilia, dove il centrodestra era riuscito ad affidare ai privati la gestione dell’acqua, facendo della privatizzazione un vero e proprio manifesto di New Public Management. In quell’occasione, la gestione privata ha retto meno di due anni. Lo scorso aprile, il Consiglio comunale di Aprilia ha votato a larghissima maggioranza (22 sì contro 4 no) una delibera che obbligava di fatto la società Acqualatina a restituire gli acquedotti alla gestione pubblica. La gestione del servizio idrico è tornata così ad essere amministrata dal Comune dopo che le tariffe ai cittadini avevano subito un’impennata di oltre il 50%.

E se sul fronte dell’acqua gli amministratori locali sia di centrodestra che di centrosinistra camminano a braccetto, la cosa diventa un vero e proprio sposalizio senza bandiere sul fronte del nucleare. Non a caso, il Governo Berlusconi aveva sì votato un piano nazionale sull’apertura di nuovi stabilimenti nucleari, ma si era ben guardato dall’individuare i siti nucleari sul territorio.

Berlusconi sa bene che deve fare i conti con gl amministratori locali di quei comuni che aspettano ancora che vengano dismessi i vecchi stabilimenti nucleari. Caorso, Saluggia, Trino Vercellese, Rotondella, Ispra e Piacenza non guardano di certo con favore la posizione del Presidente del Consiglio sul nucleare. Anzi, sembrano proprio arrabbiati, se si considera che i sono riuniti nella sede dell’Associazione dei Comuni Italiani (Anci) ed hanno avviato un’azione legale nei confronti del Governo. Questi comuni hanno chiesto a gran voce tutela, per il loro territorio e per i propri cittadini, perché, mentre si intona la retorica della sicurezza nucleare, si dimezzano i fondi per lo smantellamento delle scorie presenti sui loro territori. Fabio Callori, Sindaco di Caorso della Pdl aveva preso atto dello stop deciso dal Governo alla realizzazione delle nuove centrali nucleari chiedendo che a distanza di oltre 30 anni “si potesse porre la parola fine e una volta e per tutte al nucleare in Italia con la dismissione relativa ai precedenti impianti ancora non bonificati’’. Per non parlare di quei Presidenti di Regione che già da tempo hanno dichiarato che nella loro regione, i siti nucleari, non si faranno mai.

Di che stiamo dunque parlando?

Un problema italiano? Anche in Europa ci si interroga su come gestire i servizi pubblici locali

Ma allora, cosa bisogna fare per garantire che si abbattano i costi della gestione dei servizi idrici, garantendo la massima qualità di tali servizi erogati e la trasparenza gestionali? I comuni d’Europa hanno dato risposte diverse a questa domanda.

La privatizzazione non è stata la sola ricetta proposta per attuare questo fine, anche perché in diversi casi, il ricorso ai privati ha portato ad inefficienze e aumento dei prezzi. Infatti, in diversi paesi, come il Regno Unito e la Francia la privatizzazione non ha sortito gli effetti sperati. Nel Regno Unito, in cui si è optato per una commistione tra pubblico e privato nella gestione delle risorse idriche e degli acquedotti, la privatizzazione ha portato un aumento dei costi del servizio. Tra il 1991 e il 1992, il numero dei consumatori a cui è stato interrotto il servizio, perché incapaci di pagarlo è, conseguentemente aumentato del 200%. In Francia, la privatizzazione – dominata da tre grandi conglomerati privati, Vivendi (precedentemente Générale des Eaux), Suez-Lyonnaise des Eaux e SAUR/Bouygues – è stata bastonata ripetutamente dalla Corte dei Conti francese. Ad esempio, nel 1997 la Corte dei Conti ha denunciato l’alto livello di concentrazione, la conseguente “competizione organizzata” e l’elusione delle regole della concorrenza tramite “l’uso ripetuto di procedure negoziate”. Ma non si privatizzava per aumentare la concorrenza?

I casi più virtuosi sembrano dunque essere quelli che hanno mantenuto pubblico il servizio, ma hanno ridotto gli utili, investito in sviluppo e applicato il principio del “chi sbaglia paga”.

Questo è, ad esempio, il caso dei Paesi Bassi. In Olanda, la gestione dell’acqua è affidata a public limited companies, i cui azionisti sono per lo più municipalità e, in alcuni casi, province. L’industria olandese dell’acqua risulta competitiva anche in relazione ad altri indicatori di performance: si è impegnata in iniziative environmentally-friendly, come il monitoraggio di sostanze nocive e la riduzione dell’inquinamento. Servizio pubblico, dunque, ma chi sbaglia paga. Ad esempio, l’Amministratore Delegato di queste compagnie gode di ampie libertà, ma è responsabile delle perdite causate. Non solo, il sistema olandese consente ai cittadini di dire la propria sulla gestione dell’acqua, tramite la rappresentazione degli interessi dei consumatori attraverso organi eletti a livello locale.

Risultato? Il rispetto di costi limitati è applicato pienamente, un fatto che non ha impedito di investire in programmi di sviluppo e rinnovamento. Però c’è un però. Molto spesso le compagnie non ricavano grandi profitti, a causa del limitato interesse degli azionisti pubblci nel massimizzare il ritorno dei propri investimenti e della pratica di restringere il pagamento dei dividendi. Dunque, efficienza sì, ma non accumulazione di profitti!

Come nel caso olandese, anche il modello svedese è considerato un modello virtuoso. In Svezia, le infrastrutture idriche sono per la maggior parte compagnie municipali. Alcune di esse sono per statuto public limited companies. In generale le compagnie svedesi vantano costi operativi molto bassi e alte performance, che escludono l’accumulo di grandi profitti. Il modello municipale svedese dimostra che le forniture pubbliche di acqua sono altamente competitive dal punto di vista degli standard qualitativi e ambientali, ma anche dal punto di vista degli indicatori economici e finanziari. Nel 1995, la Stockholm Vatten ha avviato una massiccia ristrutturazione finalizzata ad aumentare l’efficienza operativa e lo sviluppo sostenibile di lungo periodo. Al tal fine, si è puntato alla copertura dei costi piuttosto che all’ottimizzazione del profitto. Questo ha garantito di liberare le risorse necessarie per il miglioramento della qualità dell’erogazione dell’acqua e per i servizi di impatto ambientale.

Perché è importante andare a votare

Come abbiamo visto, le realtà locali in Italia ed in Europa hanno intrapreso una riflessione su come riformare i servizi idrici. Questa breve rassegna dimostra che esistono diverse ricette per rendere efficiente la gestione delle risorse idriche. Altrove si sono interrogati a fondo sulla questione, coinvolgendo i cittadini nelle decisioni da prendere.

Il recente pronunciamento dell’ Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) ai danni della RAI, dimostra che in Italia, in vista dei referendum, non sta accadendo nulla di simile. Il silenzio sui referendum ha impedito che i cittadini prendessero visione delle alternative possibili e si concentrassero sul vero nodo del problema: qual è il progetto dell’Italia sui servizi pubblici locali?

Berlusconi ha recentemente dichiarato che votare ai referendum è “inutile”, dimostrando così la sua mancanza di considerazione per la democrazia diretta e per l’opinione dei cittadini. Da destra a sinistra, sembra invece che molti italiani sappiano bene cosa vogliono. Il 12 e 13 giugno abbiamo l’opportunità di esprimerci sulla cosa pubblica, in materia di acqua e di nucleare. Abbiamo anche la possibilità di reclamare il nostro diritto ad avere una classe dirigente che si occupi dei problemi del paese e non dei propri guai personali.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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