I Pride e la maledizione del sindaco di turno

di Cristiana Alicata.

foto: Luana

Roma è una città da liberare.
Arrivo a questa conclusione banale alle soglie dell’estate del secondo decennio del nuovo millennio e alle soglie della stagione dei Pride.

E’ la città che ha conquistato il mondo e diffuso l’idea di civiltà che oggi, l’occidente, riconosce a partire dall’uso del diritto.

Roma, possiamo dire, ha fatto giurisprudenza per millenni. Oggi appare svuotata e divorata da se stessa, erede di un sistema perverso che si crea e si distrugge ogni volta e rinasce sempre uguale a se stesso.

La Roma dell’Impero era una capitale di un mondo basato sulla diversità, la cui conquista passava sì per le armi, ma non per l’imposizione del pensiero unico in termini di usi, costumi e cultura. La Chiesa che ha ereditato la struttura burocratica dell’Impero Romano ha capovolto questo schema: non governa direttamente i territori, ma vi incide pesantemente.

Studiare Roma e studiare per Roma significa non potere e non dovere prescindere da questo schema. Anche la storia dei Pride dal 1994 ad oggi, si innesta in quella storia, in quella melma inestricabile che inghiotte tutto ciò che si ribella al sistema.

La storia dei Pride romani si intreccia fortemente con la storia del Paese, con le sorti dei suoi sindaci e con i grandi eventi di massa della Chiesa.

Il primo Pride a Roma è datato 1994, anno in cui Berlusconi a marzo vinceva le elezioni e a solo un anno dall’elezione di Francesco Rutelli che, con la sua elezione, segnava una profonda rottura con l’amministrazione precedente e sanciva la nascita del “famoso” modello Roma voluto da una generazione di centro sinistra che rottamando la precedente prese la città in un coraggioso tentativo di rinnovamento.

Francesco Rutelli che veniva da una storia radicale ed ambientalista, prima linea nella battaglia dei diritti civili (e sposato in comune: si sposerà in Chiesa solo nel 1995), è stato l’ultimo sindaco di Roma a sfilare ad un Gay Pride, un Gay Pride che fu possibile proprio grazie al clima che all’ epoca aveva pervaso la città grazie alla sua elezione. Guidava la comunità Vladimir Luxuria accanto a Vanni Piccolo.

Dal 1994 al 2000 la disgregazione dell’associazionismo omosessuale lascia spazio alla Chiesa di occupare spazi, anzi, di riconquistarli. Un gruppo di litiganti che non riempiono piazze contro un gruppo di potere ed economico. Sulla carta non c’era guerra.

Si giunge al World Pride del 2000 (un Europride trasformato intelligentemente in mondiale dalla allora presidente del Mario Mieli Imma Battaglia) con uno sforzo unitario del movimento omosessuale.

Nello stesso anno c’è il Giubileo (tutte le categorie sociali che vi vengono in mente furono ricevute da papa Wojitila tranne la comunità LGBT). Rutelli, da sindaco mette nella sua organizzazione, tutta la capacità della macchina da guerra della città che governa ormai da 7 anni. Manca un solo anno alla fine del suo mandato e si parla di lui come futuro candidato premier.

A ridosso del Pride, e sotto un fuoco di fila capeggiato dal Cardinal Ruini, con la città tappezzata di manifesti contro i gay, Rutelli dichiara di non aderire al Pride ma che pagherà tutte le spese organizzative.

Rutelli inaugura così l’inversione di tendenza che porta fino ai giorni nostri e che ci fa dire paradossalmente: “siamo nel 2011, non nel 2000”.

Per la comunità LGBT quella svolta rappresenta a mio parere un danno enorme di cui ancora stiamo pagando le nefaste conseguenze. Una svolta che appare coerente con il sistema giuridico vigente in Italia che ormai dalla fine del’ottocento ha depenalizzato l’omosessualità, ma che al tempo stesso, e paradossalmente, nega l’esistenza dell’omosessualità o perlomeno non la considera come soggetto politico e giuridico (leggere su questo tema il bellissimo “L’Abominevole diritto” di Winkler e Strazio).

Fino ad allora il rapporto tra il comune di Roma e le associazioni aveva avuto un senso politico prima che economico. Il comune di Roma aveva un consulente alle politiche LGBT e i progetti finanziati erano in coerenza con la strategia politica, quindi in qualche modo legittimi e innestati nell’idea della città. Il tessuto delle associazioni nato dentro il modello Roma erano, infatti ed all’epoca, un sistema virtuoso con cui l’amministrazione parlava alla città e con le quali condivideva un’idea di società.

Ironia della sorte Veltroni, allora segretario del PDS, sfilò al World Pride del 2000.

Veltroni una volta eletto sindaco (vedi qua) non si scostò molto dalla svolta Rutelli arrivando alle soglie della sua candidatura da premier, a disertare la seduta in cui fu bocciata la proposta del Registro delle coppie di fatto.

Correva l’anno 2007.

In ogni caso, ironicamente, la svolta “anti-gay” di Rutelli e Veltroni per la candidatura a premier non ha portato loro, grazie al cielo, alcuna fortuna.

E siamo nel 2008. Rutelli perde a Roma e Veltroni nel Paese.

Alemanno, una volta eletto sindaco di Roma, sembrò voler inaugurare una stagione diversa, direi più coerente con la sua idea di società e quindi profondamente omofobica, ma Roma nel 2009 fu teatro di una serie di eventi omofobici tra cui l’aggressione di Dino e del suo compagno da parte di Svastichella armato di coltello, fuori dal Gay Village a cui seguirono strani atti vandalici nelle zone di aggregazione gay e fuori dalla discoteca che ospita Muccaassassina.

Roma conobbe così, nel 2009, una brevissima, ma intensa stagione di mobilitazione dal basso: la comunità LGBT e moltissimi eterossessuali in maniera del tutto non organizzata si mobilitarono contro la violenza omofobica in una città che sembrava essere diventata un luogo invivibile.

Alemanno oggi, 2011, fa un video di saluto a coloro che vengono a Roma per l’Europride. Non solo, va oltre e illumina di arcobaleno le porte di Roma.

Ci sono due fattori da considerare.

Il primo è che siamo nel 2011 e in 11 anni l’Europa ha fatto passi da gigante sui diritti civili e il sindaco di una capitale europea non poteva permettersi una pessima figura con l’Europa in un momento così delicato per il centro destra: ci mancava solo il fuoco di fila di risate dai giornali europei che irridevano il sindaco di Roma, ricordando il suo passato fascista.

La seconda è che Alemanno non ha affatto aderito all’Europride, ma lo ha sostenuto economicamente, forse addirittura più di quanto le giunte precedenti di centro sinistra abbiano mai fatto.

Alemanno in questo modo si allinea ai sindaci precedenti comprendendo furbamente che un silenzio, un diniego, un bastone fra le ruote avrebbero solo causato una maggiore partecipazione e motivazione alla manifestazione come accaduto nel 2000 dopo il gran rifiuto di Rutelli.

Aiutare e sostenere per addormentare: ecco la strategia della politica dei sindaci di Roma inaugurata da Rutelli, seguita da Veltroni e infine compresa e abbracciata da Alemanno.

Quel sonno che tiene disorganizzata e assopita la comunità LGBT è la causa stessa della dipendenza delle associazioni dalle istituzioni che ne finanziano progetti e ne pagano affitti, ma che nello stesso tempo ne limitano, a mio personalissimo parere, l’azione combattiva sulla causa politica.

Alemanno viene seguito a fotocopia dalla Polverini con un comunicato che dimostra la strategia unitaria di questa destra: sostegno, lotta alla violenza, finanziamenti alle associazioni. Quanto di più affine al catechismo: l’omosessuale, inteso come individuo, non va discriminato e va accolto. E’ la sua sfera affettiva che va ignorata. Questa strategia segna un passaggio nuovo che tende a scardinare qualsiasi tentativo di unità delle persone omosessuali. La comunità omosessuale è ancora frammentata e spesso velata. E deve restare tale.

Se ci fosse una comunità forte i progetti delle associazioni sarebbero autofinanziati e quindi anche più controllati. Fa specie pensare che a votare alle ultime elezioni delle due più grosse associazioni romane siano andati (sommandoli) più o meno 200 persone.

Il paradosso è che nei partiti romani (nel PD Roma in particolare, ma anche in altri partiti) l’assenza totale di quelle istanze, e persino alla nascita del PD il divieto di affrontare quei temi, ha invece rappresentato un buco da riempire. Oggi i partiti romani appaiono più avanzati delle associazioni, non per dibattito governo-opposizione, ma per produzione di iniziative e cultura.

Per Roma posso augurarmi tre cose.

1) che la comunità ritrovi se stessa, nasca e funga da gruppo di potere non controllabile ma visibile alla politica e che per questo la costringa a fare quei passi che vogliamo compiere a Roma e nel Paese: ottenere la totale uguaglianza.

2) una profonda distanza tra le associazioni e la politica colmabile solo da un indirizzo politico profondamente condiviso. Un profondo supporto della comunità alle associazioni come luogo di ritrovo, centri di aggregazione, di elaborazione politica e di pressione.

3) che il futuro sindaco di Roma sia un sindaco che abbia a cuore la comunità LGBT e che le stia accanto nella battaglia per la parità nel Paese attuando strumenti simbolici e sostanziali e che non sia colpito dalla stessa maledizione che ha colpito i sindaci precedenti.

Piccola parentesi: la debolezza del movimento omosessuale italiano è purtroppo rinchiusa tutta dentro la non penalizzazione dell’omosessualità. Come ci ricordano Winkler e Strazio nel loro bellissimo “L’Abominevole Diritto” lo Stato depenalizzò l’omosessualità riconoscendo che l’organo preposto al controllo di tale deviazione era la Chiesa e così è tutt’ora come se tra Chiesa e Stato Italiano ci sia un tacito accordo. Il fatto che l’omosessualità sia tollerata e che non vi sia alcuna palese violazione del privato di ogni cittadino, sancisce nel nostro paese da una parte la difficoltà di creare un movimento collettivo solido e forte (come è accaduto nei paesi in cui l’omosessualità era illegale) e dall’altra tiene la maggior parte dei gay e delle lesbiche nascosti (passing). Si vive senza dirlo sul lavoro e a volte in famiglia.

Bene ha fatto il presidente nazionale di Arcigay Paolo Patané in questi giorni a denunciare la totale assenza delle aziende italiane accanto alla comunità a partire dalla più grande, la Fiat. Se fossimo una lobby vera non avremmo bisogno delle istituzioni e sarebbe la politica a chiedere il nostro voto dimostrandoci di essere meritevole (vedi il rapporto tra Obama e la comunità americana) e non noi a chiedere i soldi alla politica.

Le cose stanno cambiando, ma sono lasciate al coraggio dei singoli. Personalmente sono preoccupatissima dal gioco della destra che rinchiude l’omosessualità nella tomba di un corpo unico, privato dell’aria cioè dell’affettività.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

6 Commenti

  1. Andrea Rubera

    Splendido articolo Cristiana.
    Aggiungo un ulteriore elemento: credo che la paralisi del movimento sia anche dovuta a un inconscio rifiuto della sintesi a favore del primeggiare anche a costo di farlo su numeri ridottissimi
    questo si sposa a una incapacità totale a valorizzare il lavoro altrui, sperando anzi che le iniziative degli altri siano fallimentari…
    L’operazione whad sarebbe stata dirompente cavalcata con più convinzione da tutti e, soprattutto, se appoggiata e sostenuta dalle associazioni che, invece, hanno fatto a gara a sminuirla…

  2. Sebbene in parte condivisibile, la ricostruzione non mi convince del tutto per diversi motivi.

    1. trovo l’introduzione maledettamente “eurocentrica”. molto prima di quello che fece “l’impero” (lo jus romano non è nato con l’impero) venivano dall’oriente codici e corpus giuridici di tutto rispetto. non è poi detto che la civiltà del diritto romano sia la più “forte”. ricorderei che in paesi come Cina e India si collocate e sviluppate civiltà che nulla hanno da invidiare all’ “impero”. Tra l’altro si tratta di civilità che inquadrano la vita e i fenomeni in modo del tutto diverso da quanto avviene in occidente e dai quali penso faremmo bene a imparare.

    2. per quanto io abbia trascorsi burrascosi con parecchi personaggi del mondo lgbtqi (non solo romano…) e con alcune associazioni (non solo romane…) non trovo giusto attribuire al mondo associativo le colpe che Cristiana gli attribuisce. Vi sono delle responsabilità pluridecennali nella gestione del rapporto con la politica (non con le istituzioni, che è un altro conto) che nulla hanno a che fare con i “contentini” fatti di affitti e progetti finanziati.
    Deve dunque riconoscere alle associazioni nel loro complesso un merito enorme nell’aver dato vita alla comunità e parallelamente un grave gap di rapporto con essa. La situazione di oggi non è la stessa di 30 anni fa. Ed evidentemente non ci sono le stesse persone. Ma questo non consente di addossare al mondo delle associazioni le colpe che gli addebita Cristiana.

    3. Gran parte della responsabilità va attribuita proprio alla politica che è rimasta paralizzata (e in questo l’analisi di Cri mi convince) di fronte a fenomeni dei quali non ha voluto/saputo avere consapevolezza e capacità di affrontarli. Ora, quello che era “trascurabile” qualche decennio fa (mi si perdoni l’uso della parola) sta oggi diventando un grosso problema per la politca italiana. Oggi Obama è nuovamente intervenuto sui temi LGBTQI e non ci sono più scuse: i diritti LGBTQI sono DIRITTI UMANI. Questo pone alla politica una sfida nuova. Si badi alla politica, non alla sinistra! E questo vuol dire che a sinistra ci dobbiamo cimentare nuovamente su queste tematiche, perché non basta più quel che abbiamo pensato, proposto e ritirato negli ultimi anni.

    4. la comunità lgbtiq sarà anche frammentata ( e questo è un problema, forse il problema), ma non è velata! E diamine! si fanno pride, convegni, conferenze, dibattiti, si offrono servizi gratuiti su tutto il territorio della repubblica. Non c’è NIENTE di velato. Il problema non è più la visibilità, semmai una “coerente” visibilità (encomiabili qui AGEDO, LINFA e Famiglie Arcobaleno) che sia rappresentativa dell’universo della comunità lgbtiq nelle sue diverse sfaccettature e affrontare con coraggio il tema dei diritti. Ovvero, politicamente e in ottica di movimento, semplicemente quali obiettivi? come raggiungerli? in quanto tempo?

    Personalmente, penso che si debba lavorare affinché la comunitò lgbtqi (e non solo a roma) viva il presente e proietti sé stessa con coraggio verso il futuro, sostituendo alle “rievocazioni” le rivendicazioni e ai ricordi la progettualità (anche politica) che ha completamente abbandonato negli ultimi 20 anni.

  3. 1) non sancivo alcuna supremazia…racconto Roma, non Pechino.

    2) se hai letto bene non me la prendo con le associazioni in senso ontologico, ma considero ciò che sono oggi. Legate alle istituzioni, dipendenti da esse e scollegate totalmente dalla comunità

    3) concordo.

    4) le cose di cui parli tu ce le facciamo tra di noi…la comunità non esiste….e tu che con me hai provato a costruirla ricorderai l’opinione della gente nei confronti dell’associazionismo ed anche quanto era bello ma complicato trovare il senso dello stare insieme al di là delle emergenze….abbiamo capito in quei mesi quanto NON esistesse la comunità ed anzi quanto tutti gli errori della politica e dell’associazionismo avevano distrutto quel poco che c’era….

  4. La lettura di questi vostri scritti mi suscita un amaro sorriso…
    La tesi che soprattutto condividete è:
    “Gran parte della responsabilità va attribuita proprio alla politica”
    Una gran bella riflessione per due persone che fanno politica da anni in due dei partiti fulcro della sinistra (PD e SEL)… Come dire: cascano le braccia!

    Forse sarebbe più utile per tutti noi se le forze che ancora crediamo di avere le impiegassimo nel rifondare un movimento apolitico, che cioè se ne freghi dei sovvenzionamenti della politica e delle istituzioni, e che sappia andare dritto per la sua strada, raccogliendo consensi bi-partisan, per ottenere quei DIRITTI che ci spettano.

    Le persone LGBTQI sono proprio stanche di sentirsi strumentalizzare dal politico di turno, e da chi usando un ipotetico consenso LGBTQI vuole conquistare una poltrona…
    Claro? ;)

    Un movimento forte perchè libero dai partiti… Saranno i partiti, dopo, a cercarci.

  5. Io mi trovo bene a fare politica nei partiti…conquistare un soggetto organizzato è più produttivo…e io faccio politica in un partito da soli due anni…non da una vita.

    Quanto all’eurocentrismo ribadisco che parlando di Roma e della Chiesa e del diritto che usiamo…non so cosa intendiate.

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