Religiosamente liberi in un paese democratico

di Emidio Picariello e Denni Romoli (Psicologo Psicoterapeuta).

Foto: wirlybird4art

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Definire cosa significhi essere religiosamente liberi in un Paese dove non esiste una teocrazia, ma c’è un sistema di governo democratico è impresa quanto mai ardua. Si rischia soprattutto di confondere la libertà delle religioni con la libertà delle persone che vogliono appartenere – o non farlo – a una religione, credere – o non farlo – in qualche cosa.

Parrebbe una questione di lana caprina ma non lo è. Le religioni sono evidentemente qualcosa di più della somma dei loro adepti, se non altro per il fatto di essere a tutti gli effetti dei gruppi e quindi all’interno di esse è possibile osservare le stesse dinamiche che la psicologia sociale ha osservato valere per tutti i gruppi. E le religioni, proprio in quanto gruppi sociali, sono costituite da persone che condividono, pena la perdita dell’appartenenza al gruppo stesso, una serie di conoscenze più o meno rigide e resistenti al cambiamento utilizzate nei processi di giudizio, al fine di organizzare, semplificandola, la propria realtà sociale. Tali conoscenze statiche riferibili al gruppo sociale d’appartenenza, per loro stessa natura, tendono ad auto-confermarsi in un processo nel quale, pur se la persona è messa di fronte ad una disconferma delle proprie conoscenze, la natura delle aspettative sociali indotte dall’appartenenza ad un gruppo porterà inevitabilmente ad interpretazioni congruenti con le proprie opinioni, in un processo circolare d’impermeabilizzazione del giudizio sociale e di giustificazione dei pregiudizi preesistente.

Una buona parte dei cattolici, per esempio, non si identifica integralmente con le gerarchie della Chiesa e con le sue posizioni politiche. Ma più la religione è totalizzante (qualche volta si dovrebbe dire “totalitaria”) e più l’identificazione fra adepto e clero, fra posizione ufficiale e posizione personale è labile. Nonostante questo la libertà dell’adepto e quella della religione non sono la stessa cosa, neanche per gli appartenenti a una setta.

L’atteggiamento dello Stato ha molta importanza nella prevenzione della discriminazione anche all’interno dei gruppi religiosi ristretti perché può svolgere un ruolo di garanzia fra l’adepto e la sua religione – stabilendo quello che la religione può decidere della vita pratica delle persone e quello che invece non può decidere, per esempio – e creando un ambiente laico all’interno del quale la scelta della religione è decisamente personale. Lo Stato ha una arma importante per fare pressione sulle religioni e quest’arma è costituita dalla possibilità di concedere l’intesa alle religioni. L’intesa vuol dire accedere all’otto per mille e dovrebbe essere concessa solo a religioni che dimostrano di rispettare le libertà degli individui.

Ogni volta che vediamo un crocefisso in un luogo pubblico, ogni volta che diciamo per abitudine “Buon Natale”, stiamo in realtà vedendo o compiendo un gesto che limita la libertà individuale. Non è l’Islam che il “Buon Natale” offende, è l’islamico che viene discriminato, o il testimone di Geova. Soprattutto questo mina la sua possibilità di scelta – di non festeggiare, ma anche di festeggiare – per un meccanismo per il quale l’opposizione – anche nella forma blanda di augurio – rafforza le posizioni radicali. Più stretta è l’appartenenza alla setta – e alcune richiedono un’appartenenza molto vincolante – più il semplice augurio, la festa religiosa a scuola e cose piccole come queste, verranno vissute come un attacco alla libertà religiosa e radicalizzeranno la posizione. In tal senso, la teoria dell’Identità Sociale di Tajfel prevede che critiche o confronti esterni possano essere vissuti come minacce all’integrità e all’esistenza del gruppo stesso, che può reagire massimizzando la differenza tra gruppi religiosi differenti e rinforzando in tal modo l’immagine di sé dei membri del gruppo di appartenenza. La propria identità sociale sarebbe valorizzata attraverso l’impiego di strategie a favore del proprio gruppo di appartenenza e a scapito degli altri gruppi cui la persona non appartiene.

Prendiamo ancora il caso dei testimoni di Geova – solo perché uno degli autori  conosce bene il caso e ne ha lungamente scritto – e della loro presenza in Italia. Non è una circostanza fortuita che un Paese come il nostro dove il cattolicesimo è profondamente radicato conti più adepti di qualunque altro Paese Europeo. Il presupposto è che la religione di fatto nel nostro Paese, intervenendo nel discorso politico, non essendo quasi mai politicamente corretta, ma tentando di – e spesso riuscendo a – intervenire nell’attività del legislatore per far diventare legge dello Stato qualcosa di strettamente legato al credo, crea un terreno fertile per il proliferare di fondamentalismi religiosi, anche appartenenti ad altri e più nuovi, e per certi versi più pericolosi, culti.

Tra l’altro, nel caso dei Testimoni di Geova ci troviamo di fronte ad una minoranza religiosa e la propria appartenenza religiosa è massimizzata proprio quando il gruppo sociale di appartenenza risulta minoritario, diventando preponderante poiché distintiva rispetto ad altre informazioni che la persona può fornire di se stesso. Praticamente, alla domanda “chi sei?”, la risposta è “un Testimone di Geova”, in accordo a norme sociali tendenti a rimarcare le peculiarità e le diversità esistenti fra gruppi di maggioranza e di minoranza.

Torniamo al fatto che lo Stato deve garantire la libertà di religione e torniamo – pazientate – sulla decisione dei testimoni di Geova di non prendere il sangue. È una decisione personale del singolo testimone che può scegliere di non applicarla sapendo però che questo comporta la sua automatica dissociazione dai testimoni con tutte le conseguenze sociali e familiari che questo comporta. Le conseguenze sociali sono molto pesanti e comprendono il fatto che gli altri testimoni di Geova non gli rivolgeranno più neppure il saluto e i suoi stessi genitori non dovranno avere contatto con lui se non in casi di “necessarie questioni familiari” – Torre di Guardia 15/7/2011 pag. 30 e seguenti. In questo caso lo Stato non può fare nulla per evitare la discriminazione se non monitorare attentamente questi comportamenti discriminatori e evitare di avallarli concedendo l’intesa – e il conseguente accesso all’otto per mille – alle confessioni religiose che praticano condotte di questo tipo.

Per eliminare le discriminazioni religiose, per eliminare tutti i tipi di discriminazioni religiose, lo Stato non può far altro che mostrarsi fermamente Laico in tutte le sue scelte.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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