I diritti delle famiglie di fatto

di Diego Sabatinelli.

Foto: sparktography

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Quando si parla di “coppie di fatto” si tende spesso a ridurre erroneamente il campo ad una questione legata alla sessualità della coppia, che ne diventa lo spartiacque: coppia di fatto per gli omosessuali che non possono accedere al matrimonio riservato solo alle coppie eterosessuali. E’ questo il confronto – scontro che strumentalmente passa nel dibattito pubblico tra favorevoli e contrari al riconoscimento di nuove tipologie di famiglia, mentre viene in parte tralasciato un cambiamento sociale ed antropologico di eccezionale portata che parzialmente coinvolge rivendicazioni legate al riconoscimento delle coppie omosessuali.

La portata di questo cambiamento ci viene rivelato, come spesso accade, dalle indagini statistiche dell’Istat: in due anni hanno scelto di sposarsi 30 mila persone in meno; la diminuzione è in corso dal 1972 ma è aumentata negli ultimi due anni con un calo di circa il 6% l’anno rispetto al -1,2% registrato mediamente negli ultimi 20 anni; mentre la propensione a sposarsi prima dei 35 anni è diminuita in un solo anno del 7%, sia per gli uomini che per le donne, valore più che triplicato rispetto a quanto avveniva tra il 2007 e il 2008. Fino a 15 anni fa erano circa il 20% le coppie a sposarsi in Comune, oggi siamo al 37%, contestualmente diminuiscono anche le nozze non religiose, -5,8%. Il fenomeno non risparmia nemmeno i divorziati, le seconde nozze sono passate da 34.137 nel 2008 a 32.873 nel 2009. Aumentano nel contempo le unioni di fatto, che nel 2007 superavano già il mezzo milione: e sono in continuo aumento i bambini nati al di fuori del matrimonio, nel 2009 erano il 21,7% dei nati.

Questi non sono freddi numeri, ma rivelano una realtà completamente ignorata dal legislatore che necessariamente verrà assecondata attraverso un repentino adeguamento del dato normativo, accelerazione tipica di un Paese che, lento nel rispondere alle nuove ed urgenti esigenze sociali, è costretto a rincorrere piuttosto che a precorrere. Così avvenne con la vittoria dei no al referendum sul divorzio del ’74 che aprì le porte al nuovo diritto di famiglia superando improvvisamente il precedente ordinamento patriarcale.

Quali i danni del mancato riconoscimento di nuovi tipi di famiglia?

Il danno principale che ci possiamo aspettare dall’incapacità e dalla lentezza del nostro legislatore è quello di dover giungere a provvedimenti di adeguamento normativo senza una visione complessiva, ovvero il problema di chi è costretto a subire il cambiamento. E poiché il diritto di famiglia incide nella sfera più intima dell’individuo, si rischia di non lasciare allo stesso la possibilità di decidere quale sia la forma migliore per regolare i rapporti che lo riguardano, e quali rapporti debbano avere riconoscimento pubblico.

Potremmo fare nostra una fortunata espressione di Carlo Arturo Jemolo, utilizzata in tutt’altro contesto, per cui “la famiglia è un’isola che è solo lambita dalle onde del mare del diritto”. Ancora meglio Calamandrei sul futuro art.29 della Costituzione repubblicana: “da un punto di vista logico ritengo che sia un gravissimo errore che rimarrà nel testo della nostra Costituzione come un’ingenuità quella di congiungere l’idea di società naturale – che richiama al diritto naturale – colla frase successiva ‘fondata sul matrimonio’, che è un istituto di diritto positivo. Parlare di una società naturale che sorge dal matrimonio, cioè in sostanza da un negozio giuridico è, per me, una contraddizione in termini”. Posto che l’art. 29 c’è, e molto probabilmente ancora ce lo dobbiamo tenere a lungo, sorge la domanda se tutto deve ricondursi a questo riconoscimento costituzionale del matrimonio, figlio dell’interpretazione cattolica quale vincolo di diritto naturale e sacro, oppure è possibile introdurre formule ulteriori e diverse.

Ad esempio ritengo legittima la battaglia di chi vuole estendere il matrimonio alle coppie omosessuali, ma non la considero determinante per risolvere i problemi che si propongono in questo inizio secolo. In realtà è l’istituto matrimonio che viene superato con altre forme che necessitano di un riconoscimento. E’ vero, ci sono coppie di fatto per necessità: come abbiamo detto le coppie omosessuali o le nuove famiglie costituite a seguito di una separazione, in attesa che si giunga finalmente al sospirato divorzio, in Italia mediamente ci vogliono 4 anni per un divorzio consensuale. Ma a ben guardare le famiglie di fatto hanno successo anche tra chi non ha un’impossibilità giuridica a convolare a nozze. Ed è su questa scelta sempre più diffusa che ci si dovrebbe confrontare. Le cause possono essere innumerevoli: c’è chi ipotizza che la crisi economica possa aver disincentivato la propensione al matrimonio in attesa di tempi migliori, o chi vede questa scelta come risultato di una sempre maggiore instabilità della coppia associata alla paura di una futura devastante separazione. Più semplicemente il matrimonio non è più visto come una tappa fondamentale della propria vita, non si è più socialmente zitelle o scapoli impenitenti, si va a convivere more uxorio senza riprovazione sociale, magari all’inizio è una prova per vedere se il rapporto regge alla convivenza; poi diventa una questione di soldi e spese superflue; poi si rimanda alla nascita di un figlio, ma ora che si arriva gradatamente ed in grande ritardo alla parificazione totale tra figli nati nel matrimonio e fuori dal matrimonio, anche questo “incentivo” è destinato a ridimensionarsi. Il realtà si torna a quanto diceva Calamandrei durante i lavori preparatori dell’Assemblea Costituente: parlare di una società naturale che sorge dal matrimonio, ovvero da un negozio giuridico, è una contraddizione in termini. La società oggi necessità di tipologie diverse ed alternative al matrimonio che possano garantire alla coppia ed alla famiglia di gestire il proprio rapporto nel modo più consono alle proprie esigenze, vi sono dei diritti che dovrebbero essere garantiti a tutti i conviventi che ne sentano necessaria l’applicazione.

Insomma, famiglie diverse inserite in un contesto di diritto di famiglia comune europeo, perché anche in questo caso nel resto d’Europa il problema è stato affrontato e spesso risolto riconoscendo forme diverse di famiglia, estendendo il vincolo matrimoniale anche a coppie dello stesso sesso, accettando l’idea che lo Stato deve regolare la materia lasciando all’individuo ampia libertà senza creare ambiti più o meno ampi di discriminazione, ma intervenendo solo quando è necessario salvaguardare quei diritti individuali che nemmeno una famiglia, di qualsiasi tipo, può comprimere.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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