Giovani cervelli in fuga: tra brain drain e brain gain

di Francesco Molica.

foto: Emilio Garcia

Un infelice corollario al deficit di prospettive e attenzioni istituzionali sofferto in questo frangente storico dai giovani italiani è costituito dal rapido accrescersi dell’emigrazione intellettuale. La diaspora dei talenti patri all’estero, in anni recenti, ha infatti assunto proporzioni sempre più ragguardevoli. Il trend, in piena gestazione, presenta per il momento contorni assai sfumati e non è stato a sufficienza metabolizzato, tantomeno sistematizzato a livello accademico. Tuttavia, l’impressione a prima vista empirica che le prospettive di carriera oltreconfine tentino in misura crescente le giovani generazioni del Belpaese, ovvero facciano ampi proseliti nel vasto alveo del precariato intellettuale (chi non ha amici e conoscenti che hanno fatto le valigie negli ultimi anni?), è comprovata da alcune significative indicazioni statistiche. Gli ultimi dati dell’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti Estero) segnalano che almeno 330mila under-40 hanno lasciato l’Italia nel decennio scorso per “imbarcarsi” alla volta di destinazioni straniere. Nel solo 2010, più di 22mila si sono trasferiti in un altro paese UE, 2mila e 500 quelli che sono emigrati negli Stati Uniti. In termini relativi, circa il 2% dei laureati italiani lavora all’estero. Fin qui le cifre ufficiali. Alle quali, con ogni probabilità, sfugge una consistente fetta di sommerso, come si addice a tutti i fenomeni migratori di una certa rilevanza. L’iscrizione all’anagrafe consolare è sulla carta obbligatoria ma non sono previste sanzioni di alcun tipo per coloro che la “evadono”: parecchi a quanto sembra. Ancor più pregnanti, e preoccupanti, sono i numeri ostentati dai sondaggi di opinione condotti in patria. Secondo un’indagine appena sfornata da Demos & PI il 66% degli italiani di età compresa tra i 25 e i 35 anni “ritiene che oggi l’unica speranza per i giovani che vogliano fare carriera sia andare all’estero”.

L’emorragia dei nostri laureati all’estero resta nondimeno una sorta di tema-paria, un convitato di pietra nel dibattito pubblico del paese. Lampeggia di tanto in tanto sulla stampa nazionale, spesso e volentieri esposto dagli sfoghi epistolari di ricercatori costretti a prendere il largo dai nostri atenei per poter “fare carriera” altrove. Genera occasionalmente ricette legislative di corto respiro, come il DDL Gelmini sul rientro dei cervelli in fuga, il quale, alla stessa stregua di due precedenti leggine sottoscritte dall’allora ministro Moratti nel 2000 e nel 2004, è condannato a sortire risultati risibili. Ma nel complesso la classe politica appare impreparata, o peggio indifferente di fronte all’urgenza di pensare una risposta coerente al problema.

Inutile soffermarsi sui danni non solo materiali che ne derivano al paese. Ancorché difficili da misurare, sono drammaticamente tangibili. Le note disfunzioni del mercato del lavoro italiano continuano ad alimentare un pesante passivo di risorse umane, dirottandole a cuor leggero verso più appetibili lidi stranieri. Sul breve termine il conto si presenta quindi piuttosto salato. Tuttavia quello che si mostra oggigiorno come un deplorevole handicap potrebbe a lungo andare tramutarsi in una formidabile opportunità per il Belpaese. Perché, come osservato di recente dall’Economist, l’esodo dei giovani cervelli italiani “ha creato una preziosa rete di emigrati, provvisti di esperienze professionali di primo livello, che potrebbero portare enorme beneficio al paese qualora vi facessero ritorno”. Invece che cedere alle seducenti sirene del disfattismo, è necessario considerare il brain-drain italico sotto una luce per una volta diversa, provando a riconoscerne i possibili vantaggi di lungo periodo. Qui entra in gioco la nozione di brain-gain, con la quale da diversi anni un nutrito drappello di studiosi (tra i quali spicca Amartya Sen) ha inteso proporre un rovesciamento di prospettiva riguardo gli effetti della emigrazione intellettuale sui paesi di partenza. Si tratta di considerare la fuga dei cervelli con un’ottica temporale di più ampio raggio: sicché, se nell’immediato essa equivale a un’indubitabile perdita per la nazione “esportatrice”, può successivamente tradursi in un importante volano al suo sviluppo economico ed umano. Come? Prima di tutto tenendo conto del fatto che i nostri “expat” veicolano continuamente il capitale di conoscenze ed esperienze accumulate all’estero verso la madrepatria attraverso i legami con essa mantenuti (quelle che la sociologa Peggy Levitt chiama “rimesse sociali”); in seconda battuta, perché questo stesso capitale potrebbe essere compiutamente messo al servizio del paese una volta fattovi ritorno. Questa interpretazione è stata del resto modellata su una casistica ben diversa: quella dei paesi sottosviluppati. Fatte le debite differenze, calza però bene anche all’Italia. A questo punto, spetta al tessuto economico e istituzionale del paese incentivare il processo.

Del resto, la mobilità dei cervelli di per sé non è un male. Il Regno Unito, prima della crisi, esportava svariate decine di migliaia di laureati all’estero. Ma tutt’ora è in grado di attrarne moltissimi, alla stessa stregua degli Stati Uniti. Una seconda variante del termine brain-gain designa in effetti la capacità da parte dei paesi sviluppati di calamitare e integrare risorse umane straniere altamente qualificate. Su questo versante l’Italia è molto in ritardo, malgrado il mercato della conoscenza abbia assunto da tempo una dimensione pienamente globale e la competizione internazionale per i talenti si stia facendo sempre più serrata con l’ingresso di nuovi soggetti sullo scacchiere internazionale. Si deve a Zygmunt Bauman, tra i principali interpreti della globalizzazione, la dicotomia turisti-vagabondi: i vagabondi sono coloro che si spostano per necessità, per fuggire una situazione di severa privazione economica e assenza di prospettive; i turisti, al contrario, sono le elite globali, altamente qualificate, che viaggiano ed emigrano per scelta, cavalcando i vantaggi dell’attuale assetto di capitalismo globalizzato. L’Italia, in tal senso, dovrebbe trasformarsi da fabbrica di “vagabondi” in magnete di “turisti”. Prima che sia troppo tardi.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Aimee

    E come proponi che lo faccia? Belle parole ma servono proposte concrete. Sarà per un altro articolo?

  2. Francesco Molica Francesco Molica

    Aimee,

    L’articolo si prefigge sic et simpliciter di stimolare il dibattito sul problema, provando a liberarlo da quel senso di inevitabilità, di fatalismo che spesso lo avvolge. Sarebbe pretenzioso, oltre che fuorviante proporre su due piedi ricette miracolose. La mole di riforme, dal mercato del lavoro, all’università e la ricerca, necessarie a imbrigliare o trarre partito dalla disapora dei giovani cervelli italiani all’estero, nonché utili ad attrarre talenti stranieri in Italia, è ampia e merita una riflessione preliminare collettiva. Basterebbe che i nostri politici cominciassero a inserire, più in generale, la questione dei giovani al centro delle loro preoccupazioni, come accade in questo momento in Francia con i primi sussulti della campagna per le presidenziali francesi.

  3. Fabio

    Giusto 10 anni usciva questo libro: http://www.cervelliinfuga.it
    Non e’ che sia cambiato molto, nel frattempo, purtroppo.

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