di Irene Tinagli.
Il discorso sui diritti civili pronunciato da Kennedy l’11 Giugno 1963, pur essendo incentrato sugli afro-americani faceva parte di una strategia più ampia di modernizzazione della società americana che ha avuto importanti ripercussioni anche sulle donne. Non è un caso se in quello stesso periodo presero avvio una serie di misure legislative volte non solo a promuovere l’integrazione delle minoranze (come il Civil Rights Act del 1964) ma anche una maggiore emancipazione delle donne, come l’Equal Pay Act. Una legge che cercava di eliminare il divario salariale tra donne e uomini dando alle prime degli strumenti per denunciare situazioni di trattamenti impari. Altre iniziative seguirono negli anni súbito successivi, negli Stati Uniti ed altrove.
Nel 1970 anche anche il Regno Unito infatti adottò un suo “ Equal Pay Act”. E nel 1968, per la prima volta, alla Conferenza Internazionale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani si discusse dei “diritti di riproduzione”, ovvero di tutta una sfera di diritti all’epoca non riconosciuti come il diritto all’accesso ai mezzi di contraccezione, a poter controllare le proprie funzioni riproduttive, a poter abortire in un ambiente sicuro, ed il diritto ad una educazione sessuale che consenta di fare scelte riproduttive in modo libero e consapevole. Battaglie ed iniziative che nel tempo hanno portato enorme progressi per le donne in tutto il mondo.
Negli anni successivi all’Equal Pay Act, per esempio, il divario di salari tra donne e uomini negli Stati Uniti si è ridotto moltissimo: se nel 1970 una donna americana guardagnava, in media, il 62% dello stipendio di un uomo, nel 1980 arrivava all’80%. Per non parlare della riduzione della violenza di genere e delle morti legate agli aborti clandestini. Anche escludendo i paesi in via di sviluppo, in cui condizioni igienico-sanitarie precarie continuano a causare migliaia di decessi legati ad interruzioni di gravidanza illegali, persino negli Stati Uniti negli anni precedenti al 1972, anno in cui la pratica venne legalizzata, erano centinaia le donne che ogni anno morivano per questi motivi. Insomma, i progressi fatti dalle donne per l’affermazione dei propri diritti, la salvaguardia della propria autonomía e della propria salute sono stati enormi.
Eppure sarebbe un errore considerare la questione risolta e l’eguaglianza già raggiunta. Moltissimi dati sulla condizione femminile di oggi ci dicono che non è così, anche (e soprattutto) in Italia. Basta guardare alla partecipazione femminile al mondo del lavoro, ancora minoritaria nel nostro Paese, dove il tasso di attività delle donne è il più basso d’Europa dopo Malta. O vedere l’impatto del tutto impari che la formazione di una famiglia ha sulla vita e la crescita professionale di una donna rispetto a quella di un uomo: oltre il 20% delle donne italiane lascia il lavoro a fronte di un evento familiare come il matrimonio o la nascita dei figli e molte di loro non rientrano al lavoro. Inoltre le donne sono più spesso degli uomini sovraistruite rispetto ai lavori che fanno, soffrono molto più della precarietà sul lavoro e continuano a guadagnare meno rispetto ai colleghi maschi (il 20% in Italia, ma il divario persiste anche in altri paesi, incluso gli Stati Uniti).
Questi sono solo alcuni dati che ci dicono alcune cose importanti. Prima di tutto ci dicono che la politica non può e non deve mai abbassare la guardia quando si tratta di diritti ed inclusione, e che una società ha bisogno di essere costantemente monitorata, seguita e accompagnata con interventi legislativi e politiche che ne aiutino la crescita armonica e l’evoluzione. In secondo luogo ci dicono che forse le battaglie sui diritti da sole non bastano, che in alcuni casi può essere necessario integrarle con politiche sociali di supporto. Per esempio nel corso dei decenni le politiche di welfare come il supporto alla maternità hanno dato un contributo importante all’inclusione delle donne nella vita sociale ed economica di un paese, come ci dimostrano i paesi del nord Europa.
Le politiche “a supporto” di donne e minoranze sono misure molto diverse rispetto ai “diritti”: le battaglie per i diritti civili cercano di stabilire criteri di uguaglianza e parità di trattamento su alcune dimensioni chiave della convivenza civile, mentre politiche sociali come quelle sulla maternitaà , così come le politiche che prevedono quote di acceso per le minoranze (come la famosa “affirmative action” staunitense o le “quote rosa” in discussione negli ultimi mesi) sono invece misure che partono dalla constatazione di una discriminazione e di una diseguaglianza e cercano di intervenire in modo non neutrale per correggerla. Entrambe sono utili e necessarie per l’emancipazione femminile, ma si nota, soprattutto nell’Italia degli ultimi anni, una sorta di appiattimento delle stesse donne verso rivendicazioni rivolte alle politiche di supporto (asili, quote rosa, pensioni anticípate etc.) e un minore interesse verso invece le battaglie tradizionali sui diritti.
Basta pensare alla mobilitazione che hanno generato interventi come l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne o la questione delle quote rosa e alla scarsa attenzione che invece ha accolto l’ultima legge sulla procreazione assistita, che nega alle donne importanti diritti legati al controllo della propria attività riproduttiva, o ancora le discriminazioni che avvengono sui luoghi di lavoro, sulle quali sorvoliamo spesso dandole quasi per scontate.
Questo atteggiamento è molto insidioso, ed è importante che le donne non abbassino mai la guardia e non cadano nella pericolosa tentazione di pensare che la loro emancipazione passi solo attraverso politiche sociali in loro favore. Quest’ultime sono certo importanti, ma l’affermazioni di diritti di parità ed uguaglianza non lo sono di meno e soprattutto non sono passate di moda: ci sono ancora molti diritti da affermare, nella società e nel mondo del lavoro. iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Cara e Bravissima Irene hai fatto un grande Articolo in favore delle Donne.
Che sono ( siete ) sempre state considerate al di sotto dell’Emancipazione
rispetto a noi uomini.Cosa che bisognerà superare in modo netto e per sempre.
Da come scrivi si vede che sei Preparatissima,da scienziata quale sei,
un vero Brava Irene. Che sei bella si vede anche se stai in silenzio,
ma essere Brava e Colta e Intelligentissima è un Grande Merito Maggiore.
In Italia ci vorrebbero Migliaia di Donne come sei Tu,allora si potrebbe davvero
sperare in un’Italia Grande e Giusta.Apprezzata in tutto il Mondo.
Baci Irene a Te,Continua così ad andare avanti,OK.–Per L’Italia .
Viviano Mario M.