Acqua: liberalizzazione senza concorrenza

di Guido Giuliani.

foto: caratello


Ci sono due aspetti molti discutibili nella proposta di liberalizzazione della gestione dell’acqua, sulla quale saremo tenuti a esprimerci con i referendum del 12-13 giugno 2011. Il primo è che si propone una liberalizzazione senza che venga garantita una vera concorrenza; il secondo riguarda gli appetiti politici delle aziende ex-municipalizzate.

In Italia sono stati liberalizzati negli anni recenti i settori delle telecomunicazioni, del gas e dell’energia. Con quali risultati?

Per le telecomunicazioni, la fuoriuscita dal regime di monopolio ha prodotto un sistema caratterizzato da una concorrenza  fattuale, che ha portato alcuni vantaggi agli utenti in termini di qualità e costi dei servizi. La liberalizzazione ha sfruttato efficacemente il fatto che le infrastrutture fisse necessarie per erogare i servizi (le reti di trasporto in fibra ottica, i cavi in rame per il collegamento agli utenti finali) possono essere facilmente messe a disposizione di operatori terzi da parte del proprietario delle infrastrutture. Si è qui concretizzato il potenziale della “convergenza digitale”, che consente di fare viaggiare contenuti informativi di natura diversa sullo stesso mezzo fisico di trasmissione, permettendone lo smistamento verso l’utilizzatore finale.

Nel settore della fornitura di energia elettrica la liberalizzazione ha portato un certo livello di concorrenza a beneficio dei clienti industriali, mentre per gli utenti domestici i vantaggi della liberalizzazione sono stati assai più limitati. Ha pesato negativamente la rigidità del sistema, costituito dalla infrastruttura fissa (i cavi lungo i quali viaggia l’energia elettrica) e dalla natura dell’energia elettrica stessa che mal si presta ad essere immessa nella rete in punti specifici per poi essere indirizzata verso uno specifico utente finale.

Una simile rigidità affligge il settore della distribuzione del gas: la difficile sfruttabilità della infrastruttura di distribuzione da parte di molteplici operatori ha portato ad un sistema in cui la effettiva concorrenza è limitata. Infatti, i diversi operatori devono utilizzare – per l’accesso all’utente finale – i tubi già installati dall’operatore ex-monopolista. Rispetto alla distribuzione di energia elettrica (in cui il monopolista aveva dimensioni nazionali), nel settore del gas la liberalizzazione ha portato qualche concreto vantaggio con l’accorpamento di diversi operatori di piccole dimensioni, con cospicui vantaggi sul prezzo di acquisto del gas in grandi quantità.

Il sistema di distribuzione dell’acqua presenta ancora maggiori rigidità rispetto a quelli dell’energia elettrica e del gas: non solo l’infrastruttura distributiva non è duplicabile né radicalmente modificabile, ma il bene primario (l’acqua) è intrinsecamente di natura “pubblica”. L’iniziativa del Governo volta a “liberalizzare” il mercato dell’acqua prevede che la proprietà delle infrastrutture rimanga pubblica, e che vada assegnata tramite una gara la gestione del sistema di distribuzione basato sulla infrastruttura pubblica, per un periodo di 10 anni. L’intento di questa proposta è quello migliorare l’efficienza del sistema, confidando nel fatto che i soggetti vincitori della gara saranno in grado di razionalizzare e minimizzare i costi, potendo così offrire l’acqua a tariffe preventivamente negoziate con un’Autorità apposita, creando anche lo spazio per il proprio profitto.

Il primo punto debole di questo approccio risiede nella intrinseca assenza di concorrenza nel quadro così definito. Infatti, l’unico momento di reale competizione tra i diversi potenziali operatori è quello della gara [*]. Sebbene la procedura di gara possa tenere conto di diversi fattori (tra i quali: tariffa finale garantita agli utenti, adeguatezza del soggetto a svolgere l’attività, ecc.) per la scelta del soggetto migliore, il monopolio di fatto nel quale si troverebbe ad operare il vincitore per un lungo arco di tempo rende il sistema molto poco virtuoso, e non incentiva – a gestione in corso – a proporre agli utenti miglioramenti del servizio o riduzione delle tariffe.

L’altro aspetto critico – di natura politica –  riguarda i soggetti che parteciperanno alle gare. Questi saranno i grandi operatori nazionali o sovranazionali, ma vi saranno anche Associazioni Temporanee di Impresa (ATI) che riuniscono diverse società ex-municipalizzate operanti al livello locale. Alcune indiscrezioni suggeriscono che lo stesso centrodestra che ha proposto la legge per l’acqua proporrà, da parte delle regioni amministrate dalla propria parte politica, l’emanazione di criteri per l’assegnazione dei punteggi nelle gare che, di volta in volta e a seconda degli assetti politico-territoriali, favoriscono proprio le ex-municipalizzate (ad esempio, attribuendo un valore elevato alla conoscenza della complessa rete idrica esistente, per la quale spesso la documentazione tecnica descrittiva è assai carente). Non verrebbe quindi interamente rimosso il legame a doppio filo tra politica e gestione dell’acqua, consentendo anzi a soggetti a prevalente capitale pubblico di continuare a gestire il servizio, con la possibilità aggiuntiva di produrre utili.

Ci rimane la convinzione che il settore della distribuzione dell’acqua non debba essere soggetto a liberalizzazione, in quanto non possiede le necessarie caratteristiche tecniche per poter definire criteri e modalità che garantiscano concorrenza ed efficienza.

La soluzione ottimale va trovata in una gestione pubblica resa più virtuosa dall’affidamento degli incarichi direttivi a persone tecnicamente qualificate, superando finalmente il limite tutto italiano delle nomine di politici incompetenti nei consigli di amministrazione delle società partecipate dalle amministrazioni pubbliche.

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[*]  Si vedano un paio di interventi che sembrano sottovalutare questo punto: Antonio Massarutto, “Diamo una regolazione all’acqua“, Lavoce.info; Marco Ponti, “Quegli equivoci sull’acqua“, Lavoce.info.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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