di Guerino Macori.
Hai 8 anni e con gli occhi di un bambino vedi i tuoi genitori che stanno bene, ti innamori della nazionale di calcio probabilmente durante un mondiale, è lì che scopri il Tricolore, l’Italia, i tuoi nonni sono in pensione e non pensi di certo a quando un giorno sarai un nonno anche tu, dopo una vita di lavoro.
Magari solo uno dei due percepisce la pensione, in fondo l’Italia, anche se con una minima, offre la possibilità di poter vivere dignitosamente e intanto tu sogni di fare l’astronauta, lo scienziato, il pompiere.
Dopo qualche anno cambi idea, vuoi fare il notaio, quello che c’è in tv nei programmi dove si vincono i premi, vuoi fare il medico o forse l’avvocato e la scuola ti permette di imparare, studiare… magari durante l’estate fai qualche lavoretto, in nero ma niente male per mettere da parte qualche soldo per poi andare in vacanza e non pesare sulle spalle dei tuoi…
Nel frattempo ti ritrovi a 19 anni, hai finito la scuola e dopo la maturità cerchi lavoro e visto che le possibilità di impiego sono minime, decidi di andare all’università, non solo perché ci vanno tutti ma perché di certo con una laurea in tasca il lavoro dei tuoi sogni lo trovi.
Inizi a scegliere il tuo futuro e che sia dettato dalla passione o da un sogno di bambino, inizi a seguire i primi corsi, si apriranno strade, cominci a pensare alla laurea triennale, ringrazi che ci sia un titolo così vicino, pensi a chi vent’anni prima col vecchio ordinamento aveva tanto da aspettare.
Poi ti laurei, sei un dottore junior ed allora preso dall’entusiasmo e dalla consapevolezza che con una laurea di primo livello puoi fare poco o niente ti iscrivi ostinato alla laurea specialistica, così finalmente diventi dottore vero.
Allora ricominci a studiare e a frequentare di nuovo, ad emozionarti, a non dormire la sera prima degli esami; arriva la preparazione della tesi ed il giorno della sua discussione.
Ecco il giorno della Laurea con un sacco di sogni e aspettative e finalmente si entra nel mondo dei grandi.
Ma dal giorno dopo inizi a pensare che ora dovresti trovare un lavoro, e allora scopri che anche il solo cercarlo è un’occupazione a tempo pieno, poi trovi qualcosa, uno stage, un tirocinio e magari un doppio lavoro la sera per ripagarti delle spese che lo stage non copre.
Intanto c’è chi ti dice di stare sereno e non vivere di preoccupazioni, perché alla fine ce la farai, basta aspettare tanto sei ancora giovane.. così a 27 anni, dopo 4 contratti di collaborazione, due borse di studio, due stage e tante aspettative scopri che non ce la fai più a sostenere l’ennesimo colloquio, che non puoi permetterti di pensare che un giorno l’affitto della stanza in cui ti trovi ora sarà un ricordo di giovinezza, perché continui a pagarlo da troppo tempo e che forse mai potrai avere una posto tutto tuo dove vivere la tua vita, le tue emozioni, forse dovrai aspettare ancora.
Perché flessibilità è diventato precariato a bassa retribuzione e nessuno ancora te ne ha mai parlato, nessuno ti ha spiegato che la flessibilità per scelta poteva essere anche un’occasione, ma tanto sei giovane e ti sei fatto un sacco di esperienze lavorative, e basta aspettare che le cose si sistemeranno e un posto buono lo troverai.
Intanto scopri che il tuo nuovo contratto è senza diritti e hai il dovere di rendere a chi lo ha promosso, durerà sei mesi ma pensi già a quello dopo e ti dicono di essere troppo esigente a voler sapere cosa ti succederà, tanto sei giovane, sai quante possibilità ci saranno, anzi ti senti dire che invidiano la tua precarietà, il loro contratto a tempo indeterminato da trenta anni li opprime invece tu hai le strade aperte.
Ma un dettaglio ti sfugge, dove stai sbagliando? Allora forse chiedi troppo? Ma in fondo cosa stai cercando?
Scopri che i vantaggi del loro contratto “a vita” non sono nemmeno paragonabili al tuo progetto precario, che in confronto alla loro “oppressione” tu non hai nemmeno fatto in tempo ad immaginarti un progetto a brevissimo termine.
E allora cosa stai aspettando?
Scopri di far parte della prima generazione che è compiutamente al di fuori dell’idea del lavoro come prospettiva, come futuro, di una generazione compiutamente precarizzata non solo nella sua proiezione produttiva, ma nella sua immagine di futuro.
“E’ il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente”
Il riformismo è l’idea di chi combatte le ingiustizie, che guarda al progresso della società, anche con scelte che all’inizio possono sembrare inique ma che poi potranno produrre risultati postivi.
Il riformismo produce Politica, quella con la P maiuscola, quella che in questa seconda repubblica non si è mai vista, che ha prodotto una classe dirigente che per ventenni ha avuto come insegna la conservazione, le false promesse, le false riforme, finendo per fare percepire la politica come conservazione dell’ingiustizia.
Non siamo francesi, non siamo portati alle rivoluzioni. Se la politica ha senso di riforma dell’ingiustizia, possiamo convincerci, convincere e essere vincenti tra la gente.
La politica è pazienza e se c’è una cosa che abbiamo è la pazienza, poi abbiamo le idee, che con pazienza custodiamo.
Ma a chi le affidiamo? Accreditiamoci. Si cominci da noi, siamo la grande risorsa di questo paese, lo stesso che ci appassiona durante le notti magiche dei mondiali di calcio..iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Il primo problema in questa cronistoria è che a 27 stai cercando lavoro, e questo è il *grosso* problema in Italia. Il lavoro si cerca a 22, 23 anni: ventisette è l’età in cui si pensa alla carriera, ci si è già sposati, si inizia a fare figli o almeno a pensarci seriamente.
Non è necessariamente colpa tua, è tutto il sistema ad essere sballato!
mah Ottavio forse ai tuoi tempi.. e comunque a 22 la maggor parte della gente è ancora nel bel mezzo dell’Universitá.
e a 27 oggi si è impegnati cercare un modo di sfangarsela: tutto il resto nelle decadi successive.
e comunque: lunga vita e prosperità!
Giò penso che si tratti di un malinteso. Non credo che Ottavio volesse dire che l’autore è un vitelllone, un “bamboccione”. No.
A mio avviso quello che Ottavio voleva dire è che la situazione italiana è drammatica proprio perché i giovani entrano nel mercato del lavoro più tardi che nel resto dei paesi europei.
Ci si laurea più tardi, si entra nel mercato del lavoro più tardi, si fanno i figli più tardi
Ancora mi ricordo quando laureato da pochi mesi, insieme ad altri compagni scoprivo che i miei coetenai spagnoli, francesi, belgi non solo già avevano master e contromaster (se non adirittura una seconda laurea) ma che già stavano lavorando da un po’.
L’italia un po’ sembra un paese in perpetuo ritardo ed un po’ un paese terzomondista (penso agli stipendi ridicoli e non mi riferisco al momento di crisi di attuale).
Sì, intendevo quello. E anche ai miei tempi (ho 40 anni) eravamo ben pochi ad esserci laureati a 22 anni. Peccato che arrivato negli USA per fare il dottorato, ho scoperto che a 22 anni ero fra i più anziani del primo anno; e nei quattro anni di corso una buona parte di noi si è sposato, e qualcuno ha pure lasciato per iniziare subito a lavorare.
A 22 anni *non* bisogna essere nel bel mezzo dell’università, questo è l’errore di fondo. Il fatto che molte aziende italiane non prendano sul serio i laureati triennali è parte del problema, il fatto che le famiglie italiane non prendano sul serio la laurea triennale e che trattino i figli di quell’età come dei bambini da proteggere è l’altra parte del problema.
Perché quando mi capita di parlare con i miei studenti del loro futuro, scopro con stupore che molti di loro trovino ovvio proseguire gli studi, quando l’80% di loro finirà a fare il programmatore in azienda e qualsiasi cosa imparino nella magistrale di matematica (!) è assolutamente irrilevante allo scopo. Si facessero un MBA, piuttosto.
Ottavio: ritengo la conversazione molto interessante, penso che tocchiamo il cuore della questione giovanile italiana.
Da un lato, anche qui, esiste un problema d’élites (i giovani che ne fanno parte vanno avanti spediti, vedi gli Elkann..). Insomma i figli del papi vanno più veloci. Pensiamo poi al carattere delle nostre imprese (familgiari-familistiche).
Da un altro lato, e questo è quello che qui ci interessa, è vero che in Italia tutto è andato rallentando. Io ho passato da qualche hanno la soglie dei 30 e ho conosciuto la situazione di cui parliamo (sensazione di ritardo rispetto ai compagni europei). Eppure se parlo con i miei genitori, i miei zii ed i loro amici (60-65 anni) vedo che loro all’epoca erano come i nostri vicini europei di oggi.
All’epoca tra i 25 ed i 30 anni erano già laureati con figli al seguito, un tetto di propritetà (talvolta) ed avviati in un iter professionale concreto.
Poi qualcosa fra gli anni 80 e gli ani 90 si è rotto. E le cose hanno iniziato a cambiare. In italia specialmente e soprattutto. Che ci è successo? Perché a noi più che agli altri vicini europei?
ma poi pensavo una cosa, noi la pensione non ce l’avremo mai. dovremo lavorare fino a che la nera signora non ci licenzi. A questo punto, vale davvero la pena cominciare a 22? meglio aspettare un po’ no? e sticazzi degli americani….
Non so: la vita da studente aveva i suoi vantaggi, ma la cronica assenza di pecunia mi spingeva a ridurne la durata al massimo
E poi c’è il discorso della famiglia: a parte il lieve problema biologico delle donne, tirar su dei bimbi a 40 è faticosissimo, a partire dalla schiena, e vorrei tornare a poter uscire liberamente con mia moglie prima siano gli acciacchi e i reumatismi ad obbligarci in casa.
Io penso sempre a quella pubblicità della Mastercard: «non avere più vent’anni, non ha prezzo!» I dieci e i trenta mi sono sempre sembrati più attraenti…
@Gio: è vero quello che dici. Ma poi ho pensato che anche negli altri paesi vicini non avranno la pensione i nostri coetanei, eppure lì il ciclo di vita non si è rallentato come da noi.