di Emidio Picariello.
Quandi si parla di cloud computing, agli adetti ai lavori viene quasi automaticamente in mente una cosa: c’è sempre stata, per quanto riguarda i dati, una sorta di paura di perdere il possesso, che ne ha rallentato in qualche modo lo sviluppo. Detto questo, mi pare doveroso definire di cosa si sta parlando anche se quelli di voi che non conoscono la definizione tecnica, ugualmente qualche volta l’hanno usato.
Wikipedia dice:
In informatica, con il termine cloud computing si intende un insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto.
Facciamo anche un esempio per chiarire il punto. Google Docs è uno strumento di cloud computing. Quando creo un documento su GDocs, il documento non risiede sul mio computer, anche se ne sono il proprietario. In realtà io non so neppure su quale server risiede, della nuvola di cui Google dispone. So che è lì da qualche parte, so che Google sta mettendo in atto tutte le policy necessarie alla sicurezza del mio documento, ma non ho i dati sul mio computer.
Il primo elemento informatico che ha subito questa sorte – e moltissimi si sono adeguati – è stata la posta elettronica. Prima c’era Outlook. Poi è arrivato GMail e abbiamo – in molti – smesso di scaricare la posta. Potevamo accedervi quando volevamo, ovunque, e ricercare anche nella roba vecchia sfruttando il potente meccanismo di ricerca di Google e per prima ha offerto un’interfaccia semplice da usare e user friendly.
Se l’utenza privata ha rapidamente sfruttato l’opportunità, questa cosa però è stata recepita a fatica dalla PA: prevalgono ancora i server di posta elettronica ai quali l’outlook dei dipendenti accede per scaricare la posta, invece delle webmail alle quali si può accedere da qualunque parte del mondo. Storicamente questo è legato al fatto che le interfacce delle webmail si sono evolute lentamente. Le prime erano molto scomode da usare, anche con connessioni veloci. Oggi non è più così ma l’abitudine ad avere la posta scaricata in locale su un pc è molto radicata, nonostante tutti i difetti del caso: sostituire un pc diventa un lavoro pesante, la posta è inacessibile da altre postazione oltre la propria, per tacere della tragedia che si consumerebbe qualora si rompesse il pc e non si fossero fatti backup adeguati.
Per i documenti le riflessioni da fare sono abbastanza simili. Il problema da risolvere è che la maggior parte della conoscenza partorita dalla produttività individuale rimane nei computer degli autori. Anche quando avviene una condivisione di un documento, troppo spesso avviene per uno scambio di posta elettronica. In questo modo si innesca un rimpallo di versioni modificate dello stesso file alla fine del quale è difficile capire quali sono le modifiche valide.
Invece il meccanismo collaborativo sul quale si basano i software di cloud dell’office automation – GDocs, Zoho e anche Azure di Microsoft – consentono a tutti gli utenti di lavorare su uno stesso documento, le cui modifiche sono storicizzate all’interno del file e la cui divulgazione è praticamente immediata. Quasi tutte queste soluzioni però prevedono che le informazioni risiedano su server esterni all’ente.
In questo caso, per valutare la bontà del passaggio al cloud, possiamo distinguere fra enti grandi e enti piccoli. Un ente con risorse economiche e tecniche sufficienti può costruire una intranet che consenta di condividere i documenti, collaborare su di essi, pubblicarli agevolmente quando necessario, senza per questo doversi appoggiare server esterni. Un comune più piccolo invece può verosimilmente ottenere gli stessi risultati solo utilizzando servizi esterni di cloud. C’è da avere paura della sorte dei propri dati? Possiamo serenamente dire di no: istituire un livello di sicurezza tanto alto come quello di Google o di Microsoft su server interni è faticoso tecnicamente e oneroso economicamente. Vale la pena di fidarsi dei loro sistemi.
Il cloud computing comprende anche il cosidetto software as a service. In precedenza abbiamo parlato del software necessario alla pubblica amministrazione per svolgere le sue funzioni vitali e di come si possa scegliere se svilupparlo internamente o acquistarlo. Nel caso del saas il software viene utilizzato come servizio: vi si accede via internet grazie all’interfaccia del browser. E’ una soluzione spesso più economica rispetto all’acquisto, ma come si può immaginare lega moltissimo al proprio fornitore. In questo caso la soluzione migliore, quando possibile, resta, come abbiamo detto, lo sviluppo con strumenti open source o il riuso di software sviluppato da altri enti.
Ricapitolando: il cloud computing è una opportunità e una strada segnata per il futuro. Basta pensare che Google sta per immettere sul mercato un sistema operativo che serve esclusivamente per utilizzare servizi on line e che iPad e tablet pc sfruttano servizi on line in modo massiccio. Quindi escluderli dall’uso nella PA può essere una scelta miope: soprattutto per i piccoli enti possono essere una risorsa importante ed economicamente abbordabile. La tecnologia evolverà in questa direzione, perdere l’occasione per la paura di non tenere i propri su i propri server non può essere considerato lungimirante.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Non capisco quale sia il problema con la posta, a meno che ci sia ancora qualcuno che usi POP3 invece di IMAP. Anche perché un programma di posta decente (non so su Windows che non uso dal ’92, ma almeno su Linux e OSX ci sono) è incredibilmente più pratico di qualsiasi webmail.
Per quanto riguarda l’uso di servizi esterni, invece, c’è un problema di riservatezza e di accountability: passi ancora se lo fa un’università (UniPV è passata interamente a google, ad esempio), ma non mi sento molto a mio agio all’idea che un ufficio tecnico di un comune lavori su bandi di appalti o documenti per il PGT usando googledocs o soluzioni simili.
O sono decisamente troppo naïve a pensare che nella PA tutti i computer su cui ci siano dati importante sono adeguatamente protetti se non, idealmente, scollegati dalla rete esterna?