Stati Uniti d’Europa. Il nodo della partecipazione democratica

di Barbara Revelli.

"Europe (Can't wait!)" by Samantha Decker

La recente proposta di Cecilia Malmstrom, Commissaria UE agli affari interni, di prevedere la temporanea reintroduzione di controlli limitati dei confini nazionali, qualora una parte delle frontiere esterne sia sottoposta a pesanti ed impreviste pressioni migratorie, allontanano sempre di più il traguardo della coesione europea e dei tanti agognati Stati Uniti d’Europa. Ma, per quanto gli eventi delle ultime settimane abbiano contribuito a accelerare il naufragio del barcone “Europa”, la crisi della democrazia “postnazionale” affonda le sue radici più profonde in un’eterogeneità politica e legislativa nazionale che ha contribuito a frustrare le potenzialità della cittadinanza europea e della partecipazione democratica comunitaria.

Il dibattito che, nel corso degli ultimi mesi, ha preso forma attorno al trattato di Shenghen, alle sue possibili interpretazioni e rivisitazioni, è rivelatore delle diverse declinazioni nazionali della cittadinanza europea e delle sostanziali differenze che sussistono tra i diversi stati membri in materia di legislazione sulla nazionalità. Le differenze risiedono tanto nelle legislazioni relative all’acquisizione della cittadinanza nazionale (e quindi di quella europea) quanto nei diritti ai quali ciascun cittadino europeo può accedere qualora risieda in uno Stato membro diverso da quello d’origine. La mobilità alla quale la cittadinanza europea da diritto, non sempre equivale alla “mobilità dei diritti”. Senza contare le differenze legislative che sussistono tra i 27 Stati membri nel mantenimento o nella perdita dei diritti nazionali qualora un cittadino europeo non risieda più nel proprio paese d’origine. A fronte di questo complesso sistema di scatole cinesi legislative vige un’unica certezza, sancita sin dal Trattato di Maastricht, ovvero che i cittadini della UE hanno il diritto di partecipare elle elezioni europee e municipali qualora risiedano in uno Stato membro diverso da quello d’origine; una certezza spesso vanificata dal rischio di compromettere la possibilità di mantenere i diritti della nazionalità d’origine e dalla scarsa affluenza alle urne in occasione delle elezioni europee.

La cittadinanza europea perde progressivamente non solo la sua funzione di catalizzatore, bensì anche quello di strumento della partecipazione democratica. Nel corso degli ultimi dieci anni non sono mancate le iniziative (dibattiti pubblici; sondaggi deliberativi; conferenze cittadine; ecc.) per contribuire a una democrazia partecipativa su scala europea che stenta a decollare. Fu proprio la Commissione europea che, il 13 ottobre 2005, lanciò il Piano D votato a promuovere e incentivare la Democrazia, il Dialogo, il Dibattito nonché a ridurre le distanze tra l’Unione Europea e l’Europa dei cittadini. Ma i risultati sono ancora modesti, non solo per la scarsa visibilità delle iniziative sopra evocate, bensì per la timida (per non dire quasi inesistente) partecipazione di quelle stesse istituzioni europee che le patrocinano.

Quando ci si sofferma sulle ragioni che sono all’origine delle difficoltà del processo d’integrazione europea, inesorabile è il verdetto sulle responsabilità dei gruppi parlamentari e dei partiti politici europei. Nonostante gli sforzi esemplari dei Verdi e del PSE (Partito Socialista Europeo), entrambi promotori di programmi elettorali elaborati su scala europea e di un coinvolgimento diretto dei militanti, i partiti europei svolgono un ruolo ancora troppo marginale rispetto agli interessi spesso divergenti dei singoli partiti nazionali che li compongono. Esemplare è il caso che caratterizzò le elezioni europee del 2009 in occasione delle quali i vertici del PSE proposero la scelta di un candidato comune a tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei per la corsa alla presidenza della Commissione europea. Il tentativo del PSE fallì miseramente in seguito alla scelta dei partiti portoghese, spagnolo e britannico di sostenere la candidatura di Barroso e di privilegiare le proprie strategie politiche nazionali.

La catastrofica esperienza del 2009 ha condotto i vertici del PSE a riflettere sin d’ora sulle modalità di svolgimento della campagna elettorale del 2014 e sulla possibilità di designare a monte un candidato alla presidenza della Commissione europea comune a tutti i partiti socialisti e socialdemocratici dei Paesi della UE. Le modalità di designazione del suddetto candidato unico sono ancora tutte da esplorare; è infatti stata evocata la possibilità di organizzare delle vere e proprie primarie, un’opzione che consentirebbe una promozione forte e simbolica della partecipazione democratica.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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