di Federico Martire.
Perché nell’attuale contesto di crisi economica e sociale l’Europa non è stata realmente in grado di offrire soluzioni rapide, efficaci e coese? La risposta si trova molto probabilmente nella modalità scelta dagli Stati membri: si è optato, infatti, per una gestione prettamente intergovernativa, dove tutto deve passare costantemente per i capi di Stato e di Governo. Una struttura gerarchica e istituzionale complessa, spesso incomprensibile, e prevalentemente inefficace, incapace di rispondere prontamente alle emergenze – se non che in casi limite – e, soprattutto, di pensare a politiche di riforma ad ampio spettro ed a medio-lungo termine.
L’attuale condizione economica e sociale del vecchio continente necessiterebbe di strutture comuni capaci di decidere e coordinare in tempi brevi, proponendo, al contempo, riforme strutturali da realizzarsi nel lungo periodo. Ciò cui invece stiamo assistendo è un costante rallentamento del progetto comunitario europeo, sacrificato sull’altare della sovranità nazionale e del populismo nazionalista, dove il Consiglio gioca un ruolo da padrone assoluto del destino europeo.
Ma di cosa avrebbe bisogno l’Europa per rilanciare il proprio processo di integrazione e di riforma? Quali misure bisognerebbe adottare per rendere il vecchio continente un vero e proprio attore a livello mondiale e non un mero ‘oggetto politico non identificato’? Il primo passo da compiere è ristrutturare il peso interno delle istituzioni, assicurando la centralità del Parlamento europeo, garantendo una rappresentanza unica dell’Unione (non tre presidenti come ora) e limitando il ruolo del Consiglio a strumento di controllo sulle funzioni dell’Unione e sul rispetto dei principi di proporzionalità e sussidiarietà. In pratica, una riforma in senso federale dell’UE.
Il punto di partenza non può che essere il sistema elettorale europeo. Non si può infatti pensare ad un’Europa veramente sostenuta e appoggiata dai suoi cittadini senza che questi possano identificare il Parlamento, unico organo democraticamente eletto dell’Unione, quale centro del processo di integrazione continentale. Attualmente, i membri del PE vengono eletti in base a 27 leggi elettorali differenti, applicate a livello di Stati membri: impensabile e insostenibile, soprattutto perché i partiti e gli elettori interpretano il voto con un mero elemento di valutazione sulle performances del governo nazionale in carica. Altro punto cruciale sono gli stessi partiti politici: i movimenti che si presentano alle elezioni europee dovrebbero essere registrati a livello europeo, e liberi di presentare liste nei distretti elettorali a livello pan-europeo, senza limitazioni all’interno dei confini degli Stati membri. Solo in questa maniera, infatti, si potrebbe spostare il dibattito elettorale su temi di interesse per tutta l’Unione. Altro aspetto, connesso ai precedenti, è ovviamente il disegno delle circoscrizioni elettorali, anche in maniera transfrontaliera. E’ infatti assurdo che parlamentari eletti per rappresentare l’Unione nel suo complesso – questo dovrebbe essere il ruolo del PE in una struttura federale – emergano da distretti elettorali derivanti dal gerrymandering degli Stati membri, aspetto che influisce ulteriormente sulla localizzazione del dibattito elettorale. Due punti, quindi: partiti ‘europei’ espressione di diverse identità nazionali; distretti elettorali europei che non tengano conto delle attuali frontiere nazionali. Tale struttura imporrebbe ai partiti di proporre programmi pan-europei capaci di attirare voti su tutto il territorio, di modo da guadagnare la maggioranza parlamentare. Maggioranza che, ovviamente, servirebbe a garantire l’appoggio al candidato Presidente della Commissione europea, la cui candidatura dovrebbe essere espressa dai partiti prima delle votazioni. Il Presidente della Commissione, quindi, non sarebbe più espressione della volontà dei governi statali, quanto più il risultato della sovranità popolare europea e trasformerebbe il suo ruolo da meramente tecnico a politico, garantendo all’Europa un suo governo.
Secondo punto: la creazione della Commissione (governo) europeo. Fatto il PE e assunto che il partito vincitore sarà espressione del Presidente della Commissione bisogna ora passare alla scelta dei commissari. Attualmente, la nomina spetta al Presidente, su indicazione degli Stati membri e previa approvazione del PE. Nella prassi, gli Stati membri impongono al Barroso di turno i propri nomi, con poche possibilità di scelta da parte del Presidente. Questo aspetto dovrebbe essere rovesciato: in pratica, il Presidente della Commissione dovrebbe essere lasciato libero di scegliere chi lo affiancherà nei suoi cinque anni di mandato, e dovrebbe sottoporre la lista all’approvazione tanto del PE (come già avviene) quanto del Consiglio. Quest’ultimo, espressione dei governi degli Stati membri con un presidente nominato internamente con mandato di due anni e mezzo, fungerebbe dunque da ‘seconda camera’ (o Senato federale che dir si voglia), i cui poteri sarebbero, prevalentemente, il controllo sul rispetto dell’equilibrio istituzionale interno e del rispetto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, attualmente già stabiliti dal Trattato UE (articoli 4 e 5). Senza il via libera di ambo le camere (PE e Consiglio), il Presidente della Commissione non potrebbe nominare i propri commissari: il suo potere non risulterebbe quindi ‘assoluto’, ma concretamente contro-bilanciato dalle altre istituzioni europee, sostanzialmente garantite dalla Corte di Giustizia per il rispetto dei Trattati e del rispettivo peso istituzionale.
Ecco dunque come alcune riforme istituzionali provocherebbero un ribilanciamento dei poteri interni all’UE tali da superare l’attuale inefficace modello intergovernativo e di rilanciare il processo di integrazione comunitaria in senso federale. Il passaggio sembra pressoché obbligato per garantire in Europa l’impostazione di quelle riforme di ampio respiro necessarie al futuro del continente (ad esempio: controllo dei conti pubblici e del debito, mutuo sostegno e solidarietà interna, crescita sostenibile, etc.): riforme che, beninteso, non sortirebbero pressoché nessun effetto se realizzate singolarmente da ogni Stato membro, vista l’interdipendenza dei conti pubblici europei.
Certo, quanto proposto non è di facile attuazione: al contrario, a molti potrebbe apparire vera e propria utopia. Ma è realmente così? Sessant’anni fa, appena terminata la Seconda Guerra Mondiale, alcuni utopisti provarono, dalle macerie in cui giaceva l’Europa a quel tempo, a proporre un modello di integrazione continentale che oggigiorno chiamiamo Unione Europea. E circa 25 anni fa altri utopisti immaginarono l’unione monetaria che oggi è la realtà dell’Euro. In altre parole, una riforma globale, complessa e politicamente costosa come quella proposta non si realizza in poco tempo, ma ci vogliono anni, decenni di lavoro, fatica, sconfitte e mediazioni per raggiungere il risultato. Ma tutto è fattibile, a patto che esista una volontà politca a tale realizzazione. E qui casca l’asino. L’attuale europa delle destre populiste e protezionistiche dei Berlusconi, Sarkozy e Merkel si sta, ormai già da tempo, allargando anche ad altri Stati europei, quali Ungheria, Austria, Olanda, e rischia un’ulteriore deriva anti-europeista qualora la crescita del Front National in Francia fosse confermata, così come il successo del Partido Popular alle prossime elezioni autonomiche e municipali in Spagna. C’è bisogno di leader più coraggiosi, visionari che sappiano vedere l’Europa che sarà tra 20-30 anni. In passato, grandi passi sono stati compiuti solo sotto la spinta di grandi uomini come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak: oggigiorno, chi potrebbe caricarsi l’Europa sulle spalle e indicarle la linea da seguire per un futuro da protagonista? Si potrebbe pensare a europeisti veri come Juncker o Verhofstadt, ma la loro capacità di rappresentanza è minima rispetto alle grandi potenze. Dobbiamo allora rassegnarci a un futuro che sa tanto di triste ritorno a un passato fatto di frontiere, protezionismo e divisioni?iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Ma chi l’ha detto che “non è stata realmente in grado di offrire soluzioni rapide, efficaci e coese”?
Basta ricordare tutti i provvedimenti già approvati o in corso di approvazione per vedere quanto l’UE si sia mossa per migliorare il governo economico del continente: vedi lavoce.info
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001950-351.html
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002229-351.html
La riforma immaginata nell’articolo è condivisibile: basti pensare che il rafforzamento della Commissione come governo europeo è stato tentato da Prodi durante il suo mandato.
Certo i tempi non sembrano i migliori per slanci di questo tipo, viste le crescite degli antieuropeisti.
Se ci fosse una volontà politica di agire in questo senso si potrebbero anche riempire alcuni spazi di manovra dati dal consolidamento dell’UE dopo il Trattato di Lisbona, ma il problema è proprio la mancanza di visionari come Kohl o Ciampi.
Paolo: scusami, forse ti svegliero da un candido sogno, ma che l’Europa si sia rivelta lenta e traballante nella gestione della crisi è sotto l’occhio di tutti. La colpa chiaramente è dei Governi. Che bloccanop, esitano. Ed anche di Barroso che aveva passato cinque anni facendone il maggiordomo (dei governi). Solo ora, oramia nudo e senza nemmeno una foglia di fico, si è svegliato un po’.
Leggi bene: Federico non critica l’idea di Europa spinelliana ma la mediocre versione che ne danno gli attuali politicanti (come tu stesso riconosci nel secondo paragrafo). Non facciamoci illusioni noi europeisti avremo la vita molto difficile. Avevan ragione Khol e Ciampi (l’euro dobbiamo farlo noi perchè senno la generazione dopo di noi non lo farà).
Anzitutto grazie per i commenti.
Effettivamente la questione è come la commenta SdF: il protezionismo economico-politico (chiamiamolo pure populismo) cui ci hanno abituato gli attuali governi dei 27 rende molto più complicata l’attuazione delle misure proposte dalla CE (e qui c’è anche una percentuale di colpa imputabile a Barroso, troppo debole per tener testa ad Angela e Nicholas) che pure rappresenterebbero una soluzione all’attuale crisi sicuramente migliore di 27 piani di ripresa distinti tra loro. Ma accettare di perdere un altro po’ di sovranità nazionale è inaccettabile per gli attuali leaders europei (pensate cosa accadrebbe se si dovesse mettere in piedi adesso l’Euro!), supportati dal crescente populismo europeo (proprio lunedì a Ginevra mi è caduto l’occhio sulla prima pagina del Daily Telegraph, titolone: “The EU had a plan to merge UK and France!” – e non era il primo di aprile…).
Per fare un esempio, pensate al caso della Strategia Europa 2020, che è emblematico: idee e proposte condivisibili (crescita sostenibile, intelligente e inclusiva), indicatori di risultato precisi (per quanto possano essere), strategia attentamente pianificata nel tempo (molto meglio della precedente Strategia di Lisbona), piani di lavoro ben costruiti e divisi per campi d’azione (iniziative-faro e iniziative-chiave), focus sulla prossima programmazione dei fondi struttirali 2014-2020….ma poi? La Merkel chiede che non siano previste sanzioni per gli Stati che non raggiungono gli obiettivi, ed ecco quindi che crollano tutti gli incentivi per gli SM ad attivare le proprie politiche nella direzione della Strategia EU2020, con buona pace della coordinazione. Risultato? Il Commissario alla Politica Regionale, Johannes Hahn (AT), ha proposto la stipula di binding contracts per l’assegnazione dei prossimi fondi strutturali alle regioni, di modo che rispettino i principi e gli obiettivi della Strategia. Idea pragmatica, ma parliamo di contratti, ossia di un istituto di diritto privato, mica di politiche pubbliche, strategie, condivisione di obiettivi, etc. Il che dimostra che di fronte alla pochezza dei leader europei attuali bisogna ricorrere a metodi da impresa privata, manco l’UE fosse una società con scopo di lucro.
L’unica soluzione, a mio avviso, è quindi una riforma globale delle istituzioni EU, come ho proposto. Fantascienza? Molto probabilmente, ma, come dico nell’articolo, mi consolo con il fatto che Spinelli, Adenauer e soci quando fantasticavano sull’Europa unita uscivano da una guerra che aveva fatto milioni di morti e creato divisioni che parevano insanabili. Oggigiorno, per lo meno, siamo messi un po’ meglio. O no?
Non equivocatemi!
E’ chiaro che l’UE, proprio per la sua natura di progetto inclusivo, è più brava a elaborare politiche e strategie piuttosto che a gestire crisi. D’altra parte ha sempre dimostrato di saper crescere di fronte alle crisi, uscendone con “più europa” a disposizione.
Una più chiara definizione dell’edificio europeo era stata proposta da diversi statisti durante il dibattito precedente alla Convenzione europea. Una chiara definizione tra Governo europeo, Camera bassa e Camera degli stati (il Consiglio europeo può essere assimilato ad una “Presidenza collegiale”) era già emersa.
Il punto è che queste idee hanno bisogno di passi in avanti per consolidarsi (non siamo nemmeno riusciti ad approvare la Costituzione europea ma Lisbona è un grande passo) e probabilmente di una nuova generazione di politici per essere portata avanti: la prossima sarà quella dell’Erasmus e questo fa ben sperare.
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