di Francesco Molica.
Una nota argomentazione critica rispolverata in ogni dove dai circoli europeisti al celebrarsi di nuove elezioni nazionali stigmatizza il ruolo minore, ancor più spesso l’assenza dell’Unione Europea dai temi portanti delle campagne. Il voto finlandese di tre settimane fa dovrebbe in quest’ottica fare eccezione.
Perché Bruxelles si è ritrovata, suo malgrado, al centro di buona parte delle tenzoni preelettorali. Sebbene più come magnete di veementi anatemi che di proposte costruttive. Merito di un ruspante tribuno di nome Timo Soini, il quale ha trasformato la tornata dello scorso 17 aprile in un plebiscito sulla partecipazione di Helsinki al pacchetto di aiuti finanziari che l’UE si appresta ad accordare a un sempre più malconcio Portogallo.
Neanche a dirlo, gli slogan euroscettici branditi dal partito di cui Soini è capofila, i Veri Finlandesi, hanno fatto decisamente breccia sui suoi connazionali. Il concentrato di xenofobia e nazionalismo che fino a ieri aveva relegato la formazione ai margini dello scacchiere politico nazionale, questa volta è riuscito ad ammaliare quasi un quinto dell’elettorato, il quadruplo rispetto ad appena quattro anni fa. Morale della favola: le trattative per la formazione del prossimo governo non possono eludere un exploit siffatto. Ma Soini non pare comunque intenzionato a transigere sul suo “niet” a ulteriori bailout comunitari (dopo quelli prodigati a Grecia e Irlanda). Ragion per cui, dovessero i Veri Finlandesi entrare nell’esecutivo, come sembra probabile, i contraccolpi di questa cooptazione al potere sarebbero avvertiti fino a Bruxelles, tenendo presente che per aprire i cordoni del Fondo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria è d’uopo l’unanimità dei paesi dell’Eurozona.
Un caso isolato? Un incidente di percorso destinato a rientrare con il disintegrarsi della solita meteora estremista (Soini) al termine dei suoi 15 minuti di gloria (innescati da un ciclico momento di scontento popolare)? Forse no. L’emergenza, se tale la si può definire, ha natura transnazionale. E, cavalcando i venti delle crisi istituzionale ed economica che soffiano sull’UE, trama apertamente per avvelenare la solidarietà comunitaria. I Veri Finlandesi sono difatti solo l’ultima incarnazione di una vague di populismi di destra che sta letteralmente sommergendo l’Europa centro-settentrionale a colpi di successi elettorali. Un fenomeno, certo, assai eterogeneo, dalle mille facce, ma che si organizza attorno ad alcune parole d’ordine comuni.
Uno di questi collanti è proprio l’eurofobia. L’altro: una pirotecnica narrativa anti-immigrazione. Il vero problema è che gli argini delle democrazie non hanno più potuto resistere all’irruzione di queste sigle prima nei parlamenti e, infine, nei palazzi governativi. In Olanda, il crociato anti-islam Geert Wilders ha conosciuto un primo barlume di notorietà sulla cresta della campagna referendaria contro la Costituzione europea. Oggi, il suo Partito delle Libertà (PVV), è arbitro delle sorti di un malfermo governo di minoranza che tiene in vita attraverso un appoggio parlamentare esterno. Stessa musica in Danimarca, dove da anni il Partito del Popolo (Dansk Folkeparti) fa da predellino al locale esecutivo di centrodestra avendo contrabbandato la sua lealtà al potere con la legislazione in materia d’immigrazione più restrittiva d’Europa, nonché osteggiandone a spada tratta le note aspirazioni a entrare nell’euro. Perfino nella sobria e temperante Svezia, una sigla dai torbidi trascorsi neonazisti siede da pochi mesi sugli scranni parlamentari.
Senza dimenticare Austria e Francia: gli eredi di Haider nell’un caso (raccolti sotto le insegne del FPÖ), un Front National ringalluzzito dalla grinta e l’intelligenza modernizzatrice di Marine Le Pen nell’altro, hanno consolidato fortune elettorali a due cifre e, oggigiorno, agiscono da veri e propri partiti di governo.
Promettendo, s’intende, l’uscita dall’Europa dei loro paesi in caso di vittoria elettorale.
Come l’ascendente di questa sgangherata accolita di euroscettici, anche nei paesi membri dove (vivaddio!) sono tenuti a distanza di sicurezza dalle poltrone che contano, sia ormai avvertito dalle elite politiche è cronaca di oggi. Valgano come esempio più luminoso i diktat rigoristi del cancelliere tedesco Angela Merkel sulla riforma della governance economica europea, oppure gli attacchi sferrati da Sarkozy a Schengen e via proseguendo. La prova che la saldatura di sciovinismo e sospetto nei confronti del cantiere comunitario, patrimonio acquisito del populismo di destra, sta surrettiziamente infiltrando il discorso politico delle forze moderate. Che temono un’emorragia del proprio elettorato, già in atto a dire il vero, sotto le sirene seducenti della demagogia demonizzante e la cultura della paura sulle quali prosperano Wilders, Le Pen e compagni. Per contenere questa pericolosa deriva, nociva al vissuto democratico dei paesi del Vecchio Continente, prima ancora che a quello ancora in fieri dell’integrazione europea, è necessario disfarsi dell’ermeneutica ideologica del Novecento. I neopopulismi del XXI secolo hanno bruciato i vascelli con le velleità fascistoidi dei propri progenitori, con la loro diffusa diffidenza nei confronti dell’interventismo statale e, in tono minore, con l’ostilità alla cultura dei diritti civili. Anzi, paradossalmente, si issano ormai a difensori di questi ultimi valori, come dell’integrità dei generosi welfare nordeuropei, contro gli abusi degli immigrati e le “interferenze liberiste” della tecnocrazia di Bruxelles.
Sondaggi alla mano, questa inversione di paradigma sta conquistando proprio i cuori della piccola borghesia e di ciò che resta delle masse operaie. Ossia perfino di quell’elettorato fino a ieri leale alle Social-Democrazie. Per combattere un fenomeno che non ha ancora esaurito il proprio enorme potenziale è necessario, anzitutto, metabolizzare queste cruciali novità. Anche e soprattutto per il bene del progetto europeo e di ciò che lo ha portato a doppiare le sue tappe più importanti: la solidarietà.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Molto giusto e molto triste. Ma, quindi, che fare? Detta così, questi sembrano avere dalla loro il vento irresistibile della storia: se siam moderni e appena un poco pro-global in chiave socialdemocratica, ci prendono a pizze in faccia con la xenofobia e le piccole patrie. Se facciamo i socialisti all’antica, ci sbeffeggiano perché non siamo abbastanza liberisti…..