Match point: la strategia di Obama per il Medio Oriente e Nord Africa

di Giovanni Faleg.

photo by Pete Souza, the White House.

Nel discorso su Medio Oriente e Nord Africa rilasciato al Dipartimento di Stato il 19 maggio, Barack Obama ha descritto i punti cardine della politica estera americana nella regione e illustrato gli strumenti diplomatici, economici e politici volti al raggiungimento di tali obiettivi. Obama ha esplicitamente fatto riferimento ad un “nuovo capitolo” della diplomazia americana, reso necessario dagli straordinari avvenimenti che hanno interessato il mondo arabo negli ultimi mesi. In cosa consiste la strategia di Obama e quali saranno le implicazioni per gli equilibri internazionali?

Il discorso al dipartimento di stato comincia con un paragone interessante. Cosa accomuna la Tunisia agli Stati Uniti d’America? Il diritto dei popoli all’autodeterminazione, principio diventato, dal discorso dei quattordici punti di Woodrow Wilson al Senato americano l’8 gennaio 1918, norma di diritto internazionale e linea guida per le relazioni fra gli stati dal primo dopoguerra ad oggi. Obama definisce la primavera araba una “storia di autodeterminazione” iniziata sei mesi fa in Tunisia, una storia in cui il popolo tunisino ha agito in base agli stessi valori, principi e rivendicazioni che spinsero i patrioti americani di Boston a rifiutare le tasse imposte dal  Re inglese. E’ il momento “wilsoniano” di Obama, deciso a giocare la carta della “voce del popolo”. L’internazionalismo liberale è una delle correnti che ha maggiormente ispirato la politica estera americana, in tempi recenti durante le presidenze di Jimmy Carter e Bill Clinton. L’essenza del pensiero liberale risiede nella concezione degli Stati Uniti come potenza leader globale, avente come missione la difesa e diffusione di valori considerati universali (fra cui appunto l’autodeterminazione). Sulla base di queste premesse ideologiche, Obama ha identificato i due punti chiave della sua strategia.  

“Piano Marshall” per il Nord Africa – Come garantire un’efficace transizione democratica negli stati interessati dal cambio di regime (Tunisia, Egitto, forse Libia ma la lista potrebbe allungarsi in futuro)? Il presidente americano ammette che l’approccio attuale deve essere modificato, pena l’aggravarsi delle divisioni fra gli Stati Uniti ed il mondo arabo. Per decenni, al centro della politica estera americana vi sono stati una serie di obiettivi – lotta al terrorismo e non proliferazione, special partnership con Israele e risoluzione del conflitto Arabo-Israeliano – che oggi non sono piu’ sufficienti a garantire la stabilita’ della regione: “lo status quo non e’ sostenibile”. Secondo Obama, gli Stati Uniti si trovano di fronte ad un’opportunita’ storica di promuovere riforme nella regione e sostenere la transizione verso la democrazia.  Da Washington giunge quindi un’offerta di supporto ai paesi che intendano procedere con le riforme e correre quindi i rischi ad esse connessi, cominciando da Egitto e Tunisia ma puntando agli sviluppi in Siria e Libia. Obama intende offrire agli stati arabi “volenterosi” un pacchetto simile al Piano Marshall per la ricostruzione economica europea (European Recovery Plan, ERP), ed in parte ispirato alle transizioni in Europa Centrale ed Orientale dopo il crollo del muro di Berlino. Da un lato, viene riconosciuta la necessita’ di ricostruire le economie colpite, in forma piu o meno grave, dalle rivolte. Dall’altro, viene riconosciuto il nesso fra riforme politiche, democratizzazione e sviluppo economico, ed il principio secondo cui il successo della transizione democratica dipende dal grado di espansione della prosperita’ e dalla crescita economica: quindi non solo aiuti allo sviluppo ed assistenza umanitaria, ma focus su commercio e investimenti.  Obama descrive il piano per Egitto e Tunisia in quattro passaggi: 1) presentazione di un piano di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale al Summit del G8 a Deauville in Francia (26-27 maggio 2011) contenente le misure necessarie per stabilizzare e modernizzare le economie di entrambi i paesi; 2) riduzione del debito egiziano (1 miliardo di dollari) e previsione di un prestito a favore della realizzazione di infrastrutture e la creazione di posti di lavoro (1 miliardo di dollari); 3) creazione di un Fondo per le imprese americane che vogliano investire in Egitto e Tunisia (sul modello dei fondi che sostennero le transizioni in Europa dell’est) e cooperazione con gli alleati europei per utilizzare la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) al fine di sostenere la modernizzazione in Medio Oriente e Nord Africa; 4) lancio di una “Trade and Investment Partnership Initiative” da parte degli Stati Uniti per facilitare piu’ scambi commerciali nella regione e l’integrazione con il mercato americano ed europeo.

Processo di pace – I negoziati fra Israele e i Palestinesi sono la parte del discorso di Obama che piu’ ha attirato l’attenzione dei media internazionali. C’e’ piu’ di un motivo. Prima di tutto, le dichiarazioni di Obama arrivano dopo l’accordo fra Hamas e Fatah siglato al Cairo il 4 maggio[1] e dopo che la comunita’ internazionale (ed in particolare, la Banca Mondiale e le Nazioni Unite) si e’ pronunciata a favore della soluzione a due stati. Le conclusioni dei rapporti stilati dalle due organizzazioni internazionali indicano infatti che l’Autorita’ Nazionale Palestinese e’ pronta a governare uno stato indipendente, sia sotto il profilo amministrativo che dal punto di vista economico[2]. Inoltre, il discorso di Obama arriva quattro giorni dopo gli scontri fra i Palestinesi e l’esercito israeliano ai confine con Libano, Siria, Gaza e Cisgiordania. Le proteste sono iniziate il 15 maggio, anniversario della Nakbah (letteralmente “catastrofe”, commemorazione palestinese della creazione dello stato di Israele nel 1948). La disobbedienza civile e’ risultata in dieci morti e piu’ di 100 feriti, ed e’ un chiaro segnale che anche nei territori palestinesi la primavera araba puo’ ispirare proteste e rivolte. Ma soprattutto, il messaggio di Obama ha preceduto di cinque giorni la visita ufficiale negli Stati Uniti del Premier israeliano Benjamin Netanyahu. Fra i due leaders c’e’ stato un vero e proprio “duello” a colpi di dichiarazioni pubbliche: il discorso di Obama al dipartimento di stato il 19 maggio, quello di Netanyahu al Congresso il 24, seguiti dagli interventi all’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la piu influente lobby israeliana in America. Obama ha chiaramente indicato le basi per la ripresa del negoziato: una Palestina sovrana ed uno Stato di Israele sicuro. I negoziati devono quindi portare alla soluzione dei due stati, con frontiere permanenti fra lo stato palestinese ed Israele, Egitto e la Giordania concordate sulla base di un ritorno ai confini del 1967 con cambiamenti condivisi fra le due fazioni. Una scelta obbligata, l’ha definita Obama, “fra odio e speranza”. La scelta di un cammino difficile verso una pace da molti ritenuta impossibile, in particolare per due questioni sulle quali nessuna delle due parti e’ disposta a negoziare e sulle quali lo stesso Obama glissa: Gerusalemme e i rifugiati palestinesi. Non glissa invece Netanyahu, nel suo discorso al Congresso: Israele sara’ generoso, ma Gerusalemme e’ e continuera’ ad essere la capitale indivisibile dello Stato di Israele; una eventuale pace puo’ essere difesa solamente con uno stato palestinese completamente demilitarizzato; la questione dei rifugiati sara’ risolta dai palestinesi e dentro i confine dello stato palestinese.

Match point? Le implicazioni del discorso di Obama e gli scenari futuri

Il nuovo capitolo della diplomazia americana inizia quindi all’insegna di quella parola hope, che del resto era stata il motto della campagna di Obama per l’elezione presidenziale. “Hope vs hate” sostituisce lo slogan “with us or against us”, visione semplificata e manichea del rapporto fra l’Occidente ed il resto del mondo che aveva ispirato l’interventismo neo-conservatore dell’era Bush Jr. Obama ritorna all’idealismo universalista wilsoniano, volto alla difesa e diffusione di principi universali quali liberta’ di parola, di culto, uguaglianza fra uomini e donne, stato di diritto e autodeterminazione dei popoli. Lo fa in un panorama regionale in fermento, spalleggiando apertamente le rivendicazioni degli “ordinary people” a Baghdad, Damasco, Sanaa e Cairo. Lo fa in un clima internazionale contrassegnato dall’emergenza di nuove grandi potenze (Cina, India, Brasile) pronte a rimettere in discussione l’egemonia statunitense, ed alle quali Obama risponde senza mezzi termini: l’Occidente e’ ancora alla guida del mondo[3]. Piu’ che un capitolo, quella che si profila in Medio Oriente ed in Nord Africa e’ una partita decisiva per il ruolo degli Stati Uniti quale potenza mondiale, che si affianca ad un’altra altrettanto importante in Afghanistan e Pakistan. La posta e’ alta, in quanto in gioco c’e’ la leadership globale. I costi di un fallimento sarebbero enormi, con ricadute pesanti sulla sicurezza internazionale. In quest’ottica vanno letti sia il piano per le transizioni democratiche nella regione che l’accelerazione dei negoziati per il processo di pace.

Cominciando dal primo punto, lo scopo del “piano Marshall” per il Medio Oriente e Nord Africa e’, parafrasando una formula usata in passato per definire il patto atlantico, tenere gli Europei dentro, i BRICs[4] fuori e gli islamisti sotto. Tenere gli Europei dentro significa spingere gli alleati (ed in particolare l’UE) a giocare un ruolo piu’ attivo nel Mediterraneo, prendendo in mano le sorti del proprio vicinato dopo anni di iniziative che non hanno portato da nessuna parte (vedi processo di Barcellona). L’Europa da sola non ce la farebbe. Mancano i soldi, ed il pragmatismo politico in un’Unione troppo grande per prendere autonomamente tali decisioni. Il traino americano e’ quindi benvenuto a Bruxelles, dove gia’ si e’ cominciato a parlare degli aspetti tecnici del supporto alla sponda sud del Mediterraneo: dal potenziamento delle operazioni della BERS nel mondo arabo agli strumenti della Commissione Europea per favorire la democratizzazione[5]. Il messaggio americano e’ quindi volto a sostenere il processo lasciando la leadership e l’esecuzione agli alleati (Francia e Regno Unito). Un messaggio che il presidente americano ha reiterato piu volte durante la sua visita a Londra[6] ed in occasione del G8. Tenere i BRICs fuori significa, da un lato, limitare gli investimenti non occidentali (in particolare russi e cinesi[7]) nella regione e, dall’altro, evitare che i paesi di Medio Oriente e Nord Africa, ricchi di risorse energetiche, entrino nell’orbita d’influenza di Pechino o Mosca. Infine, occorre “tenere gli islamisti sotto”, evitare cioe’ che gruppi fondamentalisti prendano il potere a seguito del cambio di regime, con conseguenze facilmente prevedibili per i rapporti con l’Occidente. Il problema, tuttavia, risiede nella “condizionalita”. I finanziamenti europei ed americani saranno legati alla volonta’ e capacita’ di Egitto e Tunisia (e altri paesi) di effettuare riforme democratiche. Da Pechino e Mosca potrebbero arrivare gettiti piu’ sostanziosi e non necessariamente legati allo sviluppo di istituzioni democratiche. In altre parole, una politica estera “normativa” dell’Occidente potrebbe risultare meno competitiva (e quindi meno efficace) rispetto all’approccio piu’ pragmatico delle potenze emergenti senza ambizioni universalistiche[8].

Il futuro della leadership americana dipende anche dall’esito del processo di pace. In un mondo che cambia troppo velocemente, il conflitto arabo-israeliano è una variabile troppo pericolosa. Bisogna chiudere la partita il prima possibile, convincendo l’alleato israeliano che i costi di un fallimento del negoziato potrebbero essere molto alti. Occorre anche mostrare al popolo arabo che gli Stati Uniti sono veramente dalla loro parte, in Egitto come nei territori occupati. Ma qui gli ostacoli sono ben più grandi. L’intesa con Netanyahu non c’è, come mostrato dal duello di discorsi pubblici di questi ultimi sette giorni. E se l’esito positivo di un negoziato fra l’Autorità Nazionale Palestinese ed Israele appare improbabile, la tenuta dell’accordo fra Hamas e Fatah è anch’essa tutta da verificare. Un’escalation di proteste e rivolte ad emulazione della primavera araba nei territori palestinesi non è da escludere. Come reagirebbe Israele? Può uno stato democratico effettuare la stessa repressione a cui hanno fatto ricorso Gheddafi e Assad in Libia e Siria? L’estate 2011 potrebbe essere particolarmente calda in Palestina.

Vittorio Emanuele Parsi scrive sull’Avvenire (26 maggio) che il presidente americano si conferma “un uomo di visioni forti”, e che cio’ e’ un bene in un momento delicato in cui e’ cosi difficile effettuare previsioni[9]. Concordo, ma il problema vero non è la presenza o meno di una “visione”. L’Occidente ha trovato in Obama il leader che cercava. Quello che serve è dimostrare al mondo che gli Stati Uniti e gli alleati Europei hanno le capacità e le risorse per realizzare tale visione. La retorica di Obama ha alzato gli stakes in Medio Oriente e Nord Africa. Una mossa coraggiosa e forse inevitabile, ma la cosa piu’ importante adesso e’ segnare il punto e chiudere il match.


[1] http://www.bloomberg.com/news/2011-05-04/hamas-fatah-conclude-cairo-accord-ending-four-years-of-political-division.html

[2] Rapporto delle Nazioni Unite (formato .pdf):  http://www.unsco.org/Documents/Special/UNs%20Report%20to%20the%20AHLC%2013_April_2011.pdf ; Rapporto della Banca Mondiale: http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Full_Report_109.pdf

[3] http://www.bbc.co.uk/news/uk-politics-13533306

[4] Acronimo usato per indicare le grandi potenze emergenti: Brasile, Russia, India e Cina.

[5] http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-13549971

[6] Vedi discorso alle camere inglesi a Wesminster Hall, 26 maggio: http://www.guardian.co.uk/world/2011/may/25/obama-west-freedom-middle-east?intcmp=239

[7] La Cina aveva gia’ cominciato ad investire in maniera consistente in Nord Africa prima dello scoppio delle rivolte. Per un approfondimento sulla presenza economica cinese nella regione, vedi:  http://www.thedailynewsegypt.com/trade/the-dragon-and-the-crescent-chinese-investment-in-the-arab-world-the-potential-and-the-problems.html . Per un grafico interattivo sugli investimenti cinesi all’estero: http://www.forbes.com/2010/04/20/oil-energy-minerals-business-global-2000-10-china-investment-tracker.html

[8] Vedi a riguardo: http://www.chinadaily.com.cn/business/2011-04/09/content_12297375.htm

[9] http://www.ecostampa.com/Servizi/RasClienti/imgrsnew.asp?numart=10MA4V&annart=2011&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1&isjpg=S&small=N&usekey=B1QSIJ9SOH3JU&video=0iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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