Il rapporto tra sofware libero e Pubblica Amministrazione

di Pierpaolo Corradini.

Tux_ubuntu by lgoose (Vitor Pose Martinez)

Quando si parla di FLOSS, Free/Libre Open Source Software, si è certi che stiamo parlando di un programma il cui codice sorgente è aperto e la cui licenza di utilizzo è libera e gratuita. Il sistema operativo Linux, che a settembre compirà 20 anni, è certamente uno dei più noti esempi di FLOSS, ma nel corso degli ultimi anni hanno preso piede in maniera esponenziale anche i programmi da ufficio (prima OpenOffice e adesso LibreOffice), i browser (ad esempio Mozilla Firefox) e i programmi di posta elettronica (come Thunderbird).

I motivi per utilizzare FLOSS anziché software proprietario sono innumerevoli. È free/libre, con una libertà che è quella di eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software. E nello stesso tempo è gratuitamente scaricabile dalla rete. Inoltre è open, cioè dà libero accesso al proprio codice e chiunque può modificarlo a proprio piacimento.

Tutto questo significa trasparenza (e quindi maggiore sicurezza e rispetto della privacy, perché non è possibile inviare di nascosto informazioni sull’utente verso qualcun altro), elevata riusabilità (perché facilmente modificabile in base a esigenze diverse), affidabilità (perché corretto da intere comunità di programmatori), legalità e riduzione dei costi.

Sembrerebbe proprio la soluzione ideale, per il cittadino come per le aziende, e ancor più per la Pubblica Amministrazione, che deve necessariamente contenere i costi e garantire la protezione dei dati sensibili.

«Onorevoli Senatori,provate ad immaginare come sarà la casa di tutti i cittadini del mondo (almeno della parte che se lo potrà permettere) fra – poniamo- 5 o 10 anni. Ogni famiglia avrà il proprio computer collegato ad internet, rendendo possibile un’era di comunicazione e di scambio di informazione come mai prima. […] Ebbene. Dalle attuali indicazioni di mercato è legittimo ritenere che quasi tutti questi computer funzioneranno con lo stesso sistema operativo (Windows o qualche successore) di proprietà di una sola azienda, tra l’altro non europea. Di questo sistema operativo non sarà possibile sapere esattamente cosa farà e come (per mancata messa a disposizione del codice sorgente)». Così il senatore dei Verdi Fiorello Cortiana il 26 febbraio 2002 alla presentazione del disegno di legge intitolato “Norme in materia di pluralismo informatico, sulla adozione e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella Pubblica Amministrazione”, un progetto di legge illuminato se si pensa al periodo in cui fu redatta ed ancora oggi estremamente attuale.

«A partire da quella data – spiega Flavia Marzano, una delle massime esperte di FLOSS in Italia – rapporti, relazioni, eventi si sono dipanati nel tempo e hanno portato essenzialmente alcuni enti (centrali e locali) ad adottare il software libero per ragioni politiche alcuni, per ragioni economiche o di convenienza altri».

Le tappe più importanti del percorso legislativo legato all’open source sono la “Direttiva Stanca” del 19 dicembre 2003 , in cui si sottolinea l’importanza dell’utilizzo di programmi aperti e del riuso dei software, e la Legge Finanziaria del 2007, in cui 30 milioni di euro destinati alla Società dell’informazione vengono assegnati in via prioritaria a progetti che avrebbero utilizzato o sviluppato prodotti open. Questi primi anni di fervore, anche politico, attorno alle tematiche legate al FLOSS in connessione con la Pubblica Amministrazione sono contrassegnate, tra l’altro, dalla prima legge regionale (26 gennaio 2004, quando la Regione Toscana prende ufficialmente posizione a favore del software libero ed aperto) e dalla creazione di un Osservatorio italiano specifico (OSSPA) «avente lo scopo di monitorare le iniziative poste in essere della Pubbliche Amministrazioni».

L’entusiasmo iniziale va però sfumando con il passare degli anni. L’Osservatorio, ad esempio, è attualmente «in attesa di ristrutturazione in conseguenza del passaggio del nostro Ente dalle funzioni del ex Cnipa al nuovo DigitPA, e i nostri programmi futuri al momento non sono ancora definiti» – come ci racconta Saverio Mastropietro dello stesso Osservatorio. La legislazione nazionale si ferma al 2007, mentre proseguono le numerosi leggi, i protocolli di intesa e le mozioni a livello regionale.

Uno dei migliori esempi di progetti pubblici che hanno prodotto e continuano a produrre risultati concreti è EROSS (Emilia-Romagna Open Source Survey), che ha come scopo quello di «eliminare l’asimmetria informativa sul software libero e a codice sorgente aperto, che ancora oggi si registra nelle Pubbliche Amministrazioni e nelle imprese dell’Emilia-Romagna». Nonostante l’alta percentuale di Comuni emiliano-romagnoli che utilizzano il FLOSS (il 77%, di cui il 14% in modo inconsapevole, secondo l’ultima indagine del 2008), Dimitri Tartari, il project manager del progetto, sottolinea come ci sia ancora «una conoscenza insufficiente su cosa sia l’open source e su quali siano le implicazioni che potrebbero derivare dalla sua adozione». Dopo una raccolta dati che nel 2009-2010 ha coinvolto 500 imprese informatiche, con il sorprendente risultato di 2 aziende su 10 che utilizzano il software libero in modo prevalente o esclusivo, nelle prossime settimane il progetto EROSS inizierà un nuovo percorso con la Pubblica Amministrazione. «Anche Friuli e Umbria hanno deciso di seguire la nostra impostazione metodologica – continua Tartari – e nel primo caso hanno già ottenuto dati rilevanti mentre nel secondo sono tuttora in corso la raccolta e l’analisi».

Attualmente esistono infatti vari Centri di Competenza sull’Open Source (uno in ciascuna delle tre regioni di cui sopra, e poi a Trento, Bolzano, in Piemonte, e in Toscana), con il compito di favorire e incoraggiare l’ingresso del FLOSS nella Pubblica Amministrazione, ma nessuno di tali Centri è disciplinato da leggi o linee guida statali, alcuni sono pubblici, altri privati, altri ancora gestiti in collaborazione con varie università italiane. E la difficoltà che i ricercatori hanno ad interfacciarsi con la pubblica Amministrazione ha spesso prodotto risultati deludenti, come nel caso dell’indagine effettuata in Toscana e durata ben 8 mesi per un totale di soli 67 questionari compilati, che, pur seguendo la stessa metodologia di EROSS, si è risolta in un nulla di fatto in termini di dati statistici rilevanti.

Tra le leggi regionali più importanti citiamo quella umbra del 25 luglio 2006, che istituisce un «Fondo per lo sviluppo del software open source», quella veneta del 14 novembre 2008, quella piemontese del 26 marzo 2009 e quella toscana del 5 ottobre 2009, mentre in Puglia Nichi Vendola, dopo un primo “scivolone” che ha quasi creato un incidente diplomatico con la comunità open per l’accordo con Microsoft, nel dicembre 2010 ha varato un disegno di legge dall’inequivocabile titolo “Norme in materia di pluralismo informatico, nell’adozione e la diffusione del Free Libre Open Source Software e Open Hardware e nella portabilità dei documenti nella Pubblica Amministrazione Regionale e Locale” e ha addirittura espresso la volontà di ospitare gli Stati Generali del Software Libero entro il 2011.

Numerosi sono anche gli esempi pragmatici di utilizzo del codice aperto nella PA, dagli enti di più vaste dimensioni come Istat o CNR, alle più ridotte Amministrazioni locali. Come a Modena, dove l’utilizzo di un server Linux «ha consentito al Comune di risparmiare 478 mila euro nel secondo semestre del 2008, oltre 730mila euro nel 2009 e oltre 810 mila nel 2010». O come a Bolzano, dove la sostituzione di software proprietario con software libero in tutte le scuole di lingua italiana della provincia ha portato una riduzione di spesa del 90%.

«Credo che in questi ultimi anni ci sia molta più sensibilità da parte della Pubbliche Amministrazioni – ci dice Walter Ambu, socio fondatore di Tzente, azienda sarda estremamente innovativa in campo open source, con clienti quali il Ministero della Giustizia, Inps, Inail, Protezione civile, ecc. – e si iniziano anche a vedere bandi in cui è richiesto l’utilizzo dell’open source in via esclusiva». E come si legge su una dettagliata ricerca del Tedis (Ventian International University) «se inizialmente il tema fu fatto proprio in particola-e dalle Giunte locali di centro-sinistra, oggi possiamo affermare che sia divenuto una tematica “bipartisan”, tanto da essere stato oggetto di direttive e circolari sia da parte dei governi di centro- sinistra che di quelli di centro-destra».

Ma non è tutto oro quello che luccica. Come ben riferisce l’avvocato Simone Aliprandi in un’intervista rilasciata a Saperi PA, «esistono normative a livello comunitario, nazionale e regionale che incentivano (o in alcuni casi impongono) l’adozione del software libero nelle pubbliche amministrazioni. Stando così le cose, oggi praticamente tutti dovremmo utilizzare sui nostri computer software non proprietario, eppure non è così, e l’uso del software proprietario e dei formati “chiusi” continua ad essere predominante».

I dati Istat riferiti all’anno 2009 ci dicono che solo il 48,1% dei Comuni utilizza soluzioni open source, mentre si arriva al 92,2% nel caso delle Provincie e addirittura al 100% nel caso delle Regioni.

«Ma “utilizzare soluzioni open source” – come ricorda Flavia Marzano – potrebbe anche riferirsi ai soli server e non agli applicativi, e inoltre potrebbero esserci 100 server proprietari e 1 solo aperto. In generale comunque direi che i luoghi comuni stanno lentamente dissipandosi e si comincia finalmente a scegliere in funzione della qualità e non della licenza che sta dietro al software. Le PA hanno adottato soluzioni open che si guarderebbero bene dal sostituire con soluzioni proprietarie e la normativa locale comincia a portare i suoi frutti. Tutto rosa? Ovviamente no, la strada è ancora lunga soprattutto per quanto riguarda la classe politica che non ha ancora colto in pieno le opportunità del software libero nella PA, ma il cammino è segnato». Speriamo sia davvero così.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. japs

    Ciao,
    Ottimo articolo. Se tutte le PA si svegliassero e iniziassero a lavorare seriamente con il software libero si migliorerebbe sicuramente l’efficienza e diminuirebbero i costi. Solo un’imprecisione: software libero non vuol dire gratuito. Infatti il software libero puo’ essere un’idea di imprenditoria vincente.

  2. turi

    Art. 97 Cost. comma 1: <>.
    Mi sembra questo lo spirito del tuo bell’intervento. La Costituzione del mille948, che Piero Calamandrei senza retorica chiamava <>, è <> anche in questa materia. Se il legislatore ordinario non la applica, omette un atto d’ufficio. <>, con quel che segue. The rest is silence.

  3. turi

    Art. 97 Cost. comma 1: “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”.
    Mi sembra questo lo spirito del tuo bell’intervento. La Costituzione del mille948, che Piero Calamandrei senza retorica chiamava “la Costituzione dei centomila morti”, è “precettiva” anche in questa materia. Se il legislatore ordinario non la applica, omette un atto d’ufficio. “Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti”, con quel che segue. The rest is silence.

  4. bell’articolo, da anni cerco di spiegare che i dindini risparmiati adottando software libero sono davvero tanti, in ogni settore e non solo nella PA, basti pensare alle scuole pubbliche. Nada, i pregiudizi e i preconcetti sono difficili da abbattere.

    piccolo PS: qui dici “Il sistema operativo Linux, che a settembre compirà 20 anni…..” Il sistema che tu intendi è GNU, Linux è solo il Kernel sul quale l’OS GNU utilizza :)

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