Governo e scuola. Infornate di insegnanti, e poco piu’

di Marco Campione

foto: Giampaolo Squarcina

foto: Giampaolo Squarcina

Il governo ha annunciato un piano triennale per l’assunzione in ruolo di circa 60.000 docenti: quest’anno circa 30.000 (stime sindacali dicono 28.000) e il resto nei due anni successivi, previa autorizzazione di Tremonti. Questa decisione ha aperto un dibattito tra “addetti ai lavori” che è necessario – se si crede nella centralità della scuola – portare anche a chi esperto non è. Questo intervento evidenzierà alcuni aspetti che ritengo centrali, ovviamente semplificando molto per rendermi il più possibile comprensibile anche a chi non ha dimestichezza con i tecnicismi scolastici. Una premessa è d’obbligo: le modalità di formazione iniziale e assunzione dei docenti sono molto importanti per il buon funzionamento del sistema scolastico e per questo ce ne occupiamo, anche avanzando proposte correttive. Tutto questo però nulla ha a che fare con i tagli voluti negli scorsi anni da questo governo. Sono due aspetti diversi e non sovrapponibili. I tagli hanno portato il numero dei docenti statali italiani a circa 750.000, noi qui ci occupiamo di chi è inserito nelle graduatorie a esaurimento, le cosiddette GAE (non esiste un dato preciso: tra i 150.000 e i 190.000) e più in generale di chi aspira ad insegnare, con particolare attenzione a questi ultimi.

I termini della questione

In Italia a un po’ meno di 120.000 docenti ogni anno viene assegnata una supplenza annuale. Di questi circa 30.000 sono in organico di diritto, ovvero sono posti che giuridicamente sono definiti “vacanti”. Le assunzioni annunciate sono finalizzate a coprire questi posti vacanti (quelli attuali e quelli lasciati liberi dai pensionamenti dei prossimi anni). La pianta organica è completata dai docenti inclusi nel cosiddetto organico di fatto. Uno studio di Tuttoscuola sul precariato negli ultimi dieci anni ha peraltro evidenziato come questo numero (120.000 docenti) è costante nel tempo e l’incidenza (14.7%) è aumentata nelle regioni del centro-nord (in particolare Toscana ed Emilia), diminuendo al sud.

Come verranno assunti? Prevalentemente attingendo dalle GAE, ovvero personale che anni fa si è “messo in fila”, che in questi anni (talvolta tantissimi, talvolta molti, dipende dalla classe di concorso) ha regolarmente insegnato e che oggi occupa i primi posti di quella fila. L’età media di queste persone (quelle in fila) è 38 anni. L’età media di chi verrà assunto sarà presumibilmente intorno ai 42 anni. Da questa sottolineatura anagrafica risulta evidente un altro punto: come ha fatto giustamente notare anche Ciccio Scrima, Segretario della Cisl Scuola, “attenzione va posta alla necessità di introdurre nel sistema energie fresche, ringiovanendo un corpo professionale la cui età media è decisamente elevata”. Tornerò in
conclusione su questo aspetto.

Quella che per stessa ammissione del MIUR e del MEF è considerata una accelerazione, è stata determinata da due fattori: il tentativo della maggioranza di recuperare consenso (si noti che così facendo il Pdl e la Lega si comportano come i tanto vituperati governi della Prima Repubblica, utilizzando le assunzioni nel pubblico impiego per recuperare consenso) e la sentenza del Tribunale di Genova che ha condannato lo Stato a pagare multe molto salate ai precari. Da qui l’esigenza di assumere tutto il personale impiegato su posti vacanti.

Quanti e come

Le questioni poste nelle trattative ministeriali erano tutte finalizzate a definire “quanti” docenti sarebbero stati assunti e in quanto tempo. Pochi si sono soffermati per discutere anche del “come”. Anche perché è evidente che sul “come” la maggioranza non è affatto compatta. Abbiamo due prove di questa confusione:

1. la prima la troviamo su Il Sussidiario.net dove il Consigliere del Ministro Max Bruschi ha proposto senza mezzi termini di ripristinare il concorso e Valentina Aprea, Presidente della VII Commissione della Camera gli ha risposto picche, rivendicando come la professionalità del docente non può essere valutata per concorso in quanto “sostenere che il concorso garantirebbe il reclutamento di qualità suona pertanto affermazione audace e improvvida assai […] a meno che si abbia in mente l’antico insegnante gentiliano”;
2. la seconda è nascosta dietro il pasticcio su quale debba essere la GAE dalla quale si pesca per le immissioni in ruolo: prima si era detto nei comunicati ufficiali che doveva essere “quella del 2010/2011” (che poi è quella aggiornata nel 2009), ora – dopo aver definito “refuso” l’errata comunicazione – si parla genericamente di “quella in vigore”. In vigore oggi (e sarebbe la stessa), oppure in vigore a settembre (e sarebbe quella che sarà aggiornata a breve)? Vedremo cosa prevede il regolamento al quale il Decreto rimanda: tutto dipende da quale sarà l’anno scolastico a partire dal quale il personale sarà considerato assunto a tempo indeterminato, quello in corso o il prossimo?  Dietro le acrobazie linguistiche e normative c’è il tentativo di bypassare il veto quirinalizio al congelamento delle GAE tentato con il Milleproroghe per evitare che la riapertura scateni l’ennesima guerra tra poveri, ma soprattutto per dare un contentino alla Lega e – cosa che preoccupa maggiormente il MIUR – scongiurare il più possibile la pioggia di ricorsi e controricorsi.

Quella della assunzione a partire dall’anno scolastico in corso sembra essere l’uovo di Colombo, ma è molto rischiosa: ad esempio, che ne sarà dell’anno di prova di questi docenti?

Sul “quanti” c’è poco da dire: se si dovesse veramente arrivare alla garanzia che l’organico di diritto deve ogni anno essere coperto da personale di ruolo, avremmo la certezza di almeno 20.000 assunzioni all’anno per molti anni, che garantirebbero un flusso costante di nuovi arrivi e – nel giro di sei/sette anni – un abbassamento anche dell’età media del corpo docente. Ma perché questa certezza vi sia, è necessario un correttivo da introdurre in fase di conversione del Decreto, da estendere anche agli anni futuri con una Legge ad hoc: togliere al MEF, esclusivamente per quel che riguarda la copertura dell’organico di diritto, il potere di veto sulle immissioni in ruolo. Faremmo del bene alla scuola, ai precari di oggi e di domani e assolveremmo al dettato della sentenza richiamata prima, scongiurando ricorsi futuri. Ovviamente questa maggioranza per andare in quella direzione dovrebbe rimangiarsi una scelta che ha caratterizzato la sua politica scolastica: la subordinazione del MIUR al MEF.

Per l’effetto combinato dei tagli e delle immissioni in ruolo, resterebbe dal prossimo anno una quota di circa il 12% di incarichi annuali (oggi come detto è quasi il 15%); questa incidenza potrebbe essere ulteriormente ridotta e portata sotto il 10% (una soglia fisiologica), ridefinendo come organico di diritto una piccola parte di quello di fatto.

La parte più difficile è il “come”. Lo abbiamo detto in principio: quanto pattuito da governo e sindacati tiene conto delle esigenze dei lavoratori e dei vincoli di bilancio, ma non tiene in considerazione il fatto che ringiovanire il corpo docente deve essere un obiettivo da raggiungere fin da subito e non – nella migliore delle ipotesi – tra sei/sette anni. Per far sì che questo avvenga già a partire da questa tranche di immissioni in ruolo, è necessario immaginare che non si peschi esclusivamente dalle GAE. Non per le assunzioni di quest’anno (non ci sarebbero i tempi tecnici), ma per quelle dei prossimi anni. Le soluzioni fin qui emerse possono andare in quella direzione, ma non mi convincono: il concorso nazionale prospettato da Bruschi, va scartato per le motivazioni addotte dalla stessa Aprea; la chiamata diretta prospettata da alcuni, invece non tiene conto di alcune “anomalie ambientali” – usiamo un eufemismo – e non avrebbe il consenso fondamentale delle forze sindacali e del mondo della scuola in genere.

La terza via che propongo si incardina su due punti.

1. Pescare per il 60-70% dalle GAE e per la restante parte attraverso un concorso fatto a livello di rete di scuole (sul modello della rete che comprende le scuole statali Rinascita-Livi di Milano, Don Milani di Genova e Pestalozzi di Firenze), vincolando le reti ad assegnare il 50% dei posti a chi si abiliterà con i nuovi TFA (Tirocinio Formativo Attivo, parte terminale della formazione iniziale appena riformata).
2. Un utilizzo rigoroso dell’anno di prova, che non deve più essere una mera formalità, con il vincolo per le reti di scuole a mettere a concorso (con le stesse modalità del punto 1) i posti occupati da chi non dovesse superare l’anno di prova.

Chiaramente per approvare una proposta del genere bisogna assumere come punto di vista politico la necessità dell’equilibrio generazionale. Non tanto per una questione anagrafica, ma per ragioni funzionali agli obiettivi che la scuola deve darsi: impatto delle nuove tecnologie, influenza del contesto internazionale, capacità di far fronte all’integrazione e alla mediazione del conflitto di cui la scuola è sempre più investita sono alcuni dei compiti che un personale più giovane e meno logorato può assolvere con maggiore naturalezza; obiettivi che chi decide oggi di intraprendere la professione di insegnante ha il necessario entusiasmo per provare ad aggredirli e, insieme ai colleghi più esperti, trovare le soluzioni migliori.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

8 Commenti

  1. Massimo Bricchi

    I due cardini della tua proposta sono un ottimo compromesso tra le diverse(divergenti?) esigenze del governo, dei sindacati e della Scuola, e lasciano intravedere un promettente circolo virtuoso a medio-breve periodo(fianlmente, direi).
    La questione principe resta la necessità di togliere al Mef il controllo sulle immissioni a ruolo. cosa che mi sembra assai difficile in questo particolare scenario politico, dove non solo il Miur è soggetto al potere discrezionale del divo Giulio(un altro…)

  2. Anche sul MEF propongo una mediazione che mi sembra accettabile: limitare la cosa all’organico di diritto. Se non altro sarebbe interessante come strumento di battaglia politica

  3. uqbal

    Sono in parziale disaccordo su alcuni punti della proposta.

    Dal mio punto di vista forse non sarebbe male, in quanto sono nelle GAE e poter accedere anche al concorso (sia pure solo a metà) potrebbe non esser male.

    I canali privilegiati FTA però potrebbero non portare chissà che ventata di gioventù: essendo pensati per persone già al di fuori del sistema universitario (fanno da cerniera tra la vecchia SSIS e la nuova magistrale abilitante), non è detto che sarebbero poi così giovani i suoi partecipanti.

    E tra i prof. GAE ora si potrebbe ritrovare avvantaggiato chi allora non è riuscito (o non ha voluto) prendere ulteriori abilitazioni e riesce ad abilitarsi ora (penalizzando chi allora i test li superava…).

    E’ un’obiezione che, se me ne riconoscete il buon senso, può essere superata con “aggiustamenti” (per quanto debbano essere assai delicati).

    L’altro aspetto che va preso in considerazione secondo me sono le classi di concorso: bisogna evitare che chi è abilitato (a cascata o per aver preso più abilitazioni o entrambi) in una materia sia escluso da quelle affini che pure gli competono. Se sai insegnare Storia e Filosofia non si vede perché non puoi insegnare Storia negli industriali, ad es. (mica lo impone la Bibbia che Storia in un industriale deve andare con Italiano).

    Insomma: io rimango per la chiamata diretta con possibilità di numerosi controlli rigorosi o compromessi (come consorzi di scuole che per spendere meno fanno congiuntamente i colloqui d’assunzione, “spartendosi” poi i candidati a seconda delle necessità).

    La chiamata diretta permette di costruire scuole più autonome, organiche, progettuali, innovative, perché si è chiamati a rispondere di quel che si fa. Ci sono molti modi per evitare imbrogli (ed è comunque triste che l’Italia rinunci ad esplorare strade nuove perché “da noi finirebbe tutto in vacca”, una vera professione di pessimismo o peggio).

    La chiamata diretta ha altri vantaggi:

    1) fine delle manfrine per i trasferimenti (se vuoi cambiare città mandi il curriculum alle scuole là dove vuoi andare ad abitare, e vediamo);

    2) possibilità dei professori di riqualificarsi e presentarsi per più materie (evitando di impiccarsi agli andamenti di una sola graduatoria scelta in tempi ancestrali);

    3) rapporto più stretto con i presidi ma soprattutto con i dipartimenti.

    4) possibilità per i docenti anche non di ruolo di “allontarsi” dalla professione per poi tornare più qualificato (dopo lavori di altra natura, magari all’estero, dopo studi o periodi di volontariato), come in qualsiasi altro mestiere.

  4. Sulle classi di concorso, concordo. Sulla chiamata diretta no (e l’ho scritto). Sui TFA, tiene presente solo una cosa: oggi sono quello che tu dici (e si può ragionare di quelli che tu chiami aggiustamenti), ma la mia proposta vuole essere un modello che va a regime. E a regime i TFA sono solo quello che dico io.

  5. Aggiungo che gli obiettivi più importanti tra quelli che tu sottolinei per la chiamata diretta si raggiungono anche con il concorso

  6. uqbal

    D’accordo con la tua precisazione sui TFA.

    Volevo lasciare un’altra osservazione a margine, più generale, anche se mi sono preso già molto spazio.

    E’ vero che la classe docente italiana è tendenzialmente vecchia, e che l’età media dei graduati GAE è alta, 38 anni.

    Però consideriamo anche che quei “trentottenni” stanno in graduatoria da anni e anni, e che la loro età al momento di entrare nel sistema era assai più bassa.

    Toglier loro spazi per la ragione che “son vecchi”, lascia l’amaro in bocca a chi è invecchiato nella precarietà. Riconosco d’altronde anche che, oggi, formarsi come insegnante è come fare un voto di disoccupazione, e non è giusto.

    Io sono anche per questo per la chiamata diretta e per evitare qualunque discrimine che non sia quello del merito.

    PS: ho cominciato ad usare uno psedonimo da quando alcuni miei studenti mi hanno rintracciato in rete. Mi sono reso conto però che non te l’ho detto…mi riconosci dall’email, però credo.

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