di Corrado Truffi.
La sindrome NIMBY si riferisce come noto al rifiuto di avere “nel proprio giardino” impianti industriali, energetici, ecc. considerati rischiosi o semplicemente brutti. È una sindrome che riguarda ormai tutte le soluzioni tecnologiche, incluse quelle considerate verdi. A quel che vedo, in Europa questa sindrome si sta estendendo a tutti o quasi tutti gli aspetti del vivere. Un GLOBAL NIMBY: non voglio stranieri nel mio giardino. Ancora di più, e con ferocia assoluta, non voglio zingari nel mio giardino. Non voglio prodotti cinesi ma solo fatti qui vicino. Non voglio che il governo prenda i miei soldi per fare cose magari utili, ma lontano dal mio giardino. Non voglio che gli insegnanti dei miei figli provengano da regioni diverse dalla mia. Non voglio che gli insegnanti dei miei figli abbiano idee diverse dalle mie. Non voglio che l’odiata burocrazia europea decida per me. Non voglio che gli odiati francesi si comprino Parmalat. Non voglio che la gente che non mi sta simpatica possa muoversi come crede. In fondo, se potessi, mi piacerebbe vedere un gabelliere alle porte della mia città (ovviamente, io devo potermi muovere liberamente, ma io sono io, gli altri sono tutti stranieri…).
Così, c’è una strana e paradossale convergenza fra le sinistre ecologiste del NIMBY ecologico e del sogno delle produzioni a Km zero, e le destre xenofobe del localismo delle piccolissime patrie, del conservatorismo del dialetto e delle tradizioni locali, dell’identità declinata come cultura del paesello e del dialetto.
Il risultato è un conservatorismo prima di tutto anti europeo, il cui obiettivo pratico e politico è erigere muri attorno alle proprie faticate ricchezze e certezze, difendendole con ogni mezzo ed evitando quindi di rischiare qualsiasi trasformazione dello stato di cose esistenti. Perché qualsiasi trasformazione dello status quo, in questa visione impaurita del mondo globale, è per definizione negativa. E così, la versione estremistica dell’ecologismo, il BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything), si sta trasferendo in tutti gli aspetti della vita politica e sociale dell’Europa.
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Se quest’analisi coglie nel segno, tuttavia, il problema non è tanto indignarsi o lamentarsi di una simile non brillante situazione, quanto cercare di fare qualche passo avanti, prima di tutto nella comprensione del fenomeno, quindi possibilmente nel provare a capire cosa si potrebbe fare per contrastarlo.
L’Europa si è formata come idea di comunità politica unitaria (in forma più o meno federale) in un’epoca nella quale il valore della pace ritrovata e la voglia di ricostruzione e di superamento di tragiche fratture era enorme. Però quell’idea di identità europea è sembrata arrivare quasi in porto proprio quando i processi di globalizzazione economico-finanziaria scardinavano rapidamente le certezze su cui era stata costruita: lo stato sociale e la sicurezza che ciascuna generazione avrebbe avuto di più della precedente.
Lo stress da globalizzazione ha generato in molta parte della popolazione – e in particolare in quella con più difficoltà e meno strumenti – una facile equazione che ha fatto coincidere la costruzione europea con la globalizzazione finanziaria, le tecnostrutture della regolazione dei mercati progettate in Europa, con la mancanza di regole della speculazione finanziaria.
Il problema è che le classi dirigenti europee, da almeno una decina di anni se non di più, non hanno fatto assolutamente nulla per non meritarsi questa deriva e per non perdere credibilità. Anzi, gli uni hanno vellicato le pulsioni populiste e xenofobe, gli altri hanno identificato se stessi e la propria parte politica con una mai spiegata e mai dimostrata “globalizzazione buona”, alienandosi progressivamente le simpatie delle classi popolari di cui erano stati il riferimento. Entrambi, si sono progressivamente trasformati in (o sono stati percepiti come) casta lontana dalla “gente”, realizzando una perfetta profezia che si auto adempie: il populismo dell’uomo solo al comando necessità l’opposizione fra casta e gente, e mantiene in sella la casta fingendo di criticarla, come ben dimostra il nostro Caimano e, su un piano diverso ma parallelo, la retorica anti banchieri di Tremonti.
Del resto, il fatto è che nelle istanze del GLOBAL NIMBY, siano esse di matrice ecologista, no-global o conservatrice-identitaria, vi sono aspetti ineludibili di realtà e contenuti del tutto condivisibili. Dal punto di vista dell’esperienza della vita concreta delle persone – che è quello che dovrebbe interessare, poiché siamo su questa terra per tentare di avere una vita degna di essere vissuta – la possibilità di riconoscersi in una comunità culturalmente comprensibile e non troppo conflittuale è un’esigenza umanissima; così come è parte della bellezza della propria esperienza di vita assaporare il gusto di un cibo che viene dalla propria infanzia o da quella dei tuoi nonni, o che hai coltivato tu stesso in un orto urbano; ed è altrettanto umano e giusto il pretendere che il luogo dove si vive non sia una discarica di veleni, o la periferia di una centrale nucleare.
E poi, dal punto di vista della capacità di prevedere e governare le trasformazioni del mondo, quanto è paradossalmente triste dover notare che certe indicazioni di governance dei flussi finanziari e certe analisi sulla crisi finanziaria mondiale, già patrimonio del movimento no global fin dalla fine degli anni ’90 (Vous souvenez-vous d’ATTAC?) , si sono rivelate in qualche misura profetiche e sono oggi perfino fatte proprie dai governanti di destra? Magari, se si fossero ascoltate meglio certe intuizioni, se si fosse stati in grado di farle proprie mitigandole con il realismo e il pragmatismo necessario a qualunque vero governo dell’Europa, non saremmo a questo punto….
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Insomma, per combattere il GLOBAL NIMBY c’è bisogno di molta più democrazia e soprattutto di una democrazia che adotti strumenti e modalità diverse dall’attuale. Se ci si pensa bene, per ognuno dei fenomeni sopra richiamati – la paura dello straniero, le tentazioni autarchiche, la contestazione delle opere pubbliche, dalla TAV ai parchi eolici, dal tram di Firenze ai parcheggi sotterranei di Roma, fino al rifiuto di qualsiasi cambiamento “perché ci deve essere sotto qualcosa, qualcuno che ci guadagna” – ci sono due soli approcci possibili da parte di chi ha la responsabilità di governo. Il primo è ignorare le contestazioni ed agire d’autorità, arrogandosi il diritto di sapere qual è il bene comune e/o di essere per definizione il rappresentante del popolo, in quanto vincitore di elezioni. A prescindere dalla capziosità di simili argomenti, si è visto molto bene, dopo Fukushima, come un simile approccio sia fragile ed inefficace.
Il secondo approccio comporta il prendere sul serio la democrazia e il fornire gli strumenti per la scelta consapevole e il consenso informato da parte dei cittadini. C’è una vastissima letteratura sulla democrazia deliberativa, sul bilancio partecipativo e sul metodo del consenso. E ci sono, dalle esperienze di Porto Alegre in poi, esempi concreti e anche abbastanza diffusi di applicazioni di queste tecniche, nelle quali la cittadinanza viene coinvolta davvero e partecipa alle decisioni che la riguardano. Nella quale, inoltre, si affronta alla radice uno dei problemi della modernità: il rapporto fra tecnologia, il cui sapere è in mano agli “esperti”, e democrazia, nella quale il principio “una testa un voto” apparentemente contraddice il valore della conoscenza tecnologica. Costruire l’accoglienza agli immigrati o una comunità nuova e solidale in una situazione di rapidi flussi migratori è possibile se l’istituzione pubblica accompagna il processo spiegando, formando, diffondendo conoscenza, e facendosi aiutare dalla sapienza e dalla capacità delle persone, ascoltando le soluzioni proposte. Costruire un parco eolico o un grande impianto fotovoltaico e – se davvero serve – anche un inceneritore o meglio un impianto di compostaggio, è possibile se si discute davvero il luogo, le soluzioni alternative, le tecniche migliori. E se non si pretende di risolvere tutto semplicemente monetizzando il disagio. E ciascuna di queste esperienze di partecipazione potrebbe diventare un processo di apprendimento per tutti gli attori coinvolti, cosicché l’esperienza successiva sia più proficua.
Se questa è una possibile strada per lottare contro il populismo euroscettico delle piccole patrie e la paura di ogni trasformazione e ogni tecnologia, bisogna però sapere che si tratta di una strada per niente facile e piena di trappole. Trappole sulle quali gli entusiasti della democrazia deliberativa volentieri tacciono.
In primo luogo, bisogna sapere che il metodo del consenso può legittimamente portare a decisioni diverse da quelle proposte da chi governa: la posizione NIMBY può vincere, ma la scommessa è che, se vince, è perché in fondo era giusto vincesse, perché davvero quel dato progetto non era quel che serviva.
Questo ha implicazioni rilevanti sui tempi della politica e delle trasformazioni. In un mondo che va veloce, sottoporre al vaglio di complessi processi decisionali diffusi certe operazioni ha un costo. Un costo che dovrebbe essere bilanciato da un recupero di efficienza in fase di realizzazione (un’impresa in teoria non impossibile nella nostra disastrata Italia dei vincoli burocratici formali inutili. Davvero, preferirei sei mesi passati a discutere con i cittadini del perché e per come di una linea tranviaria, piuttosto che sei mesi ad aspettare un ricorso formale della ditta A contro la ditta B…).
In secondo luogo, la partecipazione costa e richiede tempo ai cittadini. Partecipare non è un obbligo, ma dovrebbe essere una scelta davvero possibile per tutti. In caso contrario si rischia di ritrovarsi con dei “professionisti della partecipazione” che monopolizzano il processo e, in parte, ne svuotano il senso. C’è quindi una questione di tempo da affrontare, che significa sia una sapiente gestione degli orari dei processi di partecipazione, sia la presa d’atto che quel tempo deve essere trovato anche modificando tempi di lavoro sempre più inutilmente frenetici.
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Mi accorgo che, cercando di tracciare una possibile risposta al GLOBAL NIMBY populista, racconto soprattutto di quanto sia difficile la democrazia. Davvero un pessimo sistema, ma sempre il migliore fra quelli che conosciamo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Da tempo sto ragionando anche io su questi temi. Partendo da prospettive diverse, ma comunque arrivando a conclusioni simili. La partecipazione è difficile e “imporla” impossibile. Anzi il rischio è che la sua scarsa attrattività (visto che ci vuole tempo e non tutti hanno tempo e voglia) sia usata come foglia di fico da chi vuole imporre le proprie idee. Allora il tema non è affidarsi ai professionisti della partecipazione, ma rendere attrattiva la partecipazione attiva, facilitarla, renderla abitudine…
Ho provato a ragionarci qui: http://tinyurl.com/6egus62, ma c’è ancora molto da elaborare…