Di mamma ce n’è una sola (per fortuna)

di Chiara Lalli.

foto di Claude Estébe

Qualche giorno fa su The Sun compare un pezzo che ha tutte le caratteristiche giuste per stare proprio su quel quotidiano: I inject my 7-year-old girl with Botox, fill her lips and I have tattooed her eyebrows (6 may 2011). La tentazione è quella di pensare che stavolta hanno davvero esagerato e che, come spesso accade, i dettagli saranno stati gonfiati al solo scopo di attirare una morbosa e massiccia curiosità. La realtà, però, sembra essere più estrema e, a dirla tutta, difficile da ricostruire. Qualche giorno dopo circola infatti la dichiarazione giurata della protagonista della vicenda: si sarebbe inventata tutto per 200 dollari (Botox Mom: I MADE IT ALL UP FOR MONEY!, Tmz, 19 may 2011). Non è che come smentita convinca poi molto di più della notizia originaria, ma forse è perché il dubbio si è ormai insinuato in noi irrimediabilmente – come succede dopo un paio di falsi allarmi “al ladro!, al ladro!” o come succedeva alle oche di Konrad Lorenz, disinteressate ai richiami troppo frequenti della madre bipede dopo le prime volte. Il dubbio rimane anche perché la saga continua e sembra difficile per noi – se non impossibile – controllare tutti i retroscena e i particolari. E soprattutto perché un articolo di marzo annunciava una storia simile, seppure con alcuni particolari diversi e con nomi diversi: la figlia qui aveva 8 anni e invece di Bree, come nel pezzo di maggio, viene chiamata Britney (I’m injecting my eight-year-old with Botox and getting her body waxes so she’ll be a superstar, The Sun, 23 march 2011).

Comunque sia andata la storia di Bree/Britney e di sua madre Sharon Evans/Kerry Campbell/Sheena Upton (quest’ultimo sarebbe il vero nome della donna), la vicenda è interessante e forse può essere anche considerata sintomatica di un gusto diffuso da parte della stampa nel cercare gli angoli più in ombra, nel forzare la cronaca fino alle ossessioni, nel manifestare un compiacimento nei confronti di un comportamento da mettere alla gogna. Certo, siamo partiti da un pezzo pubblicato da The Sun, ma saremmo disonesti a limitare al quotidiano inglese questa mania.

Cominciamo con la storia di Sharon e Bree nella versione riportata dall’articolo di maggio. Sharon, madre single di 33 anni che vive a San Diego, ha iniettato botox (aveva seguito anni fa un corso da estetista, garantisce Sharon) alla figlia Bree di 7 anni e le ha tatuato le sopracciglia per migliorarne la forma (si era fatta spiegare come si fa da un suo ex fidanzato tatuatore). Perché “she is desperate for her daughter to be famous”. Già, famosa almeno quanto Willow Smith, figlia di Will e Jada Pinkett Smith.

La fissazione di Sharon per trasformare Bree in una star è travolgente: “The fact I am giving her the chance to have these beauty treatments so early on will save her from wrinkles later on”. E poi ci sono anche i risvolti pratici: “It will also save her money on make-up and cosmetic procedures in the future”.

Forse la prima domanda che vien da porre è: si può fare? Si può, nessuna legge lo vieta (e questo è un dato che è interessante conoscere – in fondo la storia inventata potrebbe avere almeno questo pregio: avere illuminato uno spazio problematico). Nonostante questo 15 medici si sono rifiutati di intervenire (chissà come si comporterebbero i medici di fronte a una richiesta del genere). Sharon, però, non si è persa d’animo e ha comprato il botox via internet; poi ha letto come iniettarlo da alcuni forum. “Then I told her what I was going to do and that if she wanted to be like Willow Smith she’d have to get noticed. Although she was scared she was also very excited about looking like a star”.

Una informazione a questo punto è necessaria: Willow Smith non ha subito interventi chirurgici e con tutta probabilità è famosa perché i genitori sono delle star mondiali. “Look like a star” non significa essere una star né avere le labbra gonfiate.

Le iniezioni sono dolorose, ma il risultato vale la sofferenza: sia Sharon che Bree sono entusiaste del risultato. A queste presto si aggiunge il tatuaggio.

It was all Bree’s idea. She showed me a picture of a model with beautiful eyebrows and said that’s what she wanted”. Bree says: “I love my eyebrows and having Botox. Some of the girls at school say it’s wrong but they are just stupid and jealous.

Most of my friends think it’s really cool and want it done too. They know that I’m going to be a superstar, like Willow Smith” (i corsivi sono miei).

E l’anno prossimo si pensa già a un tatuaggio rosa intorno alle labbra.

Il commento finale mi fa pensare a una scena di Domicil coniugal (tradotto orridamente in italiano con Non drammatizziamo… È solo questione di corna, 1970, di François Truffaut). Dopo che Antoine Doinel è stato scaricato dalla moglie tradita, lui le dice “sei la mia sorellina, sei mia figlia, sei mia madre”. E lei gli risponde: “avrei voluto essere la tua donna”. Sharon dice di Bree: “I am her mum, her agent, her motivator and her friend. I wish my mum had done the same for me.” Chissà cosa dirà Bree/Britney tra qualche anno, perché anche se il botox non le è stato iniettato, si è ritrovata comunque in questo delirio semicollettivo e suo malgrado soggetta alle decisioni mediatiche della madre e protagonista di una stampa assetata di dettagli scandalistici.

La storia è abbastanza bizzarra (e non importa che non sia letteralmente vera) e moralmente discutibile, oltre che segnata da convinzioni molto controverse con le quali abbiamo una certa familiarità. Pensare che avere le labbra gonfie sia bello. Pensare che essere belli avendo le labbra gonfie sia la strada per il successo. Pensarlo non per sé ma per qualcun altro. Pensarlo e realizzarlo su tua figlia che ha 7 o 8 anni e che verosimilmente non potrà esprimere un consenso ma solo pronunciare parole profondamente influenzate dall’ossessione materna, o addirittura da un vero e proprio lavaggio del cervello. Iniettare una sostanza con possibili effetti nocivi (questo è forse l’unico aspetto sui cui la smentita entra in modo massiccio e che si pone come una alternativa distante e preferibile a quella raccontata). Imporre brutalmente la tua visione del mondo a una ragazzina di 7 o 8 anni.

Il caso è inoltre interessante rispetto al potere enorme dei genitori sui figli. Sharon lo dice chiaramente: “She is my child and this is my decision – it will help shape her for the rest of her life”. E che si chiami in un altro modo o che non abbia iniettato botox alla figlia, la proprietà genitoriale resta.

Banale, si potrebbe pensare. Ma lo è solo finché ci si muove su un terreno familiare, poi in casi come questo la banalità esplode. (Ripeto: che questo caso sia inventato non cambia di molto, perché ce ne sono molti altri che potremmo citare e che citerò tra poco). E, invece, in casi che non ci sono familiari sembra evaporare: succede quando si parla di manipolazione genetica migliorativa. È più un esperimento mentale, perché tecnicamente non possiamo farlo, ma è interessante come punto di osservazione su come funzioniamo. Di fronte alla ipotesi di poter immettere, da genitore, un talento musicale geneticamente determinato o di scegliere il colore degli occhi del nascituro, si sollevano le condanne assolute. E perché? Perché la pancia ci dice così! Eppure in questo caso non vi sarebbe alcun abuso e nessuna violazione della nostra volontà (se vogliamo possiamo ignorare il nostro talento e avere gli occhi di un certo colore non ci danneggia, ovvero il colore degli occhi è un tratto neutrale che non renderà peggiore né migliore la nostra esistenza). Insomma immettere un talento ricorrendo alla manipolazione genetica migliorativa e far nascere nostro figlio con gli occhi blu sarebbero decisioni verosimilmente meno dannose e meno invadenti di tante altre che passano quasi inosservate.

In pochi si scandalizzano in casi come quello di Jennifer Capriati (o di Andre Agassi – in uscita proprio in questi giorni la sua autobiografia in cui Agassi racconta degli allenamenti folli del padre prima e di Nick Bollettieri poi). A Jennifer Capriati – o meglio all’argomento della Capriati - penso ogni volta che si urla contro la manipolazione genetica positiva, per esempio. O a tanti altri aspetti: inculcare una religione, scegliere educazioni rigorose e ossessive, pianificare la vita di tuo figlio come fosse un capo di Stato (la lista di Ami Chua fa impallidire. Ecco cosa non è mai permesso alle figlie Louisa e Sophia: attend a sleepover, have a playdate, be in a school play, complain about not being in a school play, watch TV or play computer games, choose their own extracurricular activities, get any grade less than an A, not be the No. 1 student in every subject except gym and drama, play any instrument other than the piano or violin, not play the piano or violin). Nessuna di queste scelte genitoriali è giusta o sbagliata a priori, forse nessuna può valere come regola universale. Bisognerebbe discuterne senza scivolare nella rassicurante ma ingannevole tradizione o senza attaccarsi ad altri luoghi comuni.

Insomma il caso di Sharon e Bree – seppure i dettagli più gravi sembrino essere inventati – non è un fenomeno isolato e autistico, ma una delle massime espressioni di un atteggiamento diffuso. Le sfumature e la gravità degli interventi genitoriali sono diversi, ma molti di questi sono legati da una (irrespirabile) aria di famiglia.

Miss Little America – solo per nominare uno dei concorsi per ragazzine più famosi; qui ci sono alcune foto molto interessanti – è molto distante dalle fantasticherie di Sharon? Per ogni bambino che scimmiotta un adulto c’è un genitore che scimmiotta non si sa bene cosa. Qualche tempo fa Le Iene hanno offerto uno spaccato interessante di alcuni genitori burattinai: Un casting per genitori, di Elena Di Cioccio. Non è nemmeno facile dimostrare che i bambini, alcuni bambini, potrebbero davvero scegliere e desiderare ciò che i genitori offrono loro, o chiedere di partecipare a concorsi di bellezza o a reality a tutto spiano. Insomma anche i bambini hanno voce in capitolo, ma come distinguiamo una voce genuina da una eteroindotta? Negare ai bambini la possibilità di avere desideri autonomi sarebbe una ennesima forma di non considerazione, ma certamente non è affatto agevole muoversi tra queste domande.

Ultima considerazione: il caso di Sharon non solo si nutre dello stesso clima che anima i concorsi per infanti o altre possibili forme di reincarnazione dei desideri degli adulti nelle vite dei bambini, ma non sarebbe nemmeno utile allo scopo prefissato. In un articolo in cui si sosteneva che i servizi sociali di San Francisco stessero indagando sulla vicenda e avessero deciso di sospendere la custodia di Kerry Cambpell sulla figlia (California Girl Injected With Botox Removed From Mom’s Custody, ABC News, may 16 2011) si legge:

Campbell defended using the botox, saying it was a pageant secret used by many pageant moms.

“This is not what pageantry is about. I’m sorry to say she’s only doing a disservice to her child and will never win the title she seeks,” said Valerie Walker, a veteran pageant coach.

Deve essere desolante sapere che le iniezioni e i tatuaggi non garantiranno alla propria figlia il successo e la fama mondiale. Parola di una che di concorsi se ne intende. Anche se non è detto che lo abbia davvero dichiarato!iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. gio

    grande articolo Chiara! :)

  2. Ho letto con attenzione questo articolo e con ancor maggior interesse il post sul blog relativo al potenziamento.
    E’ un argomento su cui recentemente ho molto ragionato e trovo che le tue argomentazioni (come quelle di Savulescu e altri nel campo) siano abbastanza convincenti. C’è però un dubbio che ogni volta mi frulla nella testa, te lo espongo qui brevemente, anche se forse meriterebbe più spazio: il miglioramento genetico in senso non curativo, crea nei genitori una forte aspettativa, o potrebbe crearla, e questo avrebbe quasi certamente un effetto dannoso sulla crescita del figlio/a. Nel caso di intervento curativo, invece, l’aspettativa sarebbe solo che il nascituro non si ammali di quella patologia. Anche nel caso citato qui, la questione fastidiosa è che la madre non accetti la figlia per quello che è: nel caso di intervento migliorativo, i genitori saranno disposti ad accettare il figlio/a per quello che è? Se, come dici tu, manipolo per migliorare la sensibilità musicale e il bambino/a poi si disinteressa di musica, il genitore saprà accettare la scelta? Forse sì…. ma l’investimento nel miglioramento tradisce un’aspettativa forte, non credi?

  3. Gio, grazie – anche se seguire Sharon Evans/Kerry Campbell/Sheena Upton mi ha confuso un po’ le idee.

    Monica, il tuo dubbio è del tutto comprensibile e condivisibile ma: non accade in tantissime altre circostanze? E soprattutto: potrebbe essere una ragione abbastanza forte per ritenere immorale un intervento migliorativo?
    Quanti genitori hanno investito il proprio figlio di desideri o doveri o aspettative pur senza avere a disposizione la possibilità di intervenire geneticamente?
    Insomma io credo che l’invadenza delle aspettative sia qualcosa che accade già e l’eventuale rimedio non è limitare (o non ampliare) i modi con cui incentivare quelle aspettative.
    Inoltre è difficile distinguere cosa sia miglioria e cosa terapia, a parte nei casi “estremi” e questa difficoltà ci mette ulteriormente in guardia.

  4. Articolo interessante, specie per un’impostazione non allarmista, cosa rara su questi temi.

    Aggiungo qualche considerazione, che esula dallo specifico della genetica migliorativa.
    Mi pare che il pezzo consideri un po’ marginalmente un terzo attore nella dinamica d’aspettative tra genitori e figli, ovvero la cosiddetta pubblica opinione, o comunque chi riesce a parlare in nome di essa.
    Personalmente articoli come quelli del Daily Mail, sulle bimbe usate dai genitori come bambole, li vedo anche come un sintomo d’un sentimento diffuso, quello di voler indicare una normatività genitoriale, che s’accompagna appunto a storie sensazionaliste di presunti modelli educativi “sbagliati”, quasi una sorta di gogna di “genitori snaturati” dati in pasto all’indignazione pubblica.
    Se è vero che si possono avere parecchie perplessità su stili d’educazione particolarmente ossessivi, è altrettanto vero che non si può sminuire l’importanza della libertà delle famiglie di costruire e coltivare un proprio stile di vita contro le pressioni omologanti che provengono un po’ da tutte le direzioni: e in tali pressioni omologanti includerei sia quelle che spingono certe madri a fare delle loro figlie delle piccole dive in erba, sia quelle che le dipingono con toni spesso sgradevoli come “madri snaturate” per questa loro ambizione (ambizione che può pure essere altamente discutibile).
    Il punto è che spesso si va a confondere il metodo di crescere i figli (ossessivo e ignegneristico) coi contenuti dello stesso, ed è quindi facile, per dire, condannare il genitore che vuol fare del figlio un campione precoce, ma non si fa altrettanto quando gli stessi metodi vengono applicati a scopi educativi che invece condividiamo, magari sanzionati dal potere pubblico.
    La madre che imbelletta la figlia di sei anni per farla zompettare sul palco del concorso di bellezza non è forse imparentata in qualche modo con la necessità, molto meno messa in discussione, che già all’asilo i bimbi imparino le lingue, facciano giuochi che stimolino il potenziale intellettivo, abbiano i cibi ben calibrati per evitare l’orrore dell’obesità, non dimostrino segni di futura devianza, e così via?

    @ Monica Fabbri
    Personalmente penso che il “problema” dell’uso della genetica “migliorativa” sia, come già fai notare tu, l’atteggiamento del genitore che desidera programmare il figlio, più che l’operazione migliorativa in sé.
    Ebbene, se anche rifiutassimo la genetica “migliorativa”, o restasse illegale per legge, questo cambierebbe l’atteggiamento di quel genitore? Il suo atteggiamento, che riteniamo dannoso, resterebbe tale e quale.

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