di Renzo Rubele.
Sempre più spesso mi domando: perché questa cacofonia di voci sull’Europa? Perché appare sempre più difficile mettersi d’accordo perfino sulle definizioni, su un lessico politico, pur nella diversità delle opinioni? Che tipo di faglie, di frizioni, vengono in rilievo quando portiamo l’attenzione sul livello Europeo, o anche quando consideriamo le nozioni pre-politiche da cui traiamo il «materiale grezzo» per i nostri discorsi sull’Europa?
Mi riferisco egualmente al dibattito politico “ufficiale” e alla conversazione popolare, e intendo considerare sia il contesto nazionale che quello continentale, facendo delle sintesi che saranno in ogni caso audaci, almeno quanto la sfida di trattare il tema nel breve perimetro di un articolo del nostro blog-magazine.
E allora si dovrà partire da una constatazione, e cioè dal fatto che questi ultimi vent’anni hanno rappresentato tanto un avanzamento politico-istituzionale della costruzione Europea, quanto una progressiva carenza di identificazione fra le realizzazioni conseguite e gli orientamenti di ampi strati popolari, e quindi, parallelamente, di rilevanti settori della classe dirigente – sia in Italia che in altri Paesi. Come valutare tutto ciò? Stiamo facendo il possibile per capirci qualcosa, per trovare una sintesi politica più condivisa?
Secondo me bisogna tornare a ragionare sui fondamenti, cercare di rivisitare i concetti politici in gioco e riportare l’attenzione su valori e motivazioni che sono magari negletti, obliati, nel discorso corrente, ma che sono quelli effettivi ed efficaci per capire quello che si è fatto, quello che si sta facendo, e quello che si dovrà ancora fare. E’ un po’ quello che avevo cominciato a proporre anche in un precedente articolo per iMille, ripercorrendo a volo d’uccello la struttura politico-istituzionale dell’Unione Europea, come si presenta oggi.
Proviamo a fare qualche altro esercizio. Se guardiamo alle origini della Comunità Europea (allora Comunità Economica Europea) nel 1957 possiamo trarre diversi spunti di riflessione. Innanzitutto andrebbe riletto quel passo evitando di rubricarlo come un semplice “ripiego” rispetto al fallimento del progetto della Comunità Europea di Difesa (CED). E’ vero che si approcciò il cammino dell’integrazione dal lato più consono ad una costruzione “graduale”, ma va sottolineato che la CEE non era (e non è mai stata nella mente di nessuno) un semplice “accordo di libero scambio”. La struttura politica e istituzionale comune, ancora in fieri nell’Unione Europea di oggi eppur così controversa, era già presente allora grazie ad una sapiente concezione che conteneva importanti elementi suscettibili di uno sviluppo evolutivo. Tale struttura è, in effetti, quella che vediamo ora, estesa, irrobustita e adattata per gestire un insieme di competenze più ampio, e corroborata da rinnovate procedure decisionali (in particolare, ad esempio, con riferimento al ruolo del Parlamento Europeo). La nozione di “Mercato Comune Europeo” che ci ha accompagnato per tanti anni fino al 1992 – voglio dire -, conteneva in sé stessa i caratteri distintivi di una Comunità Politica, dovendosi porre ed essere realizzata come “Mercato con Regole Comuni”, con un Diritto Comunitario a pieno titolo concepito e fatto valere in uno Spazio Politico. Diritto che, come è noto, riconosceva già da subito le persone fisiche e giuridiche come titolari di diritti da esse stesse azionabili davanti ad un Giudice Europeo, in contrasto con il più tradizionale Diritto Internazionale che “vede”, da questo punto di vista, solo gli Stati.
E’ noto che la dizione (se non proprio la nozione) di «Comunità Politica Europea» fu proposta – suggerita, dice la storiografia – da Altiero Spinelli ad Alcide De Gasperi durante il tumultuoso percorso che portò alla redazione del Trattato CED, e da questi fatto inserire nel testo. Se doveva essere formata una Forza Armata Europea – si diceva –, essa non poteva che essere posta sotto l’Autorità di una forte organizzazione politica sovranazionale, con uno spessore ben maggiore di quelle create con le prime esperienze di cooperazione politica realizzate dal Consiglio d’Europa e dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Lo smacco dell’affossamento della CED condusse Spinelli e gli Europeisti più ferventi a riguardare la CEE come una creatura estranea, e il momento fondativo nemmeno da celebrare o ricordare nel proprio diario. La stessa scelta della denominazione rifletteva una specie di prospettiva “altra”, da poter “rivendere” nei confronti di quei popoli e di quei settori dell’opinione pubblica che avevano manifestato una resistenza all’integrazione politica più ampia. Ma, come ho cercato di far notare più sopra, questa specie di corto circuito ha finito col produrre un disconoscimento di quegli elementi politici qualitativamente importanti che si stavano invece edificando con la nuova Comunità – da considerare sempre, per completezza, assieme alla CECA e all’EURATOM.
Fu quindi nel periodo di infanzia delle Comunità Europee, negli anni ‘60, che si cominciò a coniare quel vocabolario euroscettico (a partire dal termine “eurocrati”, introdotto proprio da Spinelli) che, anni più tardi, sarebbe stato usato a piene mani dai veri euroscettici. L’aver mantenuto il modello delle più familiari comunità politiche nazionali come quello da cui attingere il glossario delle relazioni politiche (e degli archètipi istituzionali) ha bloccato per lungo tempo la elaborazione e l’approfondimento di un lessico politico appropriato per quella peculiare Comunità Politica Europea che si stava pur edificando “a spicchi” sotto i nostri occhi. Sono mancati gli attrezzi (e l’artiglieria, ove necessario) per opporsi alle ventate di critica “cosmica” e alla guerriglia eurofobica quando queste hanno cominciato a manifestarsi con più forza.
E perché si sono accresciute le schiere euroscettiche? Si è certamente verificato un cambio di scenario politico e ideale con la caduta del Muro di Berlino e la «nuova globalizzazione» degli anni ’90. L’approfondimento dell’integrazione con la creazione dell’Unione Europea (da intendere come una specie di Comunità Politica Europea 2.0, in base a quello che si è detto) ha costituito l’occasione per nuove riflessioni di massa, popolari, prima non necessarie né giunte al corretto livello di maturazione e consapevolezza, sulla maggiore o minore necessità di sviluppare i diversi livelli politici sub- e supra-nazionali. Interessi e poteri consolidati hanno percepito la sfida di un nuovo tipo di competizione che metteva a rischio rendite di posizione e relazioni politiche note. E in quel momento, come si è detto, è mancato il supporto di una adeguata comprensione della nuova ontologia politica multilivello, che non poteva essere detta nel tradizionale linguaggio delle comunità politiche tradizionali.
A me sembra che oggi, dopo aver sbattuto la testa contro diversi muri e diverse ragioni espresse da tante parti, si debba riconoscere che non ha senso costruire l’Europa “facendo la guerra” agli Stati nazionali (e ai loro legittimi, democratici, Governi), come ci avevano insegnato i nostri Padri nobili dell’Europeismo. A coloro che continuano a proporre in modo ideologico questo schema si devono mostrare tutti i buoni motivi per cui i Popoli desiderano mantenere anche le strutture di gruppo disegnate su comunità politiche a base nazionale e locale, e così modellare conseguentemente il nuovo lessico Europeo. Si deve ricordare che il Diritto è Valore, e che i Valori, radicati nelle coscienze, espressi attraverso un linguaggio, e forgiati nella Storia, non si possono combinare come gli elementi chimici, un po’ come non tutti i matrimoni sono possibili. Nel dare spazio ai Valori degli individui non si potranno allo stesso tempo dimenticare quelli collettivi. Nel riconoscere la natura continentale e globale di certi problemi non si potranno mettere da parte le esigenze e gli interessi dei territori. Nel proclamare la validità dei diritti sociali e del principio di solidarietà non si potrà eludere il fatto che popoli “più bravi” e meglio organizzati non possono accollarsi intere popolazioni meno abili, o financo solo meno fortunate.
La Comunità Politica Europea che dovremo migliorare ed affinare, nel prossimo futuro di questa nostra Unione Europea, saprà proporre ai propri cittadini uno schema di relazioni politiche sicuramente complesso ma accettabile ai più, facendo piazza pulita delle falsità e delle resistenze di retroguardia, ma riconoscendo le ragioni di un variegato e flessibile assetto istituzionale federale multi-livello, scevro dall’ambizione di negare legittimità a qualcuno di quei livelli. Saprà spiegare il significato di avere un comune mercato di beni, servizi e capitali completato da politiche regionali orientate ad aiutare ed accompagnare coloro che sono meno attrezzati per competere in quel mercato. Potrà proclamare il valore della cittadinanza Europea unitamente a quella nazionale. Questo è ciò che mi sento di dover esprimere oggi, animato da sano realismo e pur da profondo spirito Europeista, in queste brevi righe.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





