di Tommaso Caldarelli.
L’ultimo in ordine di tempo è stato un deputato marchigiano che si chiama Remigio Ceroni. Potenze degli uffici della Camera: basta depositare un disegno di legge di riforma costituzionale sufficientemente stravagante per far parlare i giornali di sé. E in questo, in effetti, hanno colpa anche i giornalisti, ma mi sento di dire che la colpa è condivisa, almeno a metà: chi deposita un progetto di legge, scritto e articolato, vuol dire che pone il suo nome su una certa volontà legislativa.
Parliamo di riforme strampalate, lo avrete capito; parliamo della caduta di un muro: quello dell’inviolabilità costituzionale. Bene o male che sia caduto? Bene o male che sia possibile mettere in discussione la carta fondamentale dello Stato? La questione non può essere risolta con risposte “bianche” o “nere”, essendo il diritto molto meno assoluto di quanto non si creda. Il punto, però, quando si parla di Costituzione molto più che in altri casi, è la qualità e in parte la quantità di ciò che si va a scrivere e a modificare.
Solo settimane fa, Remigio Ceroni ci ha dato appunto l’esempio di ciò che difficilmente può essere chiamata una buona riforma costituzionale, visto che il deputato del PdL ha sostanzialmente proposto di aggiungere un pezzetto all’articolo 1, per evidenti ragioni politiche e, ciò che è se possibile peggio, senza alcuna reale conseguenza giuridica possibile derivante dalla modifica del testo. “L’Italia e’ una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del Parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale”, voleva scrivere sull’articolo 1 Ceroni, e una modifica del genere davvero non avrebbe cambiato una virgola, nell’immediato. Secondo l’intenzione malnascosta – ed è proprio questo, il punto – con questa grande riforma la magistratura sarebbe stata ridotta al silenzio se il Parlamento, chiamato a pronunciarsi su un caso in quel momento in discussione nelle aule di tribunale, avesse stabilito che la decisione era di sua competenza.
Uno squilibrio pericolosissimo, una istituzionalizzazione del populismo e del plebiscitarismo per cui, alla fine, la voce del popolo – e qualcuno ci deve ancora spiegare chi è legittimato a parlare in nome del popolo tutto: difficile confondere la rappresentanza parlamentare, che è una funzione, con la voce popolare, che è un potere – prevale su qualsiasi cosa, sul presente, sul passato e sul futuro. Aspettiamo con ansia il momento in cui il popolo vorrà giustiziare qualcuno. O no?
Ma non è neanche questo il punto, in realtà. Il punto è che la nostra, e andrebbe detto senza mezzi termini, è molto semplicemente, una buona Costituzione. E’ una delle più recenti del mondo occidentale, ha un equilibrio di poteri interni disegnato col bilancino che sarebbe bello ed opportuno conservare il più possibile intatto. E la nostra non è una buona Costituzione perché è orientata, di parte, comunista come dice qualcuno, anzi: è una buona Costituzione perché è liberale, permissiva e in linea di massima aperta a molti esiti. Elastica, appunto, ed adatta a contenere una vasta gamma di interpretazioni e di posizioni politiche ed ideali. Un tesoro che molti ci invidiano e che sarebbe da salvaguardare integro.
Ora, però, questo non vuol dire che le cose non possano e debbano cambiare se necessario. La clausola di riforma costituzionale esiste appunto per quel motivo; ancora, nessuno sta dicendo che il singolo parlamentare non abbia il diritto e la possibilità di inventarsi nel suo studiolo una bella riforma Costituzionale da proporre al Parlamento. Il punto non è questo: il punto è, direi, avere un po’ di senso del sacro. Riformare la Costituzione non è come deliberare sulla panchina sotto casa che il comitato per il verde pubblico richiede da tempo: è una cosa un po’ più importante. Si tratta di riscrivere le regole del vivere civile che, appunto, plasmano la vita di un popolo. Quel popolo di cui ogni tanto, a ogni piè sospinto, si pretende di conoscere e di saper proclamare la voce.
Riforme costituzionali se ne sono fatte e se ne faranno. La riforma del Titolo V è stata una riforma strutturale ed organica della nostra Costituzione: al di là di ogni giudizio di merito su di essa, è stata una riforma Costituzionale significativa, si studia nei libri di diritto, ha delle conseguenze pratiche e piuttosto importante sul funzionamento dello Stato inteso come macchina, come apparato, come struttura. Così anche la riforma federalista o supposta tale promossa dalla stessa maggioranza che oggi governa il paese e silurata poi dai cittadini: buona? Cattiva? Non è questo il punto. Quella, più o meno, era una riforma costituzionale.
Non lo è, viceversa, quella proposta da Remigio Ceroni, il pezzetto da aggiungere in calce al primo articolo che dovrebbe proteggere Berlusconi o chi per lui dalle maledette toghe rosse; non lo è quella che era venuta in mente al ministro Tremonti di concerto con il presidente del Consiglio, che si proponeva di aggiungere all’articolo 41, che istituisce nel nostro paese la libertà d’impresa, un comma che la avrebbe trasformato, per qualche strano motivo ancora ignoto, in una “super-libertà” incomprimibile. “L’iniziativa economica non è soggetta ad alcuna autorizzazione preventiva che ne limiti l’efficienza, e le potenzialità economiche”, questo voleva scrivere il governo in calce alla norma che apriva il mercato del nostro paese. Solo che il dettaglio che gli è sfuggito è che una cosa o è libera, o non è libera: e se è libera, è già “superlibera” e incomprimibile se non per esigenze stabilite dalla Costituzione stessa. Quella non è una riforma costituzionale, quella è una boutade costituzionale.
Di “Dilettanti allo sbaraglio” parlavano alcuni editorialisti sui giornali italiani, dopo la proposizione del comma Ceroni, il che è abbastanza calzante. E su queste pagine, settimane fa, ricordavamo come in Parlamento – più che in politica – non tutto quel che è lecito è anche opportuno. Può Remigio Ceroni o chi per lui alzarsi un giorno e cambiare la Costituzione da solo? Certo, può farlo, ma questo non vuol dire che qualcosa del genere sia il normale funzionamento di un paese maturo. Soprattutto se le modifiche proposte servono a stare dietro alla polemica politica quotidiana: sarebbe come cambiare le regole del Monopoli perché il concorrente prima di noi ci ha rubato Parco della Vittoria e noi ci siamo offesi. Le regole del Monopoli si cambiano se è clamorosamente palese che non funzionano, non se mi va di farlo, perché sì, o per fare un favore ad un amico (peggio).iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Un ottimo articolo, denso di argomentazioni.. Centrata la difesa della Costituzione italiana anche semplicemente in quanto si tratta di un documento valido. Forse per questo è diventata scomoda ora che urge cambiare le regole del gioco?