Nostalgia dell’Europa

di Lorenzo Gasparrini.

europe, puzzle (as seen from space station) by batintherain

“EUROPA. Nel Medioevo l’unità europea poggiava sulla religione comune. Nell’epoca dei Tempi moderni cedette il posto alla cultura (alla creazione culturale) che diventò la realizzazione dei valori supremi attraverso i quali gli europei si riconoscevano, si definivano, s’identificavano. Oggi, la cultura cede il posto a sua volta. Ma a che cosa e a chi? Qual è l’ambito nel quale si realizzeranno dei valori supremi in grado di unire l’Europa? Le conquiste tecniche? Il mercato? La politica con l’ideale della democrazia, con il principio della tolleranza? Ma questa tolleranza, se non protegge più nessuna creazione ricca e nessun pensiero forte, non diventa vuota e inutile? Oppure questa rinuncia della cultura la si può intendere come una sorta di liberazione alla quale abbandonarsi con euforia? Io non lo so. Credo solo di sapere che la cultura ha già ceduto il suo posto. Così, l’immagine dell’identità europea si allontana nel passato. Europeo: colui che ha nostalgia dell’Europa.” (Milan Kundera, L’arte del romanzo).

E’ vero, io ho nostalgia dell’Europa.

Quando vedo cosa sta diventando questo continente, il modo in cui i suoi leader affrontano i problemi mondiali, le soluzioni e le proposte che vengono dai suoi governi, lo sconforto è grande e si concretizza in un sentimento di nostalgia. Questa parola, poi, nella mia lingua ha un’ambiguità sostanziale che invece in altre lingue d’Europa è sciolta perché espressa da termini differenti. In tedesco la sehnsucht, in inglese la wishfulness, è la nostalgia come desiderio, anelito, speranza e voglia di qualcosa che non c’è e non c’è mai stato, che deve ancora esistere, che è davanti a me in un futuro imprecisabile. Ma nostalgia è anche, in tedesco, heimweh, e in inglese homesickness: il desiderio che si ha ora di qualcosa che si è abbandonato, dal quale si proviene, che una volta era nostro e che vorremmo riavere, un luogo al quale vorremmo ritornare dopo troppo tempo.

Questa strana duplicità la sento in pieno. Mi vedo imbevuto di una cultura che non ha lasciato tracce nel presente, oppure ne ha lasciate in ambiti, settori e poteri che non hanno più alcuna importanza pubblica, che hanno senso solo per pochi. In un certo senso mi sento figlio e prodotto di una cultura che non esiste più, che ha dato pochi frutti e sempre meno ne darà, perché viene dimenticata, sorpassata, lasciata tra le cose che non contano più, che non servono più a niente. Questa patria culturale alla quale sento di appartenere mi pare lentamente affondare, nel disinteresse generale.

Contemporaneamente, però, desidero con forza che i miei figli siano europei. Voglio che siano abituati a pensarsi italiani per un caso fortuito, ma europei per quelle che saranno le loro opportunità, i loro desideri, gli spazi a loro disposizione per costruire la loro esistenza. Voglio che conoscano più lingue possibile, in modo da sentire con le loro orecchie tutto quello che il continente ha da dire, e in modo da poter parlare a tutto il continente con la stessa facilità. Vorrei che crescessero consapevoli che c’è a loro disposizione un continente intero di possibilità per decidere la loro libertà, e non solo il paese nel quale sono nati.

Forse è vero, forse la mia nostalgia deve cedere il passo a una liberazione da quella cultura che l’ha prodotta. Rimango però dell’idea che la tolleranza deve proteggere quella libertà; senza di essa, sarà molto facile vederla trasformarsi in una ipocrita violenza egoistica. Pare che quello di Europa sia un mito nato per spiegare e raccontare le invasioni subite dai cretesi da parte di popolazioni provenienti dal continente: un’ironica nemesi, pensando a Lampedusa.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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