di Maurizio Bovi.
La truffa finanziaria recentemente scoperta nella Capitale – e tuttora agli onori della cronaca – sta portando alla luce un certo numero di dettagli che qui si vogliono usare come spunto per parlare dello scudo fiscale (l’amnistia per l’emersione dei patrimoni detenuti all’estero), conclusosi giusto un anno fa. Secondo la Guardia di Finanza, in effetti, tra coloro che risultano coinvolti nella truffa in circa 700 avrebbero fatto ricorso allo scudo. Ma ce ne sarebbero anche 500 che, invece, non avrebbero sfruttato la sanatoria. Non è mia intenzione entrare nei dettagli dello scudo o della truffa. Vorrei invece soffermarmi sul fatto che, posti di fronte alla medesima scelta, le persone raggirate hanno agito in modo difforme tanto che, forse, si poteva ottenere di più dallo scudo.
L’eterogeneità dei comportamenti non è per nulla sorprendente né peculiare agli individui coinvolti nella truffa che, evidentemente, avevano situazioni e/o assunto atteggiamenti disparati rispetto allo scudo. Più in generale, a fronte dei 105 miliardi riemersi, alcune stime indicavano in 278 i miliardi potenzialmente oggetto dello scudo. Quindi, in molti hanno deciso di non emergere. Eppure, come indicato anche dal governatore della Banca d’Italia, lo scudo italiano era significativamente più conveniente di quello adottato in altri paesi (Australia, USA, Regno Unito, Francia), sia per la penale particolarmente bassa (5-7% contro, per esempio, il 20-25% stabilito negli USA), sia per il fatto che all’evasore era garantito l’anonimato. Quest’ultima circostanza è stata giustamente al centro di un ampio dibattito che ha coinvolto politici, giuristi, tributaristi ecc.
Uno dei motivi alla base di questo genere di amnistie è la considerazione che è meglio recuperare il 5% di 105 miliardi che lo 0% di 278 miliardi. Tuttavia, ci si può domandare se si poteva ottenere di più da un provvedimento che – e questo è un costo certo anche se difficilmente quantificabile – aumenta l’ingiustizia fiscale a carico dei contribuenti onesti. Un possibile soccorso è rinvenibile nella teoria economica della discriminazione dei prezzi. In breve, questa teoria dimostra matematicamente che, sotto poche condizioni, proponendo ai consumatori più di un prezzo per lo stesso bene è possibile incrementare i propri ricavi. Nel caso dello scudo fiscale, i consumatori sono gli evasori e i ricavi sono gli incassi fiscali rinvenienti dai capitali “scudati”. La discriminazione di prezzo proponibile ai potenziali aderenti allo scudo poteva consistere nel far pagare, tanto per dire, il 4% o il 10% del capitale dichiarato secondo che, rispettivamente, l’evasore avesse rinunciato o meno all’anonimato[1]. La logica di fondo è quella che giustifica, ad esempio, l’esistenza di biglietti di prima e di seconda classe: si sa che esistono persone disposte a pagare di più per viaggiare bene (ovvero, nel caso dello scudo, rimanere anonimi) e altre che invece si accontentano semplicemente di viaggiare (ovvero, nel caso dello scudo, rinunciare all’anonimato). E’ facile intuire che una delle principali condizioni di cui si diceva sopra è che il Fisco deve essere in grado di stabilire i prezzi (le percentuali delle multe) in modo che gli incassi persi a causa di coloro che avrebbero aderito solo al vecchio schema “monoprezzo”, siano più che compensati dai maggiori introiti che scaturiscono dal nuovo sistema.
Senza un’accurata analisi, che non pare sia stata fatta, è difficile dire qualcosa di conclusivo e, quindi, il dubbio che si potesse ottenere di più permane. Qualche indizio, però, c’è. Ad esempio, che ci sia un certo grado di eterogeneità nelle scelte dei contribuenti è confermato dal fatto che, per le operazioni di regolarizzazione perfezionate oltre certe date, l’imposta saliva dal 5 fino al 7 per cento. Anche questa, in fondo, configura una discriminazione di prezzo: chi necessita di più tempo, deve pagare di più. E non pochi ritardatari hanno, in effetti, pagato di più. E ancora, anche nel precedente scudo del 2002 era stata data una seconda chance ai ritardatari. E anche all’epoca i ritardatari pagarono di più. Un’altra traccia del fatto che si poteva incassare di più è che, nonostante la penale dello scudo 2002 fosse del 2,5% contro il 5% di quello recente, il Fisco ha definito “un successo” gli incassi ottenuti dall’ultima sanatoria. Sorge quantomeno il dubbio che una tecnica migliore sarebbe stata quella di partire da un’aliquota un po’ più alta, diciamo a metà tra quelle italiane e quelle di paesi dove lo scudo ha prodotto poco gettito. Infine, tra i benefici della discriminazione di prezzo qui proposta, va anche considerato che una parte degli evasori non rimarrebbe anonima. Questo elemento non è per nulla secondario, poiché le nuove informazioni avrebbero potuto aiutare il Fisco a scovare coloro che non hanno aderito allo scudo, aumentando i costi per questi ultimi. In merito si può notare che, negli USA, gli aderenti hanno regolarizzato la loro posizione rivelando anche il nome dei consulenti finanziari che li avevano consigliati ad investire in paradisi fiscali (leggasi evadere). Chissà, magari il Madoff de’ noantri sarebbe stato scoperto prima. In fondo, la tecnica del pentitismo funziona anche con personaggi molto più pericolosi. Non è impossibile, peraltro, che anche gli italiani invischiati nella truffa del vero Madoff – per i quali il sospetto che siano evasori è forte – abbiano sfruttato lo scudo: si paga il 5% e si può fare causa a Madoff. Ottenere più del 5% da questo genere di evasori non dovrebbe essere troppo difficile.
Ci si può chiedere che senso ha parlare di un provvedimento dichiarato solennemente “l’ultima opportunità”. Beh, anzitutto è utile per mostrare che l’analisi economica può aiutare il decisore politico a fare scelte oculate. Considerazione non banale di questi tempi. Meno filosoficamente poi, faccio osservare che anche lo scudo del 2002 era considerato un ultimatum: vogliamo parlare di quanti condoni tombali e zombi fiscali abbiamo visto in questi anni? Eppoi, ci sono ancora molti capitali da sanare (come detto, è rientrato solo un terzo del malloppo) e chissà quanti “anonimi” stanno già (ri)portando all’estero i loro soldi in attesa della prossima amnistia. Vogliamo mica deluderli? Alla fine, ma non per importanza, riscrivo la legge ferrea di certa finanza pubblica: “meglio il 5% di poco che lo 0% di molto”.
N.d.A. Le opinioni qui espresse sono assolutamente personali.
[1] Sono ovviamente possibili altre differenziazioni. Ad esempio, si potrebbe offrire una penalità agli speculatori e/o uno sconto a chi investe in attività produttive – piuttosto che puramente finanziarie – i capitali rimpatriati.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







