di Lorenzo Gasparrini.
Un grande network televisivo nazionale ha acquistato il format di un reality show, con l’intenzione di programmarlo presto. “Il videogame umano”, dice il sito di Uman Take Control. E’ interessante che la televisione abbia declinato in questo modo – anche in questo modo – l’interazione con gli spettatori, nelle formule del giudizio e dell’ordine. Sono due declinazioni del potere, del piacere del potere. Sì perché al piacere del voyeur si aggiunge gusto del potere, di poter partecipare ad un accumulo di potere che produrrà un’azione a sua volta oggetto di sguardo. Potere esercitato su una persona, un attore, un concorrente, un “personaggio della casa”, la cui unica dote richiesta è “essere un ex concorrente di reality” (perché?) che fa quello che noi, la massa di voyeur che vince, vogliamo.
Il passo per altri piaceri è breve – ed è accompagnato da una costante politica dell’indifferenza. Se quello è un videogame, ne assume il bisogno fondamentale cui assolve: esorcizzare la morte. Nel videogame posso morire quante volte voglio, e rinascere più esperto, più maturo, più consapevole. Nella nuova vita – o grazie alla vita “vinta” – posso arrivare più avanti. Allora il reality mi permette di esorcizzare la morte assumendo il potere di far muovere altri come io voglio. Ma serve indifferenza – almeno per chi ancora considera gli altri fatti almeno in parte da qualcosa di simile a sé. L’indifferenza indotta da uno strumento che mette il mondo davanti a me, illudendomi che non sia lo stesso che ho intorno a me. Così ciò che io vedo non è il luogo in cui vivo; “lì” – lontano da questo mio corpo, da questa mia realtà – posso comandare qualcuno, morire e rinascere; e aggiungo a questi il piacere dell’evasione, che nella sua forma televisiva non è mai minimamente intorbidito dalla coscienza del luogo dal quale evado.
“Vedere” non è più “rappresentare”, lo sappiamo da un pezzo. Ciò che vediamo in televisione può essere considerato reale, in tutto o in parte, solo da chi ha coscienza sia dello strumento che permette quella visione, sia della realtà che attraverso la televisione viene interpretata. Per questi pochi, in realtà, la televisione – nel senso comunemente inteso da questa espressione, ormai uno dei tanti luoghi comuni così affollati – neanche esiste più. Questi pochi che ancora non usano i propri sensi in maniera parziale, staccati dagli altri sensi e da tutto il resto del proprio corpo e della propria esperienza, questi pochi non ce l’hanno neanche, forse, la televisione. Per tutti gli altri la televisione è la realtà, perché quello che si vede lì è il mondo dei propri piaceri e dei propri desideri, del proprio potere e delle proprie illusioni, e quello che si ha intorno è così misero che non lo si può certo accettare come realtà. L’indifferenza, l’insensibilità, l’anestesìa, è il gentile omaggio che la televisione dispensa a piene mani e che si riversa, dai più, in quella che ormai per pochi è la realtà.
E’ stato anche annunciato, tra polemiche di associazioni di parte, un reality che ha tra i protagonisti i docenti precari non assunti dalla scuola pubblica. Essi insegneranno ad ex concorrenti di reality (ancora? Ma quanti sono?) quella cultura che a loro, tradizionalmente e con malcelato orgoglio televisivo, manca. E questi insegnanti precari possono vincere, per volontà degli spettatori del programma, il montepremi più ambito e più desiderabile, perché vago e insieme concreto: dieci anni di stipendio. Di stipendio reale, non di stipendio televisivo – quest’ultimo forse neanche lo sponsor potrebbe permetterselo. Così, infine, anche la cultura entra nei reality, nell’unico modo televisivamente ammissibile: a pezzi e per soldi.
Il telecomando, nella corsa all’adeguamento funzionale e alla somiglianza di tutti i media e di tutti gli strumenti digitali tra loro, come il volante, il joystick, il mouse, il telefono, va pianificando la sua attività da “scelta” a “controllo”, tornando indietro lungo la strada del suo etimo. La metafora non è più quella dello strumento per scegliere tra molte possibilità diverse, ma quella dell’arma per colpire le esistenze altrui e farle muovere, dargli sogni e possibilità oppure negargli l’accesso al livello successivo dell’esperienza. Così quella cultura che una volta si ambiva a far uscire dalla televisione affinché rimanesse negli spettatori, adesso se ne sta lì dentro, guardata da chi sceglie se e quanto farla esistere ancora al solo scopo di divertirsi. Davanti allo spettatore di (forse si chiamerà così) Non è mai troppo tardi la cultura passerà da uno speranzoso precario cui servono i soldi per campare a un recidivo concorrente di reality che non sa che farsene – i soldi li ha già anche solo rimanendo in quel posto.
L’inganno reale ormai passa per un divertente gioco televisivo, e la sua capacità metaforica è trasferita al corpo, dal mio corpo a quello altrui, in modo che l’attenzione sia fraudolentemente ingannata dalle risate false, ma pronte ad essere usate al posto di quelle vere anche fuori dalla televisione. I palinsesti vivono sempe di più di questo inganno, e dell’indifferenza necessaria per somministrarlo. Si è vista recentemente, battezzata tra orrende risate compiaciute e applausi finti, una “valletta” priva della parte superiore del corpo; e va bene così. Noi vediamo due gambe nude, immaginiamo che sotto un microscopico brandello di tessuto ci siano un ano e una vagina, e nient’altro: per spingere un tavolino basta questo, e il pubblico ride e applaude. L’espressione della meraviglia – la meraviglia, una volta l’anticamera della conoscenza – ora introduce il già noto, lo scontato, l’innocuo e dominato per antonomasia: un corpo di donna a pezzi. In realtà è una contorsionista, oppure un effetto speciale digitale, o… ma a chi importa cos’è in realtà?
Anche del linguaggio del corpo – nel senso della retorica somatica, e non del percepito prelinguistico – se n’è appropriata la politica; qualche esponente, pronto a realizzarsi, reificarsi, esistere al momento del voto, ne abusa tanto da esserne ritratto comicamente anche dalla televisione stessa. Si parla di corpi, di umori, di storie e di visioni; ma la televisione replica o crea questa politica dello smembramento tra corpi, tra vista e corpo, tra i pezzi del corpo? Quando, dove è cominciata? Serve ancora a qualcosa farsi queste domande? A chi possono ancora suscitare un interrogativo non televisivo? Chi può resistere al sonno tranquillizzante dell’indifferenza? La visione e la televisione non bastano certo più, non significano più niente per nessuno che abbia a cuore qualcosa di ancora chiamabile realtà; a parte i nostalgici, ovviamente, ma a loro tutto sommato non serve neanche vedere. Loro chiudono gli occhi, e vedono quello che gli piace.
L’arte, qualunque cosa sia, quando è tale si comporta ancora come la povera mitica Cassandra: rifiuta di concedersi al potere e quindi è condannata a non essere creduta. Lei sta dicendo già da molto che le cose sono là dove l’arte succede – installazione, performance, jam session, flash mob e chissà cos’altro – perché la presenza del proprio corpo tutto intero è rimasta l’unica prova, l’unica testimonianza di sensibilità. Che parola possente poteva essere televoto! Invece con esso lo spettatore decide da chi farsi raccontare un nuovo inganno televisivo, mentre là fuori, nell’indifferenza, lentamente, nessuno va più a votare realmente.
Stanno arrivando, nell’indifferenza dei più, giorni di elezioni amministrative e di referendum.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Nei pochi giorni intercorsi tra la scrittura di questo articolo e la sua pubblicazione si sono avuti due interessanti sviluppi. Canale 5 ha soppresso il reality Non è mai troppo tardi – negando che ciò sia dovuto alle polemiche avute all’annuncio delle operazioni di casting; il governo sta cercando di “sopprimere” i referendum già indetti con ogni mezzo legislativo di cui può disporre. La contemporaneità di questi due eventi rende ancora più sinistro il loro comune intento: evitare a priori un eventuale responso popolare negativo – e l’impossibilità televisiva di nasconderlo.