di Cristiana Alicata.
C’è chi pensa che Angela Merkel stia scappando dal nucleare per cavalcare l’emotività della tragedia di Fukushima.
C’è chi considera questa decisione una decisione “furbetta” e irrazionale.
Io penso invece che la situazione della Germania sia completamente diversa dalla nostra – che lo abbiamo abbandonato prima ancora di iniziare – ed anche di altri paesi che in questi anni hanno sviluppato di meno il settore delle rinnovabili moderne (fotovoltaico ed eolico in primis).
Per prima cosa sono anni che la Germania discute sulla dismissione delle sue 17 centrali nucleari e l’anno scorso la stessa Merkel aveva rallentato il processo di dismissione, un processo che comunque era già nelle corde della Germania.
La Germania, il dato stupisce, importa oggi circa il 70% dell’energia (nel dato disponibile su Eurostat si calcola l’energia necessaria al fabbisogno nazionale e al trasporto). Il restante 30% dell’energia viene prodotta internamente ed è suddivisa in questa proporzione: 41% da carbone e lignite, il 3% dal petrolio, il 10% dal gas, il 27% dal nucleare, il 21% da fonti rinnovabili.
Per darvi un’idea l’Italia importa l’85% del suo fabbisogno energetico (peggio di noi solo Lussemburgo, Malta e Cipro) e l’intera Europa importa circa il 53% dell’energia, soprattutto dalla Russia. Il dato è molto alto perché anche quanto l’energia viene prodotta in Italia, in ogni caso siamo dipendenti dall’estero per l’approvvigionamento di materie prime per far funzionare i nostri sistemi di produzione dell’energia: centrali termoelettriche o a carbone, per esempio.
Come avete visto le rinnovabili, in Germania, rappresentano il 21% della produzione interna e sono in continua espansione. Ma, va detto, l’espansione delle rinnovabili corrisponde ad un virtuoso boom della green economy, perché la Germania non è solo il miglior acquirente in Europa di fotovoltaico ed eolico, ma ne è anche uno dei maggiori produttori al mondo, dare un’occhiata qui per credere, con tutto ciò che questo comporta: vantaggi sull’economia, sull’occupazione e sviluppo del know how per quanto riguarda materiali e produzione e installazione.
E’ molto probabile che proprio la forte dipendenza da carbone e lignite abbia condotto, per motivi di inquinamento molto pesante delle centrali con la vecchia tecnologia, a questo investimento pesante su energie rinnovabili. Oggi, la Merkel può cavalcare, certo, la paura dovuta a Fukishima, ma può finalmente liberare ed investire sulla Green Economy sapendo che tutti gli investimenti per convertire ed acquistare torneranno nelle tasche dei tedeschi.
Appaiono evidenti due elementi:
1) Che seguire la Germania sulla stessa strada, oggi, rappresenterebbe una spesa per l’Italia con il solo vantaggio di produrre energia più pulita, ma di non contribuire all’economia e all’occupazione del Paese;
2) Che anche considerando il nucleare un investimento che nella sua costruzione e gestione dia lavoro, questo in Italia non si verifica perché non abbiamo né le materie prime (uranio) né le competenze tecnologiche. (Qualcuno potrebbe aggiungere che non possediamo neanche le terre rare (di cui, udite udite, è grande esportatrice la Cina) per i supermagneti necessari agli impianti eolici o alle batterie delle vetture ibride, ma è proprio qui che la politica deve mettersi al tavolo e prendere le decisioni migliori dal punto di vista: ecologico, sanitario, economico, geopolitico. In quest’ordine di priorità.
La conclusione a cui si giunge è che la le energie rinnovabili diventano anche Green Economy se, prima della scelta di quel tipo di energie, i Paesi sviluppano un tessuto industriale capace di produrre, inventare e quindi creare ricchezza economica. Se l’Italia oggi decidesse di investire in energie rinnovabili (al di là dello sviluppo autonomo che si crea in modo naturale o degli irrisori incentivi statali o regionali) si troverebbe a contribuire alla crescita del PIL tedesco, pur giovandosi di una maggior percentuale di energia prodotta dalle rinnovabili.
Quello che è auspicabile è che, prima che il gap di know how e di produzione diventi incolmabile, l’Italia investa su chi fa impresa, produce e ricerca in quel tipo di settore. Subito.
P.s. Francia e Belgio, per esempio sono totalmente dipendenti dal nucleare e in questi giorni si stanno ben guardando dal parlare di dismissione. Pensate che francesi e belga abbiano meno paura?
Fonti: Eurostat.
Link interessanti: Uno, due e treiMille.org – Direttore Raoul Minetti








Questo pezzo è sbagliato da cima a fondo. Per fortuna c’è qualcun’altra che ne iMille si occupa di energia ed economia
1. Davvero vogliamo riesumare gli argomenti “infant industries” per cui noi adottiamo solo le tecnologie che creano occupazione e sviluppo a prescindere dal merito della tecnologia? Pensavo sta roba l’avessimo abbandonata negli anni 60. Per di più, se ha ragione l’autore, dovremmo continuare a bruciar petrolio perché se no arricchiamo i tedeschi. non i cinesi, i TEDESCHI. Ma come, e l’europa unita e tutto il resto?
2. Le affermazioni sul rapporto tra incentivi-investimenti-occupazione-capitale sono totalmente prive di supporto. Sia in generale (dando per scontate delle relazioni che qualsiasi economista al primo anno di università impara a non dare per scontate) sia calate nel contesto del settore delle rinnovabili italiane (che da come scrive l’autore sembra non conoscere affatto.
Quando si afferma ripetutamente che “Se l’Italia oggi decidesse di investire in energie rinnovabili si troverebbe a contribuire alla crescita del PIL tedesco” si ha un’idea di cosa si sta dicendo (nel senso che ci siè informati) oppure é un idea di cui si è magari discusso al bar con qualche amico?
Ad esempio…
Magari andrebbe invece fatto notare che il settore delle rinnovabili è stato l’unico ad aver espanso l’occupazione dal 2008 ad oggi in Italia e che oggi impiega 100.000 persona (si sono italiani, se fossero tedeschi residenti in Italia sarebbe lo stesso ma con ogni probabilità sono proprio italiani). Magari andrebbe fatto notare che un’azienda altoatesina é tra i leader mondiali (anche se ancora non per fatturato ma per tecnologia) delle pale eoliche. Magari andrebbe presa nota degli italiani che producono inverter e pannelli. Magari andrebbe letto il giornale che qualche giorno fa comunicava l’apertura di un grosso stabilimento per la produzione di pannelli fotovoltaici da parte di ST (con sharp) a Catania. Magari…
oggi su Repubblica
http://stagliano.blogautore.repubblica.it/2011/05/02/nucleare-il-lungo-addio-e-iniziato/?ref=HREC1-8
Dopo aver letto l’articolo leggo il commento di Matteo che inizia in maniera stimolante: “Questo pezzo è sbagliato da cima a fondo”.
Bene, l’argomento si fa stimolante –mi viene da pensare– e invece gran parte della risposta è dedicato ad invettive ed offese rivolte all’autore del pezzo.
Risultato è che quello che volevi dire, a sostegno della tesi “questo pezzo è sbagliato da cima a fondo”, bisogna andare a cercarlo con un’operazione taglia e cuci.
Di seguito elenco alcune frasi che sono rivolte alla persona autore dell’articolo e che non contribuiscono a risolvere i problemi energetici.
•”Per fortuna c’è qualcun’altra che ne iMille si occupa di energia ed economia”
•(dando per scontate delle relazioni che qualsiasi economista al primo anno di università impara a non dare per scontate)
•é un idea di cui si è magari discusso al bar con qualche amico?
•(che da come scrive l’autore sembra non conoscere affatto.
Il resto che rimane sono opinioni che rispetto.
pat il mio tono forse era sbagliato. dopodiche non è che uno riscrive nei commenti l’articolo. casomai ne fa un altro. Rispetto a questo pezzo, iMillle sanno fare di meglio. vedi il pezzo appena uscito di Corrado e Filippo “I numeri dell’energia, senza propaganda” del quale non condivido i numeri usati per l’analisi, ma almeno l’analisi c’è ed infatti i commenti al pezzo sono molti ed in generale costruttivi.