La Corte ed il conflitto di attribuzione

di Tommaso Caldarelli.

Justice #2 by Esther S.

E così, anche la Corte Costituzionale è stata tirata in mezzo, perché decida se spetta ad un normale giudice decidere di un normale reato, come la concussione, o il favoreggiamento della prostituzione minorile. Parliamo del caso Ruby, ovviamente, e della decisione che la Camera di Montecitorio ha palesato la scorsa settiamana: ok al conflitto di Attribuzione fra poteri dello Stato.
C’è quel che si vede: un Parlamento evidentemente molto voglioso di proteggere un suo membro; un Tribunale ordinario intimidito nelle sue attribuzioni, perché ora i tre giudici donna dovranno prendersi la responsabilità di sospendere il processo in attesa della deliberazione della Corte, oppure di farlo procedere nonostante le richieste della difesa che di certo chiederà – e ci mancherebbe altro – che il processo venga paralizzato. C’è la contemporanea risurrezione del ddl processo breve, che era stato accantonato in attesa che Napolitano guardasse da un’altra parte, ma con il processo Ruby che incombe, è più urgente mettere al sicuro il capo che conservare un qualche aplomb istituzionale; sullo sfondo, la tragedia dei clandestini a Lampedusa, smistati come pacchi sul territorio della penisola.
E c’è quello che non si vede, ovvero: l’intimidazione alla Corte Costituzionale. Perché non molti hanno finora notato che Ugo de Siervo, attuale presidente della Corte, è in scadenza. E’ infatti stato nominato dal parlamento ed è entrato nella pienezza delle sue funzioni nell’aprile del 2002, ed è noto che i giudici della Corte sono in carica per nove anni. Per cui, eccoci qua: essendo De Siervo di nomina parlamentare, c’è qualcosa che Montecitorio sta comunicando al Colle più alto. Attenzione, sulla decisione per questo conflitto di attribuzione; non si sa mai chi potremmo nominarvi come prossimo giudice costituzionale. C’è un posto in ballo, e quel posto lo decidiamo noi. Anche a colpi di maggioranza, se necessario.
Ovviamente tutti gli attori in causa in questa bella commedia agiscono nel pieno dei loro diritti: diritto ha la Camera di proteggere un suo membro; diritto hanno i legali del premier di chiedere la sospensione dell’udienza; diritto ha il Parlamento di eleggere un nuovo giudice costituzionale anche per ragioni assolutamente politiche. Ma nella vita dello Stato c’è qualcosa che dovrebbe andare oltre la normale e meccanica attribuzione di diritti e di obblighi. C’è un etica delle scelte che non può per sua ragione essere incapsulata in una norma obbligatoria senza giungere allo stato etico in cui tutti vivremmo molto male.
La soluzione è una classe dirigente che sappia essere più oculata anche al di la dei diritti di cui possono usufruire. Come a dire: non deve servire un giudice per comportarsi bene. Non si devono scomodare le massime giurisdizioni per capire che è opportuno, per il normale funzionamento del sistema, che una carica di governo accusata di reati molto gravi, come tutti i cittadini, dovrebbe passare molto del suo tempo in tribunale ad ascoltare le accuse che gli vengono rivolte, soprattutto se si costituisce in giudizio. E Silvio Berlusconi in giudizio ci si è costituito, segno che gli interessava difendersi: fosse rimasto contumace, il dubbio poteva anche venire.
Anche perché c’è la malafede, fra le cose che non si dicono. Il tribunale dei Ministri è l’ultimo rimasuglio di Prima Repubblica, dove permane intatto il dovere del giudice ordinario di chiedere l’autorizzazione a procedere per il membro dell’esecutivo, se parlamentare, contro il quale si procede. Infatti è proprio per questo che il tribunale dei Ministri venne creato: per garantire allo stesso modo i ministri “tecnici” rispetto a quelli di provenienza parlamentare, che a suo tempo avevano lo scudo del voto della Camera di appartenenza.
Così, il ricatto è doppio, alla Corte e al paese: cara Corte, occhio a come voti. E se il caso finirà davanti al tribunale dei Ministri, e quindi il colpo di mano sarà riuscito, qualcuno si alzerà e si ricorderà: “Poffarre, ma dobbiamo di nuovo votare: Silvio agì per tutelare il paese”. A volte mi viene da pensare che sarebbe opportuna una legge-amnistia per il solo Berlusconi. Poi mi ricordo che morirebbe la democrazia.

E così, anche la Corte Costituzionale è stata tirata in mezzo, perché decida se spetta ad un normale giudice
decidere di un normale reato, come la concussione, o il favoreggiamento della prostituzione minorile.
Parliamo del caso Ruby, ovviamente, e della decisione che la Camera di Montecitorio ha palesato ieri: ok al
conflitto di Attribuzione fra poteri dello Stato.

C’è quel che si vede: un Parlamento evidentemente molto voglioso di proteggere un suo membro; un
Tribunale ordinario intimidito nelle sue attribuzioni, perché ora i tre giudici donna dovranno prendersi la
responsabilità di sospendere il processo in attesa della deliberazione della Corte, oppure di farlo procedere
nonostante le richieste della difesa che di certo chiederà – e ci mancherebbe altro – che il processo venga
paralizzato. C’è la contemporanea risurrezione del ddl processo breve, che era stato accantonato in attesa
che Napolitano guardasse da un’altra parte, ma con il processo Ruby che incombe, è più urgente mettere
al sicuro il capo che conservare un qualche aplomb istituzionale; sullo sfondo, la tragedia dei clandestini a
Lampedusa, smistati come pacchi sul territorio della penisola.

E c’è quello che non si vede, ovvero: l’intimidazione alla Corte Costituzionale. Perché non molti hanno
finora notato che Ugo de Siervo, attuale presidente della Corte, è in scadenza. E’ infatti stato nominato
dal parlamento ed è entrato nella pienezza delle sue funzioni nell’aprile del 2002, ed è noto che i giudici
della Corte sono in carica per nove anni. Per cui, eccoci qua: essendo De Siervo di nomina parlamentare,
c’è qualcosa che Montecitorio sta comunicando al Colle più alto. Attenzione, sulla decisione per questo
conflitto di attribuzione; non si sa mai chi potremmo nominarvi come prossimo giudice costituzionale. C’è
un posto in ballo, e quel posto lo decidiamo noi. Anche a colpi di maggioranza, se necessario.

Ovviamente tutti gli attori in causa in questa bella commedia agiscono nel pieno dei loro diritti: diritto
ha la Camera di proteggere un suo membro; diritto hanno i legali del premier di chiedere la sospensione
dell’udienza; diritto ha il Parlamento di eleggere un nuovo giudice costituzionale anche per ragioni
assolutamente politiche. Ma nella vita dello Stato c’è qualcosa che dovrebbe andare oltre la normale e
meccanica attribuzione di diritti e di obblighi. C’è un etica delle scelte che non può per sua ragione essere
incapsulata in una norma obbligatoria senza giungere allo stato etico in cui tutti vivremmo molto male.

La soluzione è una classe dirigente che sappia essere più oculata anche al di la dei diritti di cui possono
usufruire. Come a dire: non deve servire un giudice per comportarsi bene. Non si devono scomodare le
massime giurisdizioni per capire che è opportuno, per il normale funzionamento del sistema, che una carica
di governo accusata di reati molto gravi, come tutti i cittadini, dovrebbe passare molto del suo tempo in
tribunale ad ascoltare le accuse che gli vengono rivolte, soprattutto se si costituisce in giudizio. E Silvio
Berlusconi in giudizio ci si è costituito, segno che gli interessava difendersi: fosse rimasto contumace, il
dubbio poteva anche venire.

Anche perché c’è la malafede, fra le cose che non si dicono. Il tribunale dei Ministri è l’ultimo rimasuglio
di Prima Repubblica, dove permane intatto il dovere del giudice ordinario di chiedere l’autorizzazione
a procedere per il membro dell’esecutivo, se parlamentare, contro il quale si procede. Infatti è proprio
per questo che il tribunale dei Ministri venne creato: per garantire allo stesso modo i ministri “tecnici”
rispetto a quelli di provenienza parlamentare, che a suo tempo avevano lo scudo del voto della Camera di
appartenenza.

Così, il ricatto è doppio, alla Corte e al paese: cara Corte, occhio a come voti. E se il caso finirà davanti al
tribunale dei Ministri, e quindi il colpo di mano sarà riuscito, qualcuno si alzerà e si ricorderà: “Poffarre,

ma dobbiamo di nuovo votare: Silvio agì per tutelare il paese”. A volte mi viene da pensare che sarebbe
opportuna una legge-amnistia per il solo Berlusconi. Poi mi ricordo che morirebbe la democrazia.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Francesco Cerisoli

    E poi l’amnistia non serve, mica copre per i reati futuri. Ci vuole l’immunita’, e ad oggi ce l’ha solo il Presidente della Repubblica…

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