La benzina costa troppo poco

di Corrado Truffi.

foto: Michele Pegoraro

Sono profondamente convinto che la benzina costi davvero troppo poco. Sono anche consapevole che ben pochi condividano questa mia opinione. La percezione del pubblico, in particolare nell’Italia del diritto divino al trasporto privato automobilistico, è al contrario che la benzina costi troppo. E che costi troppo, secondo un noto mantra polemico largamente diffuso dai media, a causa della tassazione, della speculazione dei petrolieri o, nella migliore delle ipotesi, della scarsa liberalizzazione del mercato.

Sono convinto che sarebbe necessario rivedere profondamente il sistema di tassazione energetica in Italia e in Europa, sostituendo le accise e altre varie gabelle con una ben congegnata tassazione sul contenuto di carbonio dei prodotti energetici. E sono anche convinto che questa tassazione potrebbe portare ad un prezzo della benzina e del gasolio superiore a quello attuale. E tuttavia questa circostanza non sarebbe necessariamente punitiva per i consumatori e, fra di essi, per quelli con i redditi più bassi.

Infine, sono convinto che in questo modo si darebbe un piccolo contributo ad avviare il Paese su un sentiero di innovazione ed efficienza, cosa della quale abbiamo estremo bisogno.

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Inizio con la critica al mantra sui costi della benzina, perché è importante provare ad usare un pensiero diverso.
La prima ed essenziale constatazione è che non c’è nessuna rilevante componente speculativa nell’evoluzione del prezzo della benzina: non è vero che quando sale il prezzo del petrolio quello della benzina sale immediatamente, mentre quando scende i produttori ritardano la riduzione del prezzo alla pompa per specularci sopra (o, per lo meno, qualche piccolo ritardo può esserci, ma si tratta di fenomeni sostanzialmente irrilevanti). Nella sostanza, il prezzo della benzina si muove in stretta correlazione al prezzo del petrolio e al tasso di cambio fra dollaro ed euro. Se vi arrabbiate per il prezzo della benzina, chiedetevi piuttosto se la colpa non sia del picco della produzione del petrolio e del conseguente eccesso di domanda sull’offerta.
La seconda constatazione è che un sistema distributivo migliore e più concorrenziale sia certamente utile ma, comunque, poco risolutivo in un settore nel quale c’è una notevole concentrazione e una netta dipendenza dall’estero. Non sperate di risparmiare granché sul prezzo alla pompa moltiplicando i distributori. Otterrete solo più asfalto, non prezzi più bassi.
La terza constatazione è che la tassazione attuale (accise più IVA) è certamente bizzarra in quanto frutto di una storia di scelte provvisiorie diventate definitive, ma ha un impatto significativo eppure meno rilevante di quel che si creda sulle variazioni di prezzo.

Affrontiamo quindi la questione della tassazione, non prima di aver fatto un’ultima essenziale premessa. Il livello di tassazione energetica complessiva (euro per TEP, con riferimento non solo alla benzina) è in Italia piuttosto alto comparativamente ad altri paesi. Per contro, l’intensità energetica del nostro PIL, che era tradizionalmente più bassa di quella di altri paesi sviluppati (anche per motivi climatici), ha da tempo rallentato il suo trend di riduzione, in particolare nei servizi. In pratica, mentre gli altri paesi aumentano rapidamente la propria efficienza energetica, noi abbiamo quasi smesso di farlo (o meglio, lo facciamo solo nell’industria). Un motivo potrebbe essere che il segnale di prezzo che la tassazione dovrebbe dare al sistema non funziona, o funziona male.

Ecco allora una traccia per un nuovo modello di tassazione.
Primo, la lotta al cambiamento climatico e il rispetto degli obiettivi del 20-20-20 richiedono un’azione veloce e decisa. Secondo, la dura realtà del picco del petrolio ci obbliga ad andare nella direzione di un minor uso delle risorse fossili, e a scontare la loro crescita di prezzo. Probabilmente, il contributo della tassazione a questa inevitabile crescita di lungo periodo non sarà poi così rilevante.

Terzo, i meccanismi dell’emission trading possono certamente contribuire e non vanno immediatamente abbandonati, ma hanno dimostrato nel tempo numerosi problemi di efficacia, tendendo più a spostare costi e CO2 che a ridurli. E si sono rivelati molto complicati e quindi buona palestra per truffe e usi distorti.
Quarto, una tassazione dei prodotti energetici in funzione del loro contenuto di emissioni di carbonio può dare al mercato in modo molto diretto i segnali di prezzo giusti per orientare produzione e consumi verso l’efficienza energetica e verso la sostituzione dei combustibili fossili con le produzioni rinnovabili. Quinto, dato che si tratta di una tassazione che si trasla sul consumatore finale, il segnale di prezzo può indurre migliori modelli di consumo e, inoltre, non ha alcun effetto distorsivo a svantaggio delle imprese nazionali e non implica effetti di esportazione dell’inquinamento, come mostra questo studio. Sesto, sostituire le attuali accise “casuali” con una tassa ben bilanciata sul carbonio razionalizza e consente di dare segnali di prezzo non più casuali. Non potrebbero essere più giustificate, tra l’altro, operazioni paradossali come il recente aumento delle accise per finanziare il FUS.

Settimo, l’effetto regressivo di una tassa sul consumo – che colpisce in modo uguale poveri e ricchi – è in questo caso almeno in una certa misura automaticamente ridotto dalla struttura stessa dell’imposizione: è ovvio che il contenuto di carbonio incluso nel consumo affluente di un proprietario di BMW serie 6 non è il medesimo di quello del proprietario di una Panda. Ma, quel che è più importante, l’introduzione di una tassazione sul carbonio in Italia (ma non solo) potrebbe e dovrebbe essere accompagnata da una operazione – rigorosamente parallela – di riduzione per pari importo di gettito della tassazione sulle persone e sul lavoro. Posto che tale riduzione potrebbe essere realizzata secondo profili di progressività, il risultato finale potrebbe essere addirittura una maggiore progressività del sistema fiscale.

Un’ultima considerazione, per concludere con un po’ di fantascienza. Tassare le emissioni di carbonio dei prodotti energetici non è l’unica soluzione possibile per internalizzare nel mercato le esternalità negative del consumo di energia fossile. Oltre ai modelli di emissioni trading, dei quali abbiamo sia pur rapidamente visto gli aspetti negativi, si può pensare a un modello più generalizzato di tassazione delle cose in funzione del loro impatto ecologico, ossia in ragione di una valutazione di tipo LCA (valutazione del ciclo di vita) del loro impatto. Distribuendo la tassazione verde su tutti i prodotti, probabilmente il prezzo alla pompa della benzina non sarebbe così elevato, ma il risultato sarebbe il medesimo. Ovviamente, un simile modello è allo stato attuale, appunto, fantascienza, a causa delle ovvie difficoltà di implementazione. Ma è un modello che consente di sottolineare il senso di fondo di tutta la questione: dobbiamo trovare tutti i possibili modi per governare la transizione verso il mondo con meno energia “facile” che ci aspetta, dando gli incentivi e i disincentivi più efficaci perché la transizione ci porti verso lo sviluppo di alternative realistiche all’attuale modo di vita basato sul petrolio.

Letture minime:
Un vademecum sulla carbon tax in versione classica.
Uno studio del Congressional Budget Office del Congresso degli Stati uniti
Daniela Marconi, Trade, Technical progress and the environment: the role of a unilateral green tax on consumption, Banca d’Italia, febbraio 2010
Banca d’Italia, Relazione Annuale sul 2009, Maggio 2010, Capitolo 11, Il sistema energetico Italiano. (in particolare figure 11.3 e 11.4)

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

8 Commenti

  1. Rudi

    Ottimo intervento! condivido in larga misura i contenuti. Un piccolo appunto: perchè non immaginare una tassazione (sui combustibili per autotrazione) che faccia riferimento ad un insiemi di valori di inquinanti (non solo le emissioni di co2)?

    Auguri per la comprensibile riluttanza del pubblico riguardo questo genere di proposta che ha lo svanttaggio di essere controcorrente in un panorama mediatico che orienta in senso opposto.

  2. Bello! Se penso che in Svizzera, Germania e Svezia ci sono distributori di metano prodotto dai rifiuti organici sono ancora più d’accordo su accise che riguardino il consumo di carbonio fossile o che tengano conto del grado di inquinamento.
    E sarebbe anche l’ora che gli italiani capiscano che avere 3 auto a famiglia, da utilizzare da SOLI per andare al lavoro, sia un lusso che probabilmente dovremmo cercare di eliminare…e invece i lussi son duri a morire, ecco perchè abbiamo gente che preferisce affondare barconi pieni di disperati

  3. Francesco Cerisoli

    Come parte della crociata contro i maledetti luoghi comuni, sarebbe davvero ora di cambiare il meccanismo della tassazione sui carburanti: quante volte abbiamo letto, e leggeremo, che sulla benzina paghiamo ancora la spedizione in Abissinia? In pratica non e’ cosi’, ma sulla carta, per stratificazioni successive, ancora cosi’ risulta. E cosi’ semel in anno arriva l’inutile giornalista che per riempire tre righe…
    ;-)

  4. Pero’, Corrado, che succede se l’UE impone una megatassa sui carburanti, come proponi tu, ma la Cina non lo fa? Non corri il rischio di perdere in competitivita’ (e i cinesi ringraziano)?

  5. @Filippo: Il modello economico proposto da Daniela Marconi (vedi link sopra) sembra dimostrare che una tassazione del genere è neutrale rispetto a chi produce. Si tassano in modo identico le cose che vengono dall’estero e quelle prodotte internamente, quindi non si genera perdita di competitività. Vero è che il modello ragiona in termini di paese “del nord” e “del sud”, mentre la Cina è un paese un po’ “del nord” e un po’ “del sud”, quindi probabilmente le cose sono un po’ più complicate. In linea generale, ogni tassazione (vedi ad esempio la famosissima tobin tax e suoi derivati) soffre di questi problemi di spiazzamento, in pratica di dumping sociale. Però se ci facciamo frenare sempre da questi ragionamenti, finiamo per arrivare alla completa impotenza della politica. Secondo me sono ragionamenti che sopravvalutano certi effetti, perché è molto comodo dire sempre “è il mercato, bellezza per continuare sempre con il BAU.
    Tra l’altro, nella mia proposta c’è uno spostamento di imposizione (dal lavoro e dal reddito al consumo dei carburanti), non un aumento. Che potrebbe perfino avvantaggiare le imprese nazionali, in certe condizioni.
    Poi, non è impossibile affinare il modello e pensare a limitate esenzioni a scopo “concorrenza”….

  6. Francesco Cerisoli

    Che poi un sistema molto manigoldo di agire potrebbe essere questo: “stango” con le tasse “ecologiche” un tipo di tecnologia inquinante dove i Cinesi mi fanno concorrenza sul mercato interno e favorisco quella pluita dove non me la fanno. Tipo: siamo piu” bravi dei cinesi a fare pannelli fotovoltaici, pale eoliche e auto elettirche? Allora la carbon tax e’una buona scusa per favorirne il mercato in Europa. M

  7. Rudi

    @Francesco ..Dei cinesi siamo più bravi solo a produrre auto a metano :-) )

  8. Se le accise invece di finanziare il FUS finanziassero il trasporto pubblico ed il supporto (a questo punto parcheggi in primis) alla mobilità ciclabile, allora si che si fa una politica chiara verso la riduzione dei consumi e l’abbandono dell’auto.
    Ma se come accade tutte le mattina il bus è stracolmo ed in fila insieme alle automobili, mentre io in bici ne supero ben 5 arrivando prima di loro su un tragitto di circa 7/8 km, allora c’e’ qualcosa che non va… e non credo di essere io.

    marco

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