Istruzione universitaria e lavoro: dove sta il problema?

di Renzo Rubele.

foto: Agnese Morganti

Nelle settimane scorse ha destato l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica italiana la pubblicazione del XIII Rapporto di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati. Si tratta di un’indagine ormai ben affermata, ed in effetti unica nel panorama degli studi in questo settore, in quanto è in grado di coinvolgere tutti i laureati degli Atenei aderenti al Consorzio, una sessantina. L’ultima edizione ha potuto contare su una base di dati fornita da interviste a 178.000 laureati post-riforma ad un anno dalla conclusione degli studi, 38.000 laureati di secondo livello a tre anni e 29.000 laureati pre-riforma a cinque anni, oltre a ulteriori indagini sperimentali specifiche. La partecipazione degli intervistati è stata notevole: e. g. oltre il 90% dei laureati ad un anno.

In estrema sintesi, poichè i dati sull’impiego e sulle retribuzioni dei laureati mostrano un andamento negativo, il messaggio offerto da questa ricerca è stato quello di una ulteriore svalutazione della formazione universitaria agli occhi dell’opinione pubblica, già sottoposta ad anni di martellamento mediatico orientato a descrivere un costante degrado della qualità dei corsi di studio, nonchè dell’amministrazione delle nostre istituzioni accademiche. Beninteso, la semplificazione degli organi di stampa è stata notevole, e il significato d’insieme dello studio non era certo riducibile ad una simile interpretazione.

Senza volerci sostituire alla diretta consultazione della ricerca originale, e delle analisi ivi contenute, desideriamo svolgere qualche considerazione aggiuntiva, ricordando che, in ogni caso, questa indagine si è svolta (come quella dell’anno scorso) nel pieno della crisi economica che coinvolge il nostro Paese, come altri. A nostro avviso ci sono due linee di ragionamento principali da portare in rilievo, più altre di complemento.

La prima considerazione riguarda la carenza di una analoga e “duale” indagine generalizzata sul lato dell’offerta di lavoro. Veniamo ogni tanto a conoscenza di raccolte di dati parziali e frammentarie, attraverso ricerche condotte dalle organizzazioni imprenditoriali, o dalle Camere di Commercio, ma non pare che esse si impongano all’attenzione degli studenti e delle famiglie con una autorevolezza adeguata. Comunque la tendenza di fondo di queste analisi è abbastanza costante, e non fa che rivelare le caratteristiche del nostro sistema produttivo: ad esempio, carenza di tecnici e figure professionali da impiegare in aziende medio-piccole a scarso contenuto tecnologico. Quello che vogliamo sottolineare, in breve, è che il mitico orientamento per gli studi post-secondari ci sembra ancora strutturato sul modello “promozionale” da parte delle stesse Università, che pubblicizzano la propria offerta formativa, senza un’adeguata intermediazione da parte di chi possa offrire un quadro più neutrale e realistico ai diretti interessati.

Le seconda considerazione è in parte collegata alla prima, e riguarda il tipo di istruzione terziaria offerta dal nostro sistema formativo. In stridente contrasto con la massificazione dell’accesso agli studi superiori e con l’incapacità di far evolvere il sistema produttivo su fasce high-tech “di grande scala”, siamo fra i pochi Paesi del mondo che non dispone di un canale tecnico-professionale parallelo a quello accademico, che offra una formazione di qualità ma orientata alla prassi delle applicazioni tecnologiche o della gestione tecnico-amministrativa d’impresa. All’inizio del Millennio sembrava che le stesse Università volessero cominciare a farsi carico di questa “diversificazione orizzontale”, ma per colmo d’ironia e di sfortuna sono state attaccate duramente proprio sul versante della “proliferazione dei corsi”. Ovviamente non vogliamo difendere quelle scelte di cattivo conio che pure ci sono state, ma rimarchiamo che solo un’analisi puntuale e non statistica dell’offerta formativa può rivelare se si stava andando in una direzione corretta o meno.

Insomma, il duplice contenuto delle considerazioni che abbiamo qui voluto portare all’attenzione, in forma molto semplificata, ci parla di un disallinemento progressivo e potenzialmente devastante – socialmente ed economicamente – fra sistema formativo e sistema produttivo, dove pare che nulla si muova, perchè ciascuno sembra dire all’altro: «la colpa è tua, sei tu che non ti sai riformare». Ma se non si riesce a porre questo tema in cima all’agenda di una politica dell’istruzione non sappiamo veramente che senso abbia accapigliarsi sugli organi di governo dell’Università o sullo sviluppo di carriera dei ricercatori accademici. Ci sembra che, in particolare, il tema del tipo di istruzione che serve a questa generazione, per l’Italia del XXI secolo, non sia stato per nulla affrontato. Possiamo anche comprendere i blocchi e le resistenze, ma non certo per giustificarle. E’ ora di aprire un capitolo nuovo.

Le altre considerazioni complementari riguardano, per cominciare, i rapporti che si devono instaurare fra Università ed imprese. Se ne parla, ma spesso in modo inadeguato, come ad esempio quando si sposta l’attenzione sui “privati” nei Consigli d’Amministrazione delle Università. Non è questo il punto, perchè ciò che dovrebbe interessare è una collaborazione diffusa e responsabile, dove vi sono adeguati canali di collegamento istituzionale che permettano a ciascuna parte di venire proficuamente in contatto con l’altra senza perdere il proprio ruolo e la propria identità. Sappiamo che, magari senza tanto chiasso, qualcosa si sta facendo (anche ad es. con i tirocini), e non vorremmo perciò gettare “croci generalizzate” addosso a tutti.

La stessa progettazione dei curriculi può e deve essere fatta in consultazione con le parti interessate del mondo sociale e produttivo. Ovviamente ci saranno corsi che si prestano di più ed altri di meno ad una simile operazione, e qui torniamo ancora sulla questione della “tipologia generale” di istruzione terziaria da fornire. Comunque la considerazione delle esigenze e degli sbocchi lavorativi deve trovare uno spazio istituzionale salvaguardato dal gioco degli interessi  interni all’Accademia.

E poi - ma non vorremmo essere accusati di tremontismo - ci pare che un po’ di politica industriale, in una Paese come l’Italia, sia non solo necessaria ma inevitabile. Inutile spegnere il discorso dicendo che “questa politica da noi è sempre fatta male”, perchè questo ragionamento è solo un “cupio dissolvi” che potrebbe essere applicato dovunque, e non solo ad altre politiche pubbliche, ma anche all’organizzazione d’impresa, all’economia privata. Bisogna voler cambiare, e fare bene, altrimenti possiamo anche rimanercene chiusi in casa tutto il giorno e aspettare il declino che verrà.

Ci rendiamo conto che i brevissimi cenni di riforme che abbiamo portato all’attenzione implicano faticosi e profondi cambiamenti, nella mentalità, nelle attitudini, nel gioco dei poteri, ma il compito della politica è quello di promuovere e dare spessore a queste azioni, se degne dell’interesse generale di un Paese. E noi pensiamo che lo siano.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. http://neuropolitik.blogspot.com/2011/04/il-fu-mattia-precario.html

Trackbacks / Pings

Lascia un commento

Subscribe without commenting