Il dolore è una malattia e la scienza medica può combatterla

di Francesco Crestani.
Medico Chirurgo, Specialista in Anestesia e Rianimazione
Presidente Associazione Cannabis Terapeutica

Foto: Rinon.sb

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Alcuni giorni fa ridavano in televisione “La gatta sul tetto che scotta”, per ricordare la scomparsa di Liz Taylor. In una delle scene madri del dramma, tratto da un lavoro di Tennessee Williams, un medico rivelava ai familiari che uno dei protagonisti (il suocero di “Maggie la gatta”) era affetto da tumore. “Dovremo dargli la morfina” spiega il medico. “No, per favore, non dategli quella cosa!” supplica la moglie. Tale scena, che si svolge nell’America della fine degli anni ’50, rivela quanto sia cambiato il modo di pensare riguardo gli oppiacei. Se tale era il pregiudizio negli Stati Uniti, si pensi quanto poteva essere grande in Italia; ma se all’estero le cose sono oggi totalmente cambiate, purtroppo qui da noi la situazione, per dirla in termini “soft”, ha ancora parecchio margine di miglioramento.

I dati parlano chiaro: siamo agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda l’uso di morfina e derivati, a livello di Tanzania e Malawi (dove, è ovvio, i farmaci spesso non se li possono nemmeno permettere). Nel 2008 la spesa pro capite per gli oppiacei era di 0,63 euro, mentre la media europea era di 4,4. Significa che c’è ancora un’enorme fetta di dolore non trattato. Anche per tale motivo giusto un anno fa veniva approvata, in maniera “bipartisan”, la Legge 38, che disciplina la terapia del dolore e le cure palliative. Tale norma garantisce ai cittadini un adeguato trattamento del dolore sia acuto che cronico grazie ai centri specialistici di terapia antalgica e, nel caso dei malati terminali, attraverso la rete delle cure palliative. Si è resa più snella la prescrizione degli oppiacei, considerando che fino a poco tempo fa se un medico commetteva anche un piccolo errore nel compilare una ricetta veniva trattato alla stregua di uno spacciatore. I risultati non si sono fatti attendere, e nel giro di un anno la spesa per questi farmaci si è raddoppiata, passando a 1,2 euro; ma siamo ancora ben lontani dal dato più vicino, quello della Spagna, che è di 2,3 euro, per non parlare di quello tedesco, 7,29 euro, o di quello danese, 7,66!

Naturalmente le norme nazionali devono essere applicate dalle regioni, alle quali spettano le competenze sull’organizzazione sanitaria. A livello regionale non tutto fila liscio, tanto che sono stati presentati alcuni progetti di legge regionali nei quali addirittura si mescolano alcune direttive sulle cure palliative con i regolamenti sull’uso dei farmaci cannabinoidi! Questo naturalmente sminuisce la portata delle cure del dolore e della palliazione, che non possono essere ricondotte a una speciale classe di farmaci. E d’altro canto tali progetti, che non sono nemmeno conformi alle leggi nazionali, non fanno un bel servizio alle istanze che cercano di promuovere l’applicazione della terapia con i derivati della Cannabis, che certamente possono essere utili in terapia palliativa, ma che hanno potenziale applicazione anche in disturbi e malattie con spettanza di vita di anni e decenni (si pensi al dolore neuropatico e alla sclerosi multipla, tanto per fare due esempi). Per tale motivo sono stati presentati altri progetti di legge, che rispondono alle direttive nazionali e all’evidenza scientifica, progetti elaborati dalle Associazioni Luca Coscioni, Pazienti Impazienti Cannabis e Associazione Cannabis Terapeutica.

Un altro problema relativo alla Legge 38 è che non ha riconosciuto il ruolo fondamentale svolto dallo specialista medico di riferimento nella cura del dolore, cioè l’anestesista. Tale figura nasce specificatamente per combattere il dolore, dapprima in sala operatoria, poi ovunque ci sia bisogno. Oggi, come ha anche affermato Vincenzo Carpino, presidente dell’AAROI-EMAC, Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani Emergenza Area Critica, gli ambulatori e i servizi di terapia del dolore sono diffusi in maniera capillare grazie all’operato degli anestesisti rianimatori che li gestiscono nella stragrande maggioranza dei casi. Ad esempio, da molti anni ormai in Veneto è attivo un modello di organizzazione basato su unità operative semplici di cure palliative e terapia antalgica, annesse ad ogni servizio di anestesia e rianimazione, associate ad una unità operativa complessa per provincia. Si vuole qui ricordare che, ancora prima che la Regione Veneto si desse dei regolamenti su “Ospedale e territorio senza dolore”, all’Ospedale San Luca di Trecenta (Rovigo) venivano attuate le modalità gestionali del problema dolore, a partire da indagini sulla misurazione del dolore e dai corsi di formazione per tutte le figure professionali, medici e paramedici, riguardanti la fisiopatologia del dolore, la sua rilevazione e la sua cura.

Oggi la Legge 38, non affidando alla figura professionale dell’anestesista la gestione delle strutture di terapia del dolore, rischia di lasciare un vuoto di competenze nella governance di tale problema clinico ed umano.

Non è più tempo di pensare al dolore in termini di espiazione, o di segno del destino; il dolore può essere una vera e propria malattia, destruente più ancora di altre, e quindi è inutile, anzi controproducente, rassegnarsi ad esso. Oggi la scienza medica ci dà la possibilità di combatterlo, e dobbiamo usare tutte le armi per vincerlo.

Un giorno Madre Teresa di Calcutta disse a un moribondo «Stai soffrendo come Cristo in croce, di sicuro Gesù ti sta baciando!». A essere sinceri, la nostra simpatia va a quel povero sofferente che rispose: «Per favore, digli di smettere di baciarmi».iMille.org – Direttore Raoul Minetti

5 Commenti

  1. La legge 38/2010 ha permesso un passo avanti certo, ma perchè in Europa rimaniamo comunque sempre fra gli ultimi della classe? Che piacere si prova nel far soffrire dei malati?

  2. Francesco Cerisoli

    Caro Francesco
    In un corso che ho seguito in Olanda si e’aprlato della sedazione profonda come una pratica che ultimamente e’praticata sempre piu’ spesso, sebbene qui per l’eutanasia esista un contesto normativo chiaro che permette a tutti, se vogliono, di evitare il dolore terminale etc… Se ricordo bene si tratta di mantenere in “coma farmacologico” i malati terminali, evitando quindi le sofferenze, senza pero’ intervenire per terminare le funzioni vitali. Se non erro si puo’ protrarre per un massimo di 14 giorni, alla fine dei quali, se non e’ sopraggiunto il decesso del malato, si deve interrompere.
    Ti risulta che si possa fare qualcosa del genere in Italia? Che ne pensi?

  3. Per Francesco Cerisoli:
    la pratica della sedazione terminale è stata oggetto di un documento apposito da parte della società italiana di cure palliative.
    http://www.sicp.it/documenti_pubblici/documenti_sicp/Sedazione.pdf

  4. Grazie mille per la segnalazione!

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