Identità territoriale e turismo

di Emanuela Marchiafava.

foto: Michele Cannone

Il turismo ha sempre sofferto di una difficile dicotomia: preservare e conservare le risorse che un territorio può offrire, da un lato; valorizzarle e “sfruttarle”, dall’altro.

Una chiave di volta per uscire da questa impasse può allora essere quella d’individuare l’identità che un dato territorio possiede (o è in grado di esprimere), per poi svilupparne un’immagine turistica e monitorare quanto entrambe confluiscano nella percezione dei turisti. Ma far emergere l’identità di un territorio è operazione non banale: non ha a che fare con pezzi di stoffa verdi da sventolare facilmente nelle piazze o da ficcarsi in un attimo nel taschino; deve pescare direttamente dall’empatia e dall’amore per la propria terra. Solo operatori con identità culturali specifiche possono sviluppare e tutelare il loro territorio valorizzandone l’identità territoriale, che sarà allora sì facilmente individuabile anche dai potenziali visitatori. È questa identità territoriale, così delineata, a porsi come premessa fondamentale di quello sviluppo che metterebbe in grado gli operatori di presentare al mercato offerte turistiche che non sfruttano il territorio ma, anzi, lo potenziano.

La domanda da farsi è allora se e quanto il turismo sostenibile possa contribuire anche allo sviluppo sostenibile del territorio, e se può essere utilizzato come strumento di recupero e rielaborazione culturale delle risorse territoriali. Un’operazione complessa, con cui si valutano sì quali sono le opportunità di recupero o di rivitalizzazione di singole attrazioni locali, ma che non si traduce nel solo recupero di elementi fisici bensì in una vera e propria rielaborazione culturale. Perché è dalla selezione attuata con questi criteri che potranno emergere gli elementi più rispettosi del territorio e della comunità, quelli che più li valorizzano e che presentano i maggiori margini d’espansione.

Il turismo si trasforma quindi in un elemento innovativo, potenzialmente in grado di rafforzare la ricchezza immateriale e il senso di appartenenza di una comunità al suo territorio. Per raggiungere lo scopo è però necessaria un’interazione stretta con la comunità, per rafforzarne il suo senso d’appartenenza al territorio, accelerando nel contempo l’interazione anche con gli altri settori dell’economia locale.

È intuitivo comprendere quanto le tipologie tradizionali di turismo – la vacanza al mare, la settimana bianca, il week-end nelle città d’arte – siano ormai soggette a una forte concorrenza e a larghi tentativi d’imitazione; in una parola, sono attività economiche mature.

I sondaggi e le indagini di mercato, d’altro canto, indicano chiaramente quanto ormai il viaggiatore (il turista detesta infatti essere definito tale) intenda sempre più la vacanza come un’esperienza personale che deve essere il più possibile autentica, quanto ormai sia stuzzicato da nuove motivazioni culturali e tentato dalla riscoperta delle tradizioni locali, con una forte propensione a forme alternative di ricettività quali bed & breakfast, agriturismi, soggiorni in castelli e residenze storiche. Per evitare di programmare percorsi turistici che nascerebbero già decotti, bisogna allora individuare e analizzare quali sono i prodotti potenzialmente più identificabili del territorio. Per riuscirci, l’analisi prospettica deve essere orientata non verso ciò che già il territorio ha offerto in passato, ma verso il paesaggio culturale, ossia il paesaggio con le sue potenzialità, indicate anche dall’interesse storico e architettonico, dall’ambiente, dall’enogastronomia. Così impostato, ecco che si chiarisce e acquista importanza il legame tra la percezione del turista da una parte e l’identità e l’immagine del territorio dall’altra.

Il concetto di “immagine esperienziale” è il risultato di questo processo perché racchiude la percezione dell’identità della destinazione e quella della sua immagine indotta da tutte le suggestioni che derivano dalla pubblicità, dal passaparola e dalla promozione.

Appare quindi fondamentale identificare i ruoli di responsabilità e istituzionalizzare la collaborazione tra pubblico e privato per definire e portare a compimento veri e propri sistemi turistici locali: processi di valorizzazione dal basso a cui non deve però mancare una solida e attenta politica industriale. Allo stesso modo, devono essere considerati parte integrante delle politiche di sviluppo locale la formazione scolastica di figure professionali formate ad hoc per il territorio, il potenziamento dei sistemi di monitoraggio, il marketing territoriale.

Ecco allora delinearsi il senso e l’importanza di una programmazione turistica – attuata dalle amministrazioni locali, dalle forze politiche, sociali ed economiche – che si proponga di proteggere e di sviluppare allo stesso tempo un territorio perché fiorisca e perché tutti ne godano, non solo ora, non solo qui, ma anche gli altri, altrove e nel futuro.

Quando chiesero a Vittoria Foa quale fine avesse la sua attività politica, lui rispose:

“pensare agli altri e al futuro;  o, meglio, pensare agli altri nel futuro”

Il turismo dovrebbe avvertire sempre questo anelito.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. Tipo: chiedere ai “viaggiatori” cosa piace loro, invece di offrirglielo già bello pronto?

    Da questo punto di vista, gli strumenti moderni e Internet possono giocare un ruolo importante.

    Esempio: arrivi in un antico borgo, e io amministratore ti offro Wi-Fi gratis se tu mi dai il tuo indirizzo email.
    Poi ti invio materiale, ti chiedo cosa ti piace, ecc.

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