di Marco Campione.
Risoluzione ONU 1973: in rete e sui giornali è partita la corsa al posizionamento. E la rete si conferma un affascinante mix tra un circolo di partito e un bar sport: qualche esperto magari passa anche a dire la propria, ma viene inevitabilmente sommerso dalle grida degli ultras dell’una e dell’altra parte. Finita la moda tsunami, quest’anno durata un po’ di più grazie a quel dettaglio della centrale nucleare, siamo passati alla Libia. Capisco l’ansia di schierarsi pro o contro qualsiasi cosa, ma sinceramente non mi convince tutto questo fiorire di esperti di politica estera per analizzare il caso libico (o qualsiasi altro). Non aggiungerò quindi la mia voce al coro. Dico solo, per onestà verso il lettore, che non volersi schierare non significa avere una posizione neutra: coltivo molti dubbi e preoccupazioni per il futuro (molti davvero: non è una forma retorica), ma in queste settimane – nelle quali eravamo tutti distratti dal Giappone – mi chiedevo “perché non facciamo qualcosa per i libici? Dov’è la comunità internazionale?”. Dato che il massacro dei civili continuava non ho nemmeno percepito che si stesse tentando una via diplomatica (come oggi mi viene fatto notare è stato invece fatto) e anche questo dimostra quanto sia stata inefficace quella via. Ovviamente ognuno è libero di formarsi un’opinione ed esprimerla, ma non capisco e mi insospettisce tutta quella sicurezza e sicumera. Parlo dei commentatori, ovviamente, non di chi invece ha il dovere di dirci come la pensa e agire di conseguenza. Tra questi, tra chi dovrebbe fornire al paese parole chiare e non lo fa, c’è il Presidente del Consiglio che invece si comporta – come suo solito: è la sua cifra comunicativa – da “uomo della strada” e prova a saltabeccare tra il tentativo di non farsi definitivamente espellere dalla comunità internazionale e la necessità di non apparire troppo amico di Gheddafi. Cosa – quest’ultima – impossibile, visti i precedenti, ma soprattutto visti gli attuali interessi personali comuni: e non mi riferisco solo al bunga bunga, ma anche a tornaconti molto più solidi. Non a caso l’istinto ogni tanto riaffiora: “sono addolorato per Gheddafi, mi dispiace per lui” ha detto ieri.
Ed è su questo, non sul conflitto in sé, ma sul ruolo dell’Italia e sui suoi interessi, che vorrei dire qualcosa. Leggo che alcuni detrattori “da sinistra” della scelta dell’ONU portano come motivo per opporsi all’operazione militare, proprio il fatto che sarebbe una guerra di interessi. Intervenire in Libia non è sbagliato perché “no alla guerra senza se e senza ma”, l’Art. 11 (citato sempre a metà, ovviamente) e altri paradigmi pacifisti, ma perché rafforzerà Francia e Regno Unito e indebolirà noi. Che differenza c’è tra dire questo e dire no perché “così ci invadono i profughi”? Non molta a mio avviso. Ogni guerra viene fatta anche per mutare le condizioni geopolitiche dell’area nella quale si svolge il conflitto. Forse gli Stati Uniti nel 1942 non intervennero in Europa anche per tutelare i propri interessi? Il giudizio stroico non cambia: hanno salvato il mondo! Ma anche restando alla nostra storia patria, quella che in questi giorni celebriamo, come non ricordare che c’è chi ha mandato uomini a morire in Crimea solo per potersi riposizionare e sedersi così al tavolo delle trattative; Cavour giustamente viene ricordato oggi come un grande statista: assumere decisioni di questo tipo fa parte degli oneri di chi decide di prendersi la responsabilità di guidare una nazione.
Cameron e Sarkozy hanno visto nella crisi libica, oltre che il dovere di soccorrere chi voleva liberarsi da un regime, la possibilità di rafforzare la presenza dei loro paesi in quell’area: qual è il problema? Preoccupa invece l’Italia. Ora si prova a correre ai ripari invocando giustamente la guida NATO per le operazioni militari, provando così anche a ridimensionare proprio il ruolo di Francia e Regno Unito, ma che credibilità può avere nel pretendere qualcosa un paese guidato da chi fa il baciamano ai dittatori? Basterà l’autorevolezza di Napolitano per raggiungere l’obiettivo? Ce lo auguriamo, perché se aspettiamo questa maggioranza stiamo freschi. A proposito quale maggioranza? E dove sono gli editoriali sarcastici e preoccupati come quelli che abbiamo letto ai tempi in cui a dividersi era la non rimpianta Unione? Non voglio sottovalutare quanto sia difficile avere una posizione limpida e coerente. Se non altro per il pregiudizio e la diffidenza che inevitabilmente grava sul nostro paese; se non altro perché – apprestandoci a rinunciare nuovamente al nucleare – sempre di più e per molto tempo ancora dovremo dipendere da paesi come la Libia per scaldare le nostre case. Resta però il fatto che l’Italia vedrà presumibilmente compromessi e certamente ridimensionati alcuni dei propri interessi economici nell’area. Che questo avvenga a causa della superficialità del nostro governo nella scelta dei propri “amici” o per un macroscopico conflitto d’interessi dello stesso premier poco importa. Noi una volta di più pagheremo l’impossibilità di Berlusconi di governare nell’interesse del paese.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Marco, non sono d’accordo con la storia dell’italia ai margini. Anche se è più nel titolo che nel testo, però è cruciale.
Ma questo spazio di commenti è troppo piccoli, ne ho iniziato a ragionare qui:
http://riccardoparis.blogspot.com/2011/03/la-liba-e-la-destra-diffusa.html
Copio e incollo il mio commento dal blog di riccardo:
come hai scritto l’idea di italia ai margini non è tanto mia ma del titolista. però non si può negare che gli interessi economici contino e che l’approccio da magliaro del presidente del consiglio ci abbia infilato in un vicolo cieco (anzi più propriamente in un cul de sac). io questo volevo dire.
su tutto il resto di ciò che scrivi concordo abbastanza, in particolare sulla necessità di riflettere sull’europa. non più sulla base di cosa vorremmo che fosse, ma su quello che è ragionevole pensare possa diventare
C’è del vero nella critica al titolo “nazionalista” di Riccardo. Però lui, dalla civile Francia, sottovaluta un po’ la specificità della destra nostrana. L’aspetto del litigio “economico” coi francesi mi sembra meno rilevante di quello dell’egoismo forcaiolo anti immigrati: http://corradoinblog.ilcannocchiale.it/2011/03/22/la_destra_disperata_e_la_libia.html
Copio qui la mia risposta a Marco:
certo che ci sono interessi economici, di compagnie, che non necessariamente poi dobbiamo identificare, nell’immaginazione collettiva (opinione pubblica) e nelle azioni dei governi con gli stati nazionali. Cosa che poi nei fatti non sono (Enel e Total sono multinazionali, che agiscono non diversamente da Shell, per dire) e in questo senso le norme europee che chiedono di eliminare i monopoli.
Sono d’accordo che dobbiamo riflettere su quello che può diventare, ma sempre tenendo presente un “fine” alto, per non rischiare di cadere nell’accettazione alla fine del corso che sta prendendo spinta dalle destre europee.
Bon, ho fatto qui, non so se ho fatto bene. E poi è sempre colpa del titolista!
@ corrado: guarda che se atene piange sparta non ride. La destra francese non è migliore di quella italiana, e la deriva frontista di Sarkozy insieme al recente successo del fronte nazionale non promette un futuro migliore …