La cosa più stupefacente dell’improbabile nuovo decreto rinnovabili del ministro Romani non è tanto il caos normativo generato, l’idea un po’ folle di fare una norma retroattiva cambiando le carte in tavola per gli investitori e, nel contempo, di lasciare un vuoto normativo per il futuro e una situazione di incertezza che nemmeno il governo ha idea di come affrontare.
La cosa più stupefacente – ma forse molto ovvia nelle sue motivazioni – è la reazione quanto meno ondivaga della Confindustria che prima, con un comunicato, approva il decreto e poi, nelle parole del vicepresidente Samuele Gattegno, parla di effetti catastrofici per il settore delle rinnovabili.
Una reazione tanto ondivaga da consentire al ministro Romani di sostenere che Gattegno parli a titolo personale.
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Cosa c’è dietro? Proviamo a mettere in fila i fatti e, soprattutto, gli aspetti ideologici che non mancano in questa faccenda.
In primo luogo, lo sviluppo delle rinnovabili è sostenuto da incentivi economici di varia natura in tutti i paesi sviluppati. In Italia, semplificando, gli strumenti principali sono il conto energia per il fotovoltaico e i certificati verdi per le altre fonti. Questo sostegno trae la sua giustificazione in un doppio obiettivo strategico – l’indipendenza energetica e la lotta al cambiamento climatico – ed è quindi ampiamente giustificato fino al momento in cui la tecnologia e/o le condizioni di mercato (in altri termini, il picco del petrolio) non consentiranno di arrivare alla cosidetta grid parity con le fonti fossili.
Gli incentivi, tuttavia, da un lato possono essere considerati distorisvi del libero mercato, e dall’altro devono essere finanziati.
Così, alcuni facili ideologi del libero mercato – che sono poi sempre, guarda che strano, i medesimi che cantano le magnifiche sorti e progressive del nucleare – hanno iniziato una campagna, a partire da un elemento di verità (ci torno più avanti), mischiando in modo sapiente e pretestuoso argomenti di varia natura al fine di attaccare le rinnovabili: gli incentivi sarebbero eccessivi e spingerebbero alla speculazione dissennata, starebbero consumando tutto il nostro bel terreno agricolo con inutili enormi campi fotovoltaici e distruggendo il paesaggio con le pale eoliche e poi – soprattutto – gli incentivi li pagano i consumatori in bolletta. Il decreto Romani è in gran parte il risultato operativo di questa efficace campagna.
La realtà è, però, che nel costo della bolletta elettrica il peso degli incentivi per le rinnovabili è meno di un terzo di quanto tuttora paghiamo per finanziare ed incentivare, con il famigerato CIP6, le fonti fossili e inquinanti (la storia è qui, e i dati ufficiali 2009 sono alle pagine 51 e 52 di questo rapporto). Ed è pure un importo ben inferiore di quello che ancora è incluso in bolletta per finanziare il decommissioning delle nostre vecchie centrali nucleari (tanto per dire quanto costa poco il nucleare…). E, infine, è meno di quanto, senza grandi lamenti, pagano i tedeschi per finanziare le loro rinnovabili.
La realtà è anche che il suolo distolto da usi agricoli produttivi a causa del fotovoltaico è sostanzialmente un’invenzione, dato che gli impianti sono quasi ovunque posti in terreni marginali. E, in ogni caso, è davvero singolare gridare al consumo di suolo agricolo a causa del fotovoltaico in un paese che cementifica allegramente ogni lembo di terra con strade, rotonde, centri commerciali e capannoni industriali (vuoti).
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L’elemento di verità, del quale accennavo sopra, è la necessità di governare il possibile effetto distorsivo e speculativo dell’incentivo. E’ evidente che se l’incentivo serve a compensare uno svantaggio competitivo rispetto alle fonti fossili, esso deve ridursi man mano che lo svantaggio si riduce, cosa che sta effettivamente avvenendo sia perché le tecnologie rinnovabili migliorano, sia perché le fonti fossili aumentano di costo. E peraltro, sulla necessità di una progressiva, ma graduale e prevedibile, riduzione degli incentivi, sono d’accordo tutti.
Questa, comunque, è la giustificazione formale del pasticcio Romani ed è anche il motivo formale per il quale la posizione iniziale di Confindustria è stata così filogovernativa. Il motivo sostanziale, sospettano un po’ malignamente in molti, è che le grandi aziende che lucrano sul CIP6 o sui fossili e non sulle rinnovabili, sono più ascolate in Confindustria dei piccoli e nuovi operatori dell’emergente mercato delle rinnovabili: la vecchia industria decotta che rischia di mangiarsi la nuova industria emergente. Cosicché non solo il governo si è trovato a fare una politica contro l’industria, ma l’associazione degli industriali si è trovata, almeno un poco, contro se stessa…iMille.org – Direttore Raoul Minetti







