Riforma giustizia: Capitan America si arrabbierebbe con Alfano

di Tommaso Caldarelli.

"Captain America - MARVEL Superhero Island" by Manny Morales

Va bene, lo ammetto, leggo i fumetti. E oggi mi stavo rileggendo una delle saghe Marvel più recenti e più belle, Civil War di Mark Millar. Facendola breve, succede che l’America si stufa dei supereroi, si stufa del fatto che ogni tanto questi bellimbusti in costume distruggono palazzi o ammazzano innocenti come vittime collaterali delle loro azioni pirotecniche. E il piano diventa quelli di farli diventare dei superpoliziotti, o insomma di censirli, di rivelare le loro identità segrete e di fare in modo che essi agiscano sotto il controllo del governo. Non tutti ci stanno, però. Ad esempio, Capitan America non ci sta, e si rivolta iniziando a guidare la resistenza dei supereroi che non si piegano al governo.

Capitan America, commentando la riforma che l’esecutivo, con l’aiuto di Iron Man, ha in incubazione, la giudica inaccettabile. E, a chi gli chiede un giudizio, e soprattutto a chi lo vuole costringere a rispettarla, dice: “Non possiamo permettere che sia Washington a dirci chi sono i supercriminali”. Ammetto che rileggendo questa frase, mi sono venute in mente le beghe di casa nostra. Ovviamente il contesto è totalmente diverso, ma il paragone calza, e proviamo a vedere perché.

Il pacchetto giustizia che la maggioranza che sostiene il governo di Silvio Berlusconi ha in incubazione ritira fuori un vecchio sogno del centrodestra italiano. Quello dei pubblici ministeri controllati dal Parlamento, della sostanziale abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale a favore di una lista di priorità decisa dalle forze parlamentari. Cioè, in fondo, dal nostro Washington. E’ più o meno questo ciò che Cap trovava sbagliato. L’idea che la giustizia debba essere sottoposta a pressioni o priorità politiche.

Il modello che il centrodestra suggerisce, disegna, ipotizza in questi giorni, è pericoloso per più di una ragione. Principalmente però per la più ovvia e banale, ovvero il fatto che se la lista dei reati da perseguire viene decisa dal Parlamento, ciò potrà essere usato come arma politica, di raccolta del consenso nel peggiore dei casi. Un governo populista e demagogo potrebbe, chissà, in vista di un’elezione amministrativa in un certo capoluogo dove si sono verificati atti di violenza nei giorni immediatamente precedenti al turno elettorale, diramare un decreto che obblighi i pubblici ministeri di tutt’Italia ad intensificare la tutela contro le violenze, con un occhio verso la provincia interessata per ricavarne un ritorno in termini di voti. Non è così che la riforma Alfano dovrebbe funzionare, visto che è prevista una relazione di anno in anno, vincolante per i Pm, da parte del Guardasigilli, al Parlamento; ma l’ispirazione è questa, ed è quella che conta.

In sintesi, ed in generale, non è Washington a dover decidere la lista dei reati; la macchina della giustizia è soggetta, dice la Costituzione, solo alla Legge: ma qui la Carta intende non alla legge come fonte parlamentare, come atto di una volatile maggioranza che non si sa mai dove va a finire. La magistratura è soggetta invece al diritto nel suo complesso, ricerca la più ampia giustizia al di là delle contingenze politiche, ed è giusto che così debba rimanere. Si dirà, ma il sistema della giustizia italiano non funziona bene, e questo è noto.

Affermazione giustissima: ma non è in questo modo che se ne risolveranno i problemi. Questa riforma, e questo specifico aspetto della riforma di cui ci stiamo occupando, non riduce in maniera nemmeno minima il “parco reati” complessivo del nostro paese. Non è una riforma repressiva, visto che non intensifica le pene; non è una riforma preventiva, perché non aumenta gli stanziamenti in sicurezza: è solo una riforma selettiva. L’idea è che si possano selezionare, a giro, alcuni reati da perseguire: in Italia succedono 100 reati, oggi ne perseguiamo 20, domani 20 e dopodomani altri 20, gli altri si vedrà. Ma visto che non si può spalare l’acqua con un forcone, giocoforza gli altri reati, meno repressi – e sarà tutto pubblico, ovviamente: chiunque saprà che in quel dato anno gli scippi saranno meno controllati dalle forze dell’ordine, che hanno l’obbligo legale di pensare ad altro – saliranno in maniera speculare alla repressione di quelli scelti dal governo.

L’unico modo di assicurare la giustizia della società è quello di lanciare a briglia sciolta la macchina del processo. Tutte le ipotesi di reato devono essere seguite con la stessa cura nello stesso momento. Anche perché di mezzo ci vanno le vittime, o pretese tali, di cui ci scordiamo sempre perché tanto non ci importa. Vorrei invece sapere chi si sente in grado di dire a chi ha subito un determinato torto che per quell’anno non se ne farà niente, perché lo Zio Sam ha deciso che la sua vicenda ha priorità minore di tante altre. Ripassi, grazie.

L’unico modo di riformare la giustizia italiana, che, come tante altre cose nel nostro paese, in realtà potenzialmente è a livelli eccellenti, è finanziarla adeguatamente in termini di infrastrutture, fondi e personale. Mancano i soldi, e questo è quanto. E questo risolverebbe anche la seconda obiezione, altrettanto giusta, che si sente dire: l’obbligo dell’azione penale già di fatto non esiste, perché la lista delle priorità di reato da seguire viene già elaborata dalle procure. Ovvio: con risorse limitate si devono fare delle scelte. Se si potesse avere tutto il necessario per stare dietro ad ogni fascicolo, non ci sarebbe questa necessità?

Troppi fascicoli? Bene: in secondo luogo è necessario mettere mano in maniera seria al codice penale, per togliere di mezzo alcuni reati di scarsissima pericolosità sociale che possono venir trattati in maniera ben migliore attraverso la dissuasione amministrativa (leggi: multe; facili, veloci e abbastanza fastidiose da offrire una vera dissuasione).

Si dirà: se dovessimo finanziare bene la giustizia, andremmo falliti. Possibile, o anche no, in ogni caso è una scelta politica. Personalmente preferisco avere un sistema di giustizia eccellente e lasciar perdere qualcos’altro. La democrazia non è (solo) una questione di soldi, la giustizia men che mai, visto che alla fin fine si tratta sempre della vita delle persone che si affermano lese in qualche loro diritto. Della qual cosa, ripeto, bisognerebbe avere un po’ più cura.

Si dirà poi: l’esempio , il parallelo con la situazione americana non regge. In quel paese la magistratura inquirente è una carica politica, visto che viene eletta dal popolo. Primo, non ovunque. E poi, appunto: eletta dal popolo. Con la riforma Alfano il nostro sarebbe uno strano ibrido di sistema, nel quale i magistrati vengono sì assunti per merito, per preparazione tecnica (il concorso serve a questo: a mettere a disposizione le migliori intelligenze a servizio dello Stato), ma poi vengono sottoposti al controllo del Parlamento. Il che, non bisogna nascondersi dietro ad un dito, visto che si tratterà del Parlamento in sede di approvazione di una relazione ministeriale, significa fin d’oggi: il controllo del Governo. Il pubblico ministero americano è “controllato” (parola molto pesante ed inopportuna a descrivere quella situazione) semmai dal popolo, e non dai rappresentanti del popolo stesso. In questo modo si evita il cumulo di poteri: la carica politica è eletta per governare, non sta bene che metta le mani anche sul funzionamento della giustizia. Si chiama separazione dei poteri, è un principio liberale e, beh, lo sappiamo come continua il discorso.

Per cui, non so bene cosa sarebbe successo con i supereroi attivi in Italia al tempo del pacchetto giustizia Alfano. Magari la mosca al naso a Capitan America gli saltava.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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