Petrolio e benzina alle stelle. Le conseguenze della guerra libica

di Anna Ryden.

La petroliera "Nectar"; foto originale di 陈霆

Le rivoluzioni del Nord Africa e le tensioni nei paesi del Golfo Persico non hanno tardato a far sentire i loro echi sulla nostra vita quotidiana: il prezzo del petrolio e quindi della benzina stanno salendo molto rapidamente. Cosa ci possiamo aspettare nel prossimo futuro guardando ai grandi produttori di petrolio e alle decisioni dell’OPEC?

Può l’Arabia Saudita compensare l’ammanco di petrolio libico?

Pare che i sauditi siano riusciti ad aumentare la produzione di petrolio, anche se di poco. Il Wall Street Journal parla di 500 o 600mila barili al giorno, per un totale di estrazione a quasi 9 milioni di barili al giorno. In Libia ormai la produzione è ferma al 50%. Se la Libia ora produce 750mila barili al giorno e continua a consumarne 350mila al giorno, ne rimangono 400mila per l’esportazione. Prima esportavano circa 1.500mln – 350mila = 1.150mln al giorno. Una differenza di 750mila barili. Quindi quello che produce l’Arabia Saudita in più non è sufficiente. Marc Faber – famoso anche Doctor Doom per le sue previsioni catastrofiche – si è dichiarato molto scettico e non crede affatto che l’Arabia Saudita possa compensare la produzione libica mancante. Difatti il prezzo del greggio è di nuovo in forte aumento. C’e’ un problema non solo di quantita’ ma anche di caratteristiche del greggio. Prima o poi il mondo si renderà conto che il petrolio saudita di riserva è pesante ed acido, al contrario di quello libico che è leggero e dolce. Anche qualora le raffinerie destinatarie in Europa e Asia riuscissero a trattare il petrolio saudita, dovranno comunque aumentare i prezzi dei prodotti finali. Solo gli Stati Uniti possiedono raffinerie ultramoderne, capace di trattare adeguatamente il petrolio pesante e acido.

Gli ultimi dati per l’Arabia Saudita (via JODI) risalgono a dicembre ed indicavano 8.3 milioni di barili di produzione. Sommati agli 0.6 di aumento di cui sopra fanno quasi 9 milioni di barili. Possiamo ragionevolmente assumere che a gennaio la produzione sia rimasta tale.

Dal grafico però si vede che la produzione nel 2010 è rimasta praticamente uguale, mentre l’esportazione mostrava variazioni di maggior rilievo. Questo vuol dire che da gennaio ad agosto il consumo interno è rapidamente aumentato, visto che i 6,2 milioni di barili esportati a gennaio sono diventati 5,2 milioni ad agosto. In solo 8 mesi il consumo interno è aumentato di 1 milione di barili al giorno. Sull’anno la produzione è aumentata di 2,2%, l’esportazione è diminuita di 2,7%.

Poi come per magia il paese ha deciso di consumare meno, rilasciando di nuovo quel milione di barili sul mercato. Come hanno fatto a togliere e poi rimettere un milione di barili al giorno? Quei barili sono forse rimasti dentro ai magazzini, pronti a essere usati in casi di emergenza? Allora forse quei 600mila barili al giorno prodotti in più sono barili di riserva, e non derivano dall’aumento della produzione. Si saprà solo quando il prezzo toccerà di nuovo 150$, con tutto quello che seguirà.

Il ruolo dei paese del Golfo e il rischio di un petrolio alle stelle.

Nessuno si sarà perso che nel frattempo anche in Oman cominciano le proteste. L’Oman non produce molto petrolio – solamente 885mila barili al giorno – che esporta quasi del tutto.

Il Sultano dell’Oman sta cercando di calmare la popolazione nel solito modo mediorientale, promettendo di creare altri 50.000 lavori statali e regalando una paghetta di 390$ ai disoccupati. Il popolo per ora non vuole cambiare regime ma solo posti di lavoro per le 35.000 persone con un elevato grado di istruzione che ogni anno entrano nel mercato del lavoro. Il sultano Qaboo è riuscito nel non invidiabile intento di inflazionare il mercato del lavoro dei laureati, avendo mancato di creare condizioni adeguate per mantenere posti di lavoro di alto profilo.

Fantastichiamo un po’ coi numeri: se anche metà della produzione dell’Oman sparisse, resterebbero 450mila barili prodotti. Sottratti i circa 100mila di consumo interno ne resterebbero 350mila per l’export. Paragonati agli 800mila correnti, mancherebbero 450mila barili. In tal caso l’Arabia Saudita, per pareggiare il bilancio, dovrebbe produrre 750mila (quelli mancanti dalla Libia) + 450mila (quelli mancanti dall’Oman) = 1,2mln di barili. Esattamente il doppio di quanto hanno detto di aver aumentato la produzione ora.

Oman è al sesto posto nell’indice di The Economist sui paesi più a rischio di rivoluzione. E poi nessuno, o forse tutti, si sono persi che in Iraq la situazione continua a rimanere molto instabile. Siamo talmente abituati a bombe suicida e attacchi terroristici dall’Iraq che quasi quasi ci sfugge. Venerdi’ per esempio c’è stato un attacco di Al-Qaeda alla raffineria a Baiji (qui le bellissime foto del New York Times).

Dal punto di vista petrolifero, l’Iraq è molto più importante della Libia, produce 2.7 milioni di barili ma ha un imponente potenziale di produzione di 8 milioni di barili al giorno, atteso per il 2020. Ma se l’infrastruttura più importante del paese non è protetta, il resto del petrolio semplicemente rimarrà sottoterra. Il primo ministro iraqueno Nouri al-Maliki vorrebbe che gli americani se ne andassero a fine anno come pianificato, ma i comandanti americani vogliono rimanere. Gli iracheni non sanno usare le armi vendute dagli americani, e poi senza la presenza dei soldati è probabile che molto di più di un terzo del petrolio finisca sul mercato nero. Solo da Baiji sparisce petrolio per 3 milioni di dollari al giorno, e questo con la presenza degli americani che controllano ogni camion. Una conseguenza dello sperpero dell’energia è che l’inflazione è salita al 5.3% dal 3% di dicembre perché si è reso necessario togliere i sussidi per l’energia elettrica. Nello spazio di un mese le bollette sono aumentate del 100%.

Non c’e’ che dire: per l’Italia e l’Occidente si prospettano tempi difficili sul fronte petrolio.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

5 Commenti

  1. Rudi

    L’opzione nucleare NON rappresenta, considerati i tempi di realizzazione e le stime relative alle riserve di uranio, una valida alternativa. Servono strade nuove e riduzione dei consumi; purtroppo temo ce ne accorgeremo tardi..

  2. Francesco Cerisoli

    E al momento l’opzione “ridozione consumi”, se gestita da cani come siamo soliti fare, rischia di trasformarsi in una nuova recessione…

  3. Rudi

    Anche per stabilire un opportuno parallelo diretto, ripropongo il mio commento a margine dell’articolo sull’energia del 25 febbraio per riaffermare l’importanza di una visione globale del tema ENERGIA (non regionale o peggio nazionale). Occorre rendersi anche conto che il tema dell’energia è centrale negli equilibri socio politici mondiali; non ci si può permettere un approccio localista.
    Condivido quanto affermi Francesco ma evidenzio a questo punto una inadeguatezza dell’Italia su due piani: quello dell’incapacità di porsi ad un livello propositivo minimamente adeguato (europeo) e quello di non saper gestire neppure i processi locali di livello subordinato.
    Il tema dell’accesso all’energia è sicuramente importante, come sicuramente lo è quello della riduzione dell’accesso (nel senso del dover ricondurre ad un livello ecosostenibile e equo l’utilizzo dell’energia nei paesi sviluppati; soprattutto negli Stati Uniti dove il consumo procapite è sicuramente eccessivo).

  4. gio

    beh, il consumo di energia primaria in europa e in america ha già passato il picco tra il 2005 e il 2008 (prima della crisi economica)

    http://www.iea.org/stats/pdf_graphs/28TPES.pdf

    ma anche se va un bel po’ giú non riesce a spiazzare la domanda di cina, india, paesi produttori e sempre meno esportatori.

    http://www.iea.org/stats/pdf_graphs/29TPES.pdf

    è che c’é tutto un’altro mondo che spinge oggi.

    magari quest’auto elettrica comincia davvero a funzionare…

  5. Rudi

    Concordo completamente Gio
    Quando scrivo nel mio commento che il tema dell’accesso è importante intendo “la qualità/quantità” dell’accesso.. è scontato che l’ecosistema non resisterebbe 10 anni se i consumi di energia della popolazione mondiale si attestassero su quelli procapite statunitensi e si parlasse di energia tradizionale.
    Il tema è assai importante… quello che, ad oggi, non si vede è una presa di posizione della politica internazionale in grado di disinnescare uno scenario buio… i tutti i sensi.

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