Il canone RAI da tassa a investimento

di Stefano Minguzzi.

Foto: Anders Adermark

Foto: Anders Adermark

La parte del leone nel panorama mediatico, dal punto di vista politico, tecnologico, sociale ed economico, la fa da anni la televisione. Locale, nazionale, satellitare o digitale il “piccolo schermo” ha conquistato il centro della scena differenziandosi e occupando le possibili nicchie a disposizione. La televisione rimane però soprattutto un’impresa economica da foraggiare sostanzialmente con la pubblicità o con tasse pubbliche. Ha ancora senso parlare di un servizio pubblico televisivo?

L’Italia finanzia la RAI, l’azienda di Stato, con il famigerato canone. Ormai sono entrati nell’aneddotica le storie di evasioni o di disdette creative per non pagare i 110 euro circa l’anno. Un abbonamento molto esiguo se confrontato con quelli delle pay,tv, ma che ha da sempre l’aria di una tassa. Il canone infatti riguarda:

la detenzione nell’ambito familiare (abitazione privata) di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radio televisive (art. 1 e 2 R.D.L. 21-2-1938 n. 246 e modificazioni successive).

Che il canone venga percepito come una tassa è diretta conseguenza di come è stato pensato (un tassa sul possesso dell’apparecchio) e del fatto che sia la Guardia di Finanza ad indagare per la sua evasione. Inutile dire che non esiste tassa più odiosa di quella di cui non si vede l’utilità. Siccome l’abbonamento alla televisione pubblica è la più importante tassa per finanziare i media in Italia, cerchiamo di capire come funziona.

Gli introiti del canone RAI vengono incassati in quanto unica concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo. In pratica la tv di Stato, a fronte del canone, è tenuta a trattare, cito dal sito rai.it:

argomenti e fornire informazioni di approfondimento, attualità a carattere istituzionale e a sviluppare l’informazione regionale con 21 redazioni sul territorio.

Inoltre la Rai è obbligata a:

adeguare la propria programmazione a precisi standard indicati nel Contratto di Servizio stipulato con il Ministero delle Comunicazioni con temi sociali e di pubblica utilità e trasmissioni scientifiche ed ambientali.

Il finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo quindi avviene tramite un’imposta a carico di tutti i soggetti che detengono un televisore. Tale forma di finanziamento è fondamentale perché la Rai possa disporre di un budget con il quale competere con le tv commerciali ad esempio nelle gare per aggiudicarsi i diritti per la diffusione di specifici eventi quali quelli sportivi.

Il fabbisogno finanziario della Rai è coperto solo in parte con i proventi della pubblicità (art. 15 legge 103/1975). La Rai è tenuta infatti a rispettare limiti di affollamento pubblicitario molto più rigorosi rispetto a quelli gravanti sull’emittenza privata (art. 8 legge 223/90; art. 10 D.P.R. 28.3.1994 tetto spazi pubblicitari).

Ma cosa c’entra con il contratto di servizio tra RAI e Ministero delle Comunicazioni la capacità di gareggiare con le tv commerciali? Apparentemente niente. E’ d’altronde vero che la RAI, come tutte le imprese, deve stare sul mercato e non può vivere in una bolla di vetro. Ha bisogno della pubblicità e quindi deve diventare in parte commerciale.

Però rimettiamoci dalla parte del cittadino. Se esiste un contratto di servizio tra RAI e Ministero delle Comunicazioni, potrebbero esistere sistemi di bonus/malus sulla base del raggiungimento di alcuni livelli minimi qualitativi e quantitativi. Altra conseguenza interessante è che il Ministero delle Comunciazioni potrebbe decidere di costruire un capitolato sulla base di quanto scritto nel contratto di servizio e mettere a gara alcuni “pacchetti” di servizio pubblico: chi mi assicura la migliore informazione scientifica coprendo oltre il 97% della popolazione? Eccoti la parte del canone relativa a quei servizi. Sarebbe la rivoluzione copernicana che separa il concetto di pubblico riferito al servizio da quello relativo alla proprietà.

Il problema principale ad una visione del genere è che gli introiti del canone dovrebbero essere molto più cospicui per diventare una posta interessante per i player televisivi, altrimenti meglio fare senza e raccogliere più pubblicità possibile. Ovviamente introiti più cospicui vorrebbe dire tasse più alte. Attenzione, la raccolta pubblicitaria non è fatto autonomo e distinto dai contenuti che poi le tv trasmettono: la logica della tv commerciale è vendere spazi e quindi costruire palinsesti che massimizzino gli ascolti di un target dato durante la giornata. Inutile dire che una televisione finanziata dalla pubblicità non può intrinsecamente rispondere a logiche diverse.

Se non si vuole aumentare il canone ulteriormente ai cittadini si può provare a far pagare direttamente le tv commerciali: drenare soldi dal privato al pubblico. Ci hanno provato in Spagna e in Francia, e echi di approvazione sono giunti anche in Italia, imponendo una tassa ad hoc che copra i costi di canali pubblici a zero pubblicità. La UE non ha gradito e ha convocato la Francia davanti alla Corte di Giustizia.

Secondo la Commissione europea la tassa dello 0,9%, introdotta nel 2009 a carico delle TelCo per sostenere le finanze di France Télévisions, viola il Trattato Ue. Se anche la Corte reputerà la tassa illegale, il che è molto probabile, il Paese sarà obbligato a modificare la legge in questione e rimborsare gli operatori delle somme fino a oggi percepite.

La differenza dal nostro canone è che a venire tassate non sono le persone fisiche, ma quelle giuridiche e nella fattispecie i “concorrenti” della tv pubblica: France Telecom, Bouygues Telecom, Free, Colt, Prosodie. Infatti questa tassa viene calcolata sul fatturato dei player TLC con entrate superiori ai 5 milioni di euro e dovrebbe far incassare, in teoria, almeno 400 milioni di euro l’anno. E’ stata introdotta per finanziare l’80% circa del mancato guadagno risultante dalla decisione del governo di sopprimere la pubblicità su France Télévisions nella fascia prime time. Successivamente il piano prevede l’eliminazione completa degli spot dalle reti della Tv pubblica.

Il problema è che che, secondo la UE:

le tasse a carico degli operatori tlc devono essere direttamente legate alla copertura dei costi di gestione del settore telecom. Queste tasse, spiega la Ue in una nota, devono essere obiettive, trasparenti e proporzionate. (fonte: key4bitz.it)

Inoltre Bouygues Telecom ha fatto saltare un altro tassello: le norme europee impongono che il denaro versato dallo Stato alle reti Tv pubbliche non possa superare il costo supportato per l’assoluzione degli obblighi di servizio. In pratica io Stato pago la Tv pubblica per determinati servizi e nulla più. Come dire se la RAI decide di spendere qualche milione per fare reality fatti suoi, non può finanziare quelle attività con i soldi del canone, perché le attività commerciali devono rispettare le “condizioni di mercato”.

In conclusione per trasformare il canone in un investimento produttivo per il sistema dei media italiani bisogna cambiare l’idea stessa di servizio pubblico. Dato per assodato che non è possibile tassare le tv commerciali per trovare nuove risorse, come sarebbe deleterio tassare gli operatori telefonici o internet per finanziare l’editoria cartacea, l’unica strada è quella di far fruttare questa tassa:

1.      Rompere il monopolio della concessione pubblica: i servizi pubblici sono organizzabili in pacchetti che possono essere messi a gara separatamente per tempi congrui;

2.      Spezzare il legame che c’è tra proprietà di una tv di Stato e servizio pubblico: non è necessario essere proprietari di una televisione per ottenere informazione scientifica di qualità, informazione bilanciata o produzione di film o documentari di qualità

In questo modo si rimetterebbero in circolo le risorse del canone per incidere direttamente sulla produzione e non per coprire ammanchi di bilancio, spese gestionali, etc che poco dovrebbero interessaro il Ministero delle Comunicazioni (o quello del Tesoro). Le ricadute benefiche potrebbero essere varie: il canone diventerebbe il motore che finanzia certi programmi divenendo utile, sarebbe una fonte di ricchezza per tutti quegli operatori televisivi capaci di produrre qualità liberi dal ricatto insito nella tv commerciale, sarebbe un’occasione di diversificazione dei nostri palinsesti.

Ovviamente questo discorso finge di non scorgere un paio di convitati di pietra: l’enorme peso mediatico della Mediaset di Berlusconi e l’ingordigia dei partiti nell’occupare spazi nella tv pubblica (che più di Stato è di Partito). Sono due blocchi difficilmente superabili nel breve periodo, ma hanno in sé anche tutta la debolezza e la fragilità necessaria per farli implodere. Fino ad allora dovrebbe preoccuparci molto di più che nessun gruppo imprenditoriale, Telecom e la SKY di Murdoch inclusi, paiono interessati ad investire nella tv generalista italiana.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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3 Commenti

  1. Davide

    Segnalo una piccola imprecisione:
    “un’imposta a carico di tutti i soggetti che detengono un televisore”

    La legge, citata nell’articolo, parla di:
    “apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radio televisive”

    Ad oggi, e varie sentenze lo dimostrano, anche smartphone e computer rientrano nella categoria.

    Inoltre faccio osservare che il cosiddetto canone RAI è uno degli esempi peggiori di discriminazione per mancanza di leggi che regolano le nuove famiglie: una famiglia tradizionale in cui tutti i membri sono sullo stesso stato di famiglia, anche se numerosa e con più appartamenti di proprietà in cui magari i figli vivono pure autonomamente, paga un solo canone RAI; un’insieme di persone che convivono sotto lo stesso tetto (coppia omosessuale, conviventi etero, semplici amici…) sono tenute a pagare un canone a testa.

  2. Non ho capito una cosa. Prima dici:
    “Il problema principale ad una visione del genere è che gli introiti del canone dovrebbero essere molto più cospicui per diventare una posta interessante per i player televisivi, altrimenti meglio fare senza e raccogliere più pubblicità possibile. Ovviamente introiti più cospicui vorrebbe dire tasse più alte. ”
    Poi concludi:
    “Rompere il monopolio della concessione pubblica: i servizi pubblici sono organizzabili in pacchetti che possono essere messi a gara separatamente per tempi congrui;”

    Quindi pensi che in fondo si possa aumentare il canone? (certo, in un quadro diverso e, certo, non con il meccanismo attuale della tassa sul possesso, ma per questo discorso tale aspetto è secondario)

  3. @Corrado andrebbe cambiata l’idea stessa di canone che, come scrive Davide, è assolutamente iniquo. L’idea di un canale tutto pubblico (alla francese) a me non convince, perché sarebbe troppo influenzato dalla politica, meglio pacchetti più piccoli, ma con un contorno più netto: rete4 non farà servizio pubblico, mentre magari La7 sì. Saranno scelte editoriali.

    Oggi esce la notizia che la RAI, a fronte di 1.673 milioni di euro incassati dal canone e 1.030 dalla pubblicità nel 2010, ha un indebitamento di 200 milioni e un passivo di 147 milioni. Con tutto il bene che uno può volere ai dipendenti RAI (11.472 nel 2010) non vedo perché con il canone dobbiamo finanziare un’impresa di Stato che faccia concorrenza sul mercato ai privati svenandosi per lo switch al digitale terrestre, l’acquisto di eventi sportivi e format televisivi (ad esempio).

    Non sarebbe meglio che lo Stato pagasse i privati capaci di fare programmi di servizio pubblico? Non sarebbe un modo di bilanciare posizioni dominanti e monopoli?

    A ben vedere una cosa del genere si potrebbe fare persino con un canone ridotto se si prevedesse anche la privatizzazione della RAI (secondo la linea di Italia Futura 50% per ridurre il debito e 50% per ridurre le tasse).

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