di Giovanni Faleg.
I tragici eventi verificatisi in Libia e Giappone, che hanno sconvolto l’intera comunità internazionale in questo inizio 2011, hanno cause molto diverse. Tuttavia, produrranno simili effetti e potranno generare, se le giuste lezioni saranno tratte, soluzioni analoghe. C’è infatti un fattore molto importante che accomuna queste due crisi: l’uomo. Quanto sta accadendo in Libia e Giappone ci suggerisce che la sicurezza umana, e la responsabilità di proteggere l’individuo, il singolo essere umano e le popolazioni civili, è ormai prioritaria rispetto al vecchio concetto di sicurezza basato sulla sovranità (quindi la difesa del territorio) e l’interesse nazionale. Il “fattore umano” è destinato ad assumere un ruolo crescente nelle relazioni internazionali, a livello non solo politico, ma anche economico. Diciassette anni dopo il primo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) sulla “human security”1, queste due gravi crisi impongono una nuova riflessione sul significato del termine “sicurezza”, e su come possiamo rendere più sicuro il mondo in cui viviamo.
Libia e Giappone: fenomeni sociali e naturali
La ribellione libica ed il sisma devastante che ha colpito il Giappone sono certamente fenomeni diversi, che tuttavia possono essere analizzati attraverso la lente d’ingrandimento delle scienze umane e sociali. Una ribellione, cosi come una rivoluzione, rappresentano un mutamento socio-politico che può produrre trasformazioni profonde nella struttura sociale, politica ed economica di un paese. Un sisma, o uno tsunami, sono eventi naturali, ma le cui conseguenze hanno un forte impatto a livello sociale, politico ed economco, come nel caso del Giappone.
Rivoluzioni e disastri naturali hanno due caratteristiche in comune: l’imprevedibilità e l’incertezza. Entrambi gli eventi sono difficili da prevedere, prevenire ed avventurarsi in previsioni sulla loro portata e implicazioni future è compito non facile.
L’incapacità di prevedere ha cause scientifiche: le scienze naturali, cosi come le scienze sociali, non dispongono attualmente di strumenti sufficientemente sofisticati per anticipare il verificarsi di tali fenomeni. Nessuno ha previsto il sisma in Giappone e le rivoluzioni in Nordafrica, Medio Oriente e nel Golfo, cosi come nessuno aveva previsto il terremoto dell’Aquila del 2009, lo tsunami nell’Oceano Indiano del 2004, o la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda.
L’incertezza, al contrario dell’imprevedibilità, può invece essere ridotta, governata. La cooperazione internazionale, attraverso organizzazioni quali le Nazioni Unite o l’Unione Europea, riduce l’incertezza, promuove lo scambio di informazioni fra attori statali e non statali e crea regole e comportamenti condivisi attraverso i quali minacce e rischi possono essere governati più facilmente.
Gli effetti: l’allarme umanitario e quello nucleare
Le conseguenze di quanto accaduto in Libia e Giappone sono sotto gli occhi di tutti.
La ribellione in Libia ha prodotto due principali effetti. La prima implicazione, di carattere umanitario, ha interessato la popolazione libica ed il genocidio compiuto da Gheddafi verso di essa e perpetrato per diversi giorni con l’Europa – e gli Stati Uniti – fermi a guardare, in attesa di una legittimazione da parte delle Nazioni Unite (vedi paragrafo seguente). Difficile stabilire il numero esatto delle vittime, data la mancanza di fonti attendibili. Ma il dramma umanitario è stato – ed è – sotto gli occhi di tutti, ed è terribilmente vicino al nostro paese, come terribilmente vicine erano le atrocità commesse in Bosnia poco meno di vent’anni fa. La repressione ha inoltre avuto effetti sui flussi migratori verso l’Europa e i paesi confinanti (Egitto e Tunisia), con pesanti implicazioni anch’esse di carattere umanitario. La seconda implicazione è di carattere commerciale e concerne, in sostanza, l’incertezza sui futuri legami commerciali fra la Libia e le potenze europee. In particolare nel settore energetico, con i conseguenti aumenti del prezzo del petrolio e le ripercussioni sui mercati internazionali e, quindi, sul costo della vita nei paesi che dipendono dalla Libia per l’approvigionamento delle fonti energetiche.
In Giappone, attualmente si contano più di 6.000 morti e 10.000 dispersi, ma il bilancio finale è destinato ad essere ben più grave. Al dramma naturale si è aggiunto – e potrebbe assumere dimensioni ben più gravi – l’allarme nucleare. Alla centrale nucleare di Fukishima-Daiichi, colpita gravemente dal terremoto, continuano da giorni i tentativi di raffreddamento dei reattori surriscaldati al fine di bloccare la fuoriuscita di radiazioni. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha recentemente alzato il livello di gravità del disastro nucleare giapponese da 4 a 5 (su una scala da 1 “anomalia” a 7 “incidente gravissimo”). Questa tragica concatenazione (terremoto e pericolo di un’apocalisse nucleare) rende ovviamente difficile effettuare una stima precisa delle implicazioni politiche ed economiche del disastro. L’economia giapponese, già sofferente negli ultimi vent’anni, potrebbe ricevere il colpo di grazia dalla catastrofe, come è anche possibile che il paese possa trovare nell’accaduto uno scopo propulsore di rinnovamento, attraverso cui far partire la ricostruzione2. In Europa e negli Stati Uniti, il dramma giapponese ha innescato, venticinque anni dopo Chernobyl, un accesso dibattito sui costi dell’energia nucleare in termini di sicurezza per le popolazioni.
Le soluzioni: responsabilità di proteggere e solidarietà internazionale
La risoluzione 1973 approvata il 17 marzo 2011 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizza la “no-fly zone” sulla Libia ed il ricorso a “tutti i mezzi necessari” per proteggere i civili3. La risoluzione ha una portata storica, in quanto autorizza gli stati ad agire secondo il principio della “responsabilità di proteggere” (Responsibility to Protect, o R2P)4.
R2P è una nuova norma di diritto internazionale sviluppata dalla Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità dello stato (2001), onde evitare il riverificarsi di catastrofi politiche ed umanitarie quali il genocidio in Ruanda del 1994. Affermata per la prima volta nella risoluzione 1755 (missione UNAMID in Darfur), e approvata da tutti gli stati membri delle Nazioni Unite in occasione del summit mondiale del 20055, la norma R2P costituisce una vera e propria rivoluzione nelle relazioni internazionali. Legittimando l’intervento della comunità internazionale negli affari interni di un paese, laddove la sicurezza dei cittadini non può essere garantita – o addirittura è minacciata – dallo stato al quale appartengono, tale principio autorizza la creazione di coalitions of the willing e l’uso della forza al fine di prevenire o bloccare casi di genocidio, pulizia etnica e crimini contro l’umanità.
Le operazioni militari contro la Libia6 rappresentano uno storico precedente per l’applicazione della responsabilità di proteggere. I raid aerei coordinati da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, con il sostegno di altri paesi europei, della Lega Araba e dell’Unione Africana, sono quindi legittimati dalla necessità di “proteggere i civili e le aree civili popolate sotto minaccia di attacco in Libia, compresa Benghasi”7.
La violenta calamità naturale che ha colpito il Giappone ha sollevato dibattiti a livello mondiale sulle conseguenze storiche ed economiche del disastro, e su come fronteggiare tali sfide. Il “dilemma nucleare” (cosi lo definisce l’Economist) potrà avere implicazioni profonde sull’economia globale, soprattutto qualora la situazione nella centrale di Fukushima dovesse aggravarsi. Le non ancora prevedibili ripercussioni del disastro sulla terza economia mondiale fanno tremare di paura i già traballanti mercati finanziari. L’industria nucleare rischia di essere spazzata via dalla crisi. Eventi naturali di tale portata hanno dunque probabili ripercussioni storiche. In un mondo globalizzato in cui regna l’interdipendenza, ciò significa che nessuna area del pianeta è al riparo dalle conseguenze dello Tsunami che ha colpito il Giappone una settimana fa.
In Giappone, così come in Libia, la popolazione civile e la sicurezza umana sono al centro della crisi. La capacità delle classi politiche giapponesi e delle istituzioni internazionali di garantire tale sicurezza e di creare la fiducia necessaria per la ricostruzione è l’unica strada per evitare che il disastro assuma dimensioni globali. E’ questo il filo sottile che collega Tokyo a Tripoli, un filo che è parte integrante di quella grande rete comunemente chiamata globalizzazione. In virtù di questa connessione, il futuro del popolo libico dipende dalla forza e dalla volontà di agire della comunità internazionale, ed il futuro della comunità internazionale dipende dalla forza e dalla volontà di reagire del popolo giapponese, ma anche dalla solidarietà che esso potrà ricevere dalla comunità internazionale stessa.
Conclusione
Negli anni a venire, le istituzioni internazionali e le politiche che da esse emanano avranno la responsabilità di adattarsi ad un imperativo già affermato nelle sedi decisionali e nelle aule universitarie, ma che stenta a diventare consuetudine: l’uomo, e la sua sicurezza in tutte le sue forme, è oggi più che mai al centro delle relazioni internazionali.
La risposta a questo imperativo è nelle istituzioni multilaterali, regionali o globali. I governi dovranno trovare strumenti multilaterali – civili e militari – sempre più efficaci per tutelare la sicurezza umana dalle minacce che ne mettono a rischio l’esistenza, siano esse repressioni o calamità naturali. Anche (e soprattutto) le scelte politiche ed economiche – ad esempio, quelle legate allo sviluppo dell’energia nucleare – dovranno essere fatte in virtù di questo principio. Infatti la sicurezza delle popolazioni risiede, in primo luogo, nella governance politica ed economica, che permette di prevenire o se non altro contenere l’emergere di rischi e minacce. Non esistono centrali nucleari pericolose. Esistono istituzioni fatiscenti e meccanismi di controllo approssimativi, o processi decisionali non democratici, che rendono pericolose queste strutture.
L’incapacità o la non volontà di adattarsi a questo cambiamento storico mette a rischio l’intera comunità internazionale, in quanto crea un’incompatibilità fra domanda e offerta di sicurezza. Ovvero, fra una domanda di sicurezza e protezione che proviene dalle popolazioni (e non, come in passato, dai governi) ed un’offerta che deve quindi essere adeguata ai bisogni dei cittadini, ed in quanto tale richiede risorse adeguate, risorse che a loro volta necessitano di meccanismi di cooperazione internazionale efficaci e mirati. I nostri tempi chiedono un cambiamento di rotta: se l’inidividuo non si sacrifica più per la bandiera, è la bandiera che si deve sacrificare per l’individuo. Il mondo in cui viviamo sarà più sicuro se sapremo far tesoro delle sagge parole di Jean Monnet: “rien n’est possible sans les hommes, rien n’est durable sans les institutions”.
1 Il concetto di human security è stato formulato per la prima volta nel 1994, nello Human Development Report dell’UNDP (United Nations Development Programme).
3 La risoluzione è stata approvata con 10 voti a favore, 0 contrari e 5 astensioni (Brasile, Cina, Germania, India e Russia).
6 I nomi in codice delle operazioni, iniziate il 19 marzo, sono: Operation Odyssey Dawn (USA), Operation Ellamy (UK), Operation MOBILE (Canada) e Opération Harmattan (Francia).
7 Vedi testo della risoluzione 1793: http://www.un.org/News/Press/docs/2011/sc10200.doc.htm#Resolution
di Giovanni Faleg
I tragici eventi verificatisi in Libia e Giappone, che hanno sconvolto l’intera comunità
internazionale in questo inizio 2011, hanno cause molto diverse. Tuttavia, produrranno simili
effetti e potranno generare, se le giuste lezioni saranno tratte, soluzioni analoghe. C’è infatti
un fattore molto importante che accomuna queste due crisi: l’uomo. Quanto sta accadendo
in Libia e Giappone ci suggerisce che la sicurezza umana, e la responsabilità di proteggere
l’individuo, il singolo essere umano e le popolazioni civili, è ormai prioritaria rispetto al vecchio
concetto di sicurezza basato sulla sovranità (quindi la difesa del territorio) e l’interesse
nazionale. Il “fattore umano” è destinato ad assumere un ruolo crescente nelle relazioni
internazionali, a livello non solo politico, ma anche economico. Diciassette anni dopo il primo
rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) sulla “human security”1,
queste due gravi crisi impongono una nuova riflessione sul significato del termine “sicurezza”,
e su come possiamo rendere più sicuro il mondo in cui viviamo.
Libia e Giappone: fenomeni sociali e naturali
La ribellione libica ed il sisma devastante che ha colpito il Giappone sono certamente
fenomeni diversi, che tuttavia possono essere analizzati attraverso la lente d’ingrandimento
delle scienze umane e sociali. Una ribellione, cosi come una rivoluzione, rappresentano un
mutamento socio-politico che può produrre trasformazioni profonde nella struttura sociale,
politica ed economica di un paese. Un sisma, o uno tsunami, sono eventi naturali, ma le cui
conseguenze hanno un forte impatto a livello sociale, politico ed economco, come nel caso
del Giappone.
Rivoluzioni e disastri naturali hanno due caratteristiche in comune: l’imprevedibilità e
l’incertezza. Entrambi gli eventi sono difficili da prevedere, prevenire ed avventurarsi in
previsioni sulla loro portata e implicazioni future è compito non facile.
L’incapacità di prevedere ha cause scientifiche: le scienze naturali, cosi come le scienze
sociali, non dispongono attualmente di strumenti sufficientemente sofisticati per anticipare
il verificarsi di tali fenomeni. Nessuno ha previsto il sisma in Giappone e le rivoluzioni in
Nordafrica, Medio Oriente e nel Golfo, cosi come nessuno aveva previsto il terremoto
dell’Aquila del 2009, lo tsunami nell’Oceano Indiano del 2004, o la caduta del Muro di Berlino
e la fine della Guerra Fredda.
L’incertezza, al contrario dell’imprevedibilità, può invece essere ridotta, governata. La
cooperazione internazionale, attraverso organizzazioni quali le Nazioni Unite o l’Unione
Europea, riduce l’incertezza, promuove lo scambio di informazioni fra attori statali e non
statali e crea regole e comportamenti condivisi attraverso i quali minacce e rischi possono
essere governati più facilmente.
Gli effetti: l’allarme umanitario e quello nucleare
Le conseguenze di quanto accaduto in Libia e Giappone sono sotto gli occhi di tutti.
La ribellione in Libia ha prodotto due principali effetti. La prima implicazione, di carattere
umanitario, ha interessato la popolazione libica ed il genocidio compiuto da Gheddafi verso
di essa e perpetrato per diversi giorni con l’Europa – e gli Stati Uniti – fermi a guardare, in
attesa di una legittimazione da parte delle Nazioni Unite (vedi paragrafo seguente). Difficile
stabilire il numero esatto delle vittime, data la mancanza di fonti attendibili. Ma il dramma
umanitario è stato – ed è – sotto gli occhi di tutti, ed è terribilmente vicino al nostro paese,
come terribilmente vicine erano le atrocità commesse in Bosnia poco meno di vent’anni fa.
La repressione ha inoltre avuto effetti sui flussi migratori verso l’Europa e i paesi confinanti
(Egitto e Tunisia), con pesanti implicazioni anch’esse di carattere umanitario. La seconda
implicazione è di carattere commerciale e concerne, in sostanza, l’incertezza sui futuri legami
1 Il concetto di human security è stato formulato per la prima volta nel 1994, nello Human Development
Report dell’UNDP (United Nations Development Programme).
commerciali fra la Libia e le potenze europee. In particolare nel settore energetico, con i
conseguenti aumenti del prezzo del petrolio e le ripercussioni sui mercati internazionali e,
quindi, sul costo della vita nei paesi che dipendono dalla Libia per l’approvigionamento delle
fonti energetiche.
In Giappone, attualmente si contano più di 6.000 morti e 10.000 dispersi, ma il bilancio
finale è destinato ad essere ben più grave. Al dramma naturale si è aggiunto – e potrebbe
assumere dimensioni ben più gravi – l’allarme nucleare. Alla centrale nucleare di Fukishima-
Daiichi, colpita gravemente dal terremoto, continuano da giorni i tentativi di raffreddamento
dei reattori surriscaldati al fine di bloccare la fuoriuscita di radiazioni. L’Agenzia Internazionale
per l’Energia Atomica (AIEA) ha recentemente alzato il livello di gravità del disastro nucleare
giapponese da 4 a 5 (su una scala da 1 “anomalia” a 7 “incidente gravissimo”). Questa
tragica concatenazione (terremoto e pericolo di un’apocalisse nucleare) rende ovviamente
difficile effettuare una stima precisa delle implicazioni politiche ed economiche del disastro.
L’economia giapponese, già sofferente negli ultimi vent’anni, potrebbe ricevere il colpo di
grazia dalla catastrofe, come è anche possibile che il paese possa trovare nell’accaduto uno
scopo propulsore di rinnovamento, attraverso cui far partire la ricostruzione2. In Europa e
negli Stati Uniti, il dramma giapponese ha innescato, venticinque anni dopo Chernobyl, un
accesso dibattito sui costi dell’energia nucleare in termini di sicurezza per le popolazioni.
Le soluzioni: responsabilità di proteggere e solidarietà internazionale
La risoluzione 1973 approvata il 17 marzo 2011 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
autorizza la “no-fly zone” sulla Libia ed il ricorso a “tutti i mezzi necessari” per proteggere i
civili3. La risoluzione ha una portata storica, in quanto autorizza gli stati ad agire secondo il
principio della “responsabilità di proteggere” (Responsibility to Protect, o R2P)4.
R2P è una nuova norma di diritto internazionale sviluppata dalla Commissione internazionale
sull’intervento e la sovranità dello stato (2001), onde evitare il riverificarsi di catastrofi
politiche ed umanitarie quali il genocidio in Ruanda del 1994. Affermata per la prima volta
nella risoluzione 1755 (missione UNAMID in Darfur), e approvata da tutti gli stati membri
delle Nazioni Unite in occasione del summit mondiale del 20055, la norma R2P costituisce
una vera e propria rivoluzione nelle relazioni internazionali. Legittimando l’intervento della
comunità internazionale negli affari interni di un paese, laddove la sicurezza dei cittadini
non può essere garantita – o addirittura è minacciata – dallo stato al quale appartengono,
tale principio autorizza la creazione di coalitions of the willing e l’uso della forza al fine di
prevenire o bloccare casi di genocidio, pulizia etnica e crimini contro l’umanità.
Le operazioni militari contro la Libia6 rappresentano uno storico precedente per l’applicazione
della responsabilità di proteggere. I raid aerei coordinati da Francia, Gran Bretagna e Stati
Uniti, con il sostegno di altri paesi europei, della Lega Araba e dell’Unione Africana, sono
quindi legittimati dalla necessità di “proteggere i civili e le aree civili popolate sotto minaccia di
attacco in Libia, compresa Benghasi”7.
La violenta calamità naturale che ha colpito il Giappone ha sollevato dibattiti a livello
mondiale sulle conseguenze storiche ed economiche del disastro, e su come fronteggiare tali
sfide. Il “dilemma nucleare” (cosi lo definisce l’Economist) potrà avere implicazioni profonde
sull’economia globale, soprattutto qualora la situazione nella centrale di Fukushima dovesse
aggravarsi. Le non ancora prevedibili ripercussioni del disastro sulla terza economia mondiale
fanno tremare di paura i già traballanti mercati finanziari. L’industria nucleare rischia di essere
spazzata via dalla crisi. Eventi naturali di tale portata hanno dunque probabili ripercussioni
2 http://www.economist.com/node/18398748
3
La risoluzione è stata approvata con 10 voti a favore, 0 contrari e 5 astensioni (Brasile, Cina,
Germania, India e Russia).
4 http://www.ong.agimondo.it/focus/la-responsabilit-di-proteggere2
5 http://www.un.org/summit2005/
6 I nomi in codice delle operazioni, iniziate il 19 marzo, sono: Operation Odyssey Dawn (USA),
Operation Ellamy (UK), Operation MOBILE (Canada) e Opération Harmattan (Francia).
7 Vedi testo della risoluzione 1793: http://www.un.org/News/Press/docs/2011/
sc10200.doc.htm#Resolution
storiche. In un mondo globalizzato in cui regna l’interdipendenza, ciò significa che nessuna
area del pianeta è al riparo dalle conseguenze dello Tsunami che ha colpito il Giappone una
settimana fa.
In Giappone, così come in Libia, la popolazione civile e la sicurezza umana sono al centro
della crisi. La capacità delle classi politiche giapponesi e delle istituzioni internazionali di
garantire tale sicurezza e di creare la fiducia necessaria per la ricostruzione è l’unica strada
per evitare che il disastro assuma dimensioni globali. E’ questo il filo sottile che collega
Tokyo a Tripoli, un filo che è parte integrante di quella grande rete comunemente chiamata
globalizzazione. In virtù di questa connessione, il futuro del popolo libico dipende dalla forza e
dalla volontà di agire della comunità internazionale, ed il futuro della comunità internazionale
dipende dalla forza e dalla volontà di reagire del popolo giapponese, ma anche dalla
solidarietà che esso potrà ricevere dalla comunità internazionale stessa.
Conclusione
Negli anni a venire, le istituzioni internazionali e le politiche che da esse emanano avranno
la responsabilità di adattarsi ad un imperativo già affermato nelle sedi decisionali e nelle aule
universitarie, ma che stenta a diventare consuetudine: l’uomo, e la sua sicurezza in tutte le
sue forme, è oggi più che mai al centro delle relazioni internazionali.
La risposta a questo imperativo è nelle istituzioni multilaterali, regionali o globali. I governi
dovranno trovare strumenti multilaterali – civili e militari – sempre più efficaci per tutelare la
sicurezza umana dalle minacce che ne mettono a rischio l’esistenza, siano esse repressioni
o calamità naturali. Anche (e soprattutto) le scelte politiche ed economiche – ad esempio,
quelle legate allo sviluppo dell’energia nucleare – dovranno essere fatte in virtù di questo
principio. Infatti la sicurezza delle popolazioni risiede, in primo luogo, nella governance
politica ed economica, che permette di prevenire o se non altro contenere l’emergere di
rischi e minacce. Non esistono centrali nucleari pericolose. Esistono istituzioni fatiscenti e
meccanismi di controllo approssimativi, o processi decisionali non democratici, che rendono
pericolose queste strutture.
L’incapacità o la non volontà di adattarsi a questo cambiamento storico mette a rischio l’intera
comunità internazionale, in quanto crea un’incompatibilità fra domanda e offerta di sicurezza.
Ovvero, fra una domanda di sicurezza e protezione che proviene dalle popolazioni (e non,
come in passato, dai governi) ed un’offerta che deve quindi essere adeguata ai bisogni dei
cittadini, ed in quanto tale richiede risorse adeguate, risorse che a loro volta necessitano
di meccanismi di cooperazione internazionale efficaci e mirati. I nostri tempi chiedono un
cambiamento di rotta: se l’inidividuo non si sacrifica più per la bandiera, è la bandiera che si
deve sacrificare per l’individuo. Il mondo in cui viviamo sarà più sicuro se sapremo far tesoro
delle sagge parole di Jean Monnet: “rien n’est possible sans les hommes, rien n’est durable
sans les institutions”.z
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Carla, su Facebook, scrive:
“E dunque, per tornare all’Italia, un no al nucleare fino a quando la situazione istituzionale non ” migliora”?”
Risposta:
Parlo di istituzioni e cooperazione internazionale. Ma la logica si applica anche a livello nazionale: per prendere decisioni importanti riguardanti la sicurezza dei cittadini (i.e. nucleare) occorrono istituzioni efficienti e affidabili, che possano rassicurare la popolazione.
Come diceva Soru, la “grande infrastruttura delle regole” e’ cio’ di cui l’Italia ha veramente bisogno. Senza questa infrastruttura, si rischiano scelte economiche sbagliate (accordo nucleare Italia-Francia: ci abbiamo davvero guadagnato?) e rischiose dal punto di vista della sicurezza (ci fidiamo di come e dove verranno costruite le centrali, in particolare nel sud del paese?).
Al di la’ di questo, sussiste un imperativo “congiunturale”: dire “si” al nucleare in questo momento e’ impensabile (sebbene la Libia abbia spostato l’attenzione mediatica). Ma non si puo’ nemmeno pensare che l’industria nucleare cessi di esistere dopodomani (come ha giustamente osservato l’Economist), o che un’economia come quella italiana possa reggersi sull’importazione di energia dall’estero.
Come risolvere il dilemma nucleare, nel caso italiano? Condizioni necessarie sono il coraggio degli uomini e la rete di protezione fornita dalle istituzioni. Ma in Italia il coraggio o e’ una minaccia, o peggio ancora degenera in narcisismo (Gadda docet), mentre le istituzioni non sono rispettate. Ed infatti alla fine e’ la Lega (un formidabile e spietato termometro del senso comune degli italiani) a farsi portavoce della vox populi, vedi un recente commento di Umberto Bossi: “gli italiani sono abilissimi a prenderla in quell posto”.