Divorzio in Italia, calvario lungo e costoso

di Diego Sabatinelli, Segretario della Lega Italiana per il Divorzio Breve.

Foto: Keo 101

Foto: Keo 101

Sono passati oltre quarant’anni dalla legge che introdusse il divorzio in Italia, e oltre venti dalla modifica che abbreviò da cinque a tre anni il tempo obbligatorio intercorrente dalla separazione dei coniugi alla cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Da allora, come è chiaro a tutti, lo scenario sociale, culturale ed antropologico del nostro Paese è profondamente mutato; si è compreso che il decorso del termine triennale, piuttosto che rinsaldare la comunione di vita dei coniugi, ormai discioltasi, rischia invece di prolungare ed aggravare ulteriormente i già tesi rapporti personali tra marito e moglie, rappresentando un ulteriore trauma per la prole. In Europa altri paesi hanno già affrontato il problema con l’obiettivo di facilitare le procedure burocratiche, incentivare le separazioni consensuali e ridurre i litigi in tribunale garantendo, in questo modo, anche il benessere dei figli: ma ciò ancora non è avvenuto nel nostro Paese. Inoltre, è necessario sommare alla lunga, complicata e costosa procedura italiana, la cronica lentezza della nostra giustizia civile, anomalia che l’OSCE fa emergere attraverso gli ultimi dati che evidenziano una durata media per le cause di divorzio nei tribunali italiani di 582 giorni, che si aggiungono ai tre anni obbligatori di attesa previsti dalla legge. Solo la Francia ci è vicina con 423 giorni, mentre in Germania sono sufficienti 10 mesi e appena tre mesi in Finlandia e Olanda. Secondo un’indagine dell’Eurispes i costi economici e sociali di divorzi, separazioni e volontaria giurisdizione negli ultimi dieci anni hanno pesato sulle tasche dei cittadini e dello Stato per quasi 10 miliardi di euro senza nessun vantaggio per le persone direttamente coinvolte. Riformare le procedure per ottenere il divorzio consentirebbe di alleggerire il carico della giustizia civile, gravata e rallentata da un numero ingestibile di processi, ma anche ridurre i costi a carico dello Stato determinati da questo tipo di udienze, magari utilizzando queste risorse per aiutare effettivamente coloro che hanno deciso di separarsi e divorziare.

Questo è quanto un cittadino comune deve affrontare, ma come sappiamo non tutti i cittadini sono comuni: un regolamento europeo consente ad una coppia dell’Unione di divorziare in un qualsiasi Paese comunitario, purché si viva, si lavori o si possegga una residenza, anche secondaria, nel suo territorio.

Questa norma consente alle coppie che possono permetterselo una sorta di divorzio di classe, o almeno di censo, all’estero. Recenti dati Istat confermano inoltre un’evoluzione del nostro Paese reale non riconosciuta e assecondata da un adeguamento normativo: si rilevano oltre 500.000 unioni di fatto, e in questo mezzo milione di “pubblici concubini” sono presenti anche molti che da anni aspettano un divorzio e che dalla loro situazione irregolare vedono deteriorarsi e complicarsi i rapporti umani e psicologici per sé, per i propri cari e per gli eventuale figli nati da queste nuovi unioni. Per fronteggiare i costi individuali ed anche sociali delle separazioni non serve dunque reprimere il fenomeno, ma agevolare forme nuove di ricomposizione e di unione tra le persone, allineandoci su questo terreno a quanto previsto negli altri paesi europei.

È utile, prima di raccontare quanto accade oggi in Parlamento, ricordare che già due volte sia nella precedente legislatura Berlusconi che nell’ultima di Prodi, si è andati molto vicini all’approvazione di una legge che riducesse i tempi e semplificasse le procedure per ottenere il divorzio in Italia. Nella prima occasione, una volta approvato il testo in Commissione Giustizia della Camera, il 23 ottobre 2003 viene affossata la riforma in Aula approvando a scrutinio segreto un emendamento presentato da Lega Nord e UdC che blocca la riduzione da tre anni ad uno del periodo di separazione previsto prima di ottenere il divorzio. Il testo fu “impallinato” grazie all’intervento dell’allora presidente della Camera, on. Casini, per chiara e perentoria richiesta della Santa Sede a cui l’attuale Presidente del Consiglio, Berlusconi, non seppe opporre alcunché.

Nuovamente, il 19 dicembre del 2007, la commissione giustizia del Senato approva un testo base, c.d. testo “Brutti”, per ridurre i tempi della separazione per ottenere il divorzio. A gennaio cade il Governo Prodi e si deve ricominciare nuovamente tutto.

Le proposte presentate in questa legislatura, sia alla Camera che al Senato, sono varie. Primi firmatari di queste proposte sono eletti sia nelle liste della maggioranza che in quelle dell’opposizione, tra le proposte si individuano varie formulazioni, dalla semplice riduzione del tempo obbligatorio della separazione da tre ad un anno, a proposte più innovative che tendono non solo a ridurre i tempi, ma a semplificare anche le procedure e ridurre i costi per le parti coinvolte e per l’amministrazione della giustizia: ad esempio con l’intervento del Giudice di Pace o dei notai in casi particolari.

Tra le tante possiamo individuare al Senato le proposte del sen. Saro, PDL, della sen. Negri, PD, del sen. Perduca, radicali. Alla Camera interessanti sono le proposte dell’on. De Angelis, PDL, della on. Amici, PD, e della on. Farina Coscioni, radicali. Nel mese di gennaio 2010 inizia in commissione Giustizia della Camera l’esame delle disposizioni in materia di separazione giudiziale tra i coniugi e immediatamente l’onorevole Rita Bernardini, radicali, deve contestare il mancato abbinamento d’ufficio della proposta di legge a prima firma Farina Coscioni alle altre proposte perché “estranea alla materia” in quanto le altre proposte vertono sulla durata della separazione giudiziale che viene ridotta, con alcune differenze, da tre anni ad un anno, mentre la proposta Coscioni, invece, è diretta a prevedere come nuova causa di ammissibilità della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio l’effettuazione, con esito negativo, di un tentativo di conciliazione in sede non contenziosa davanti al giudice civile.

Nominato relatore l’on. Maurizio Paniz, PdL, presenta una proposta di testo unificato il 13 aprile nel quale però sono state espunte le proposte Coscioni e Borghesi, IDV, perché eliminano la fase della separazione legale, come avviene nel resto d’Europa. Nel testo base si prevede che, per la proposizione della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, le separazioni devono essersi protratte ininterrottamente da almeno un anno a far tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione; in caso di presenza di figli minori, il termine è invece di due anni.

Da allora, a parte una seduta del 14 settembre 2010, in commissione Giustizia non si parla più di riforma del divorzio, altre cose più urgenti ed importanti sono all’ordine del giorno, ma intanto centinaia di migliaia di italiani sono in attesa da anni per rifarsi una vita, magari ricostituire una nuova famiglia, sempre più immersi nelle carte bollate e in preda ad avvocati non sempre professionali. Almeno 400.000 minori figli della separazione aspettano che si stabilizzi la vita dei genitori, e quindi anche la loro, e che finisca il giro nei tribunali, dagli avvocati e in mezzo alle scartoffie. L’OSCE fa emergere l’anomalia della giustizia civile italiana e l’Eurispes dichiara che divorzi e separazioni costano allo Stato 440 milioni di euro l’anno mentre l’ADOC ci spiega che alla coppia divorziare costa minimo 3.300 euro, ma si può spendere fino a 23.000.

PS.: Nel 2007 è stata costituita la Lega Italiana per il Divorzio Breve, erede ideale di quella L.I.D. che ottenne il divorzio in Italia, e che ha come obiettivo l’abolizione del termine triennale che deve intercorrere dalla separazione legale dei coniugi al divorzio, in modo da rendere più celere, rapido e snello il passaggio giudiziario per giungere alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. La creazione di un sito internet e la possibilità di sottoscrivere un appello on-line da inviare alle istituzioni sono parte integrante degli strumenti a disposizione per promuovere questa campagna.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

9 Commenti

  1. Rendere il divorzio “breve”, cioè ottenibile in termini di tempo civili, non è una priorità di questo Paese, come non lo sono altre istanze che non piacciono alla Chiesa. Come sappiamo, per i PACS quasi cadde il governo Prodi, e per impedire l’introduzione della pillola abortiva, utilizzata in Europa da più di vent’anni, i vescovi hanno fatto le barricate. Hanno fatto fallire il referendum sulla procreazione assistita, e hanno imposto una legge sul fine vita che impedisce all’individuo di rifiutare le cure, in nome della lotta a qualsiasi forma di eutanasia… MA che cosa vogliamo aspettarci, in un Paese dove la Chiesa ha la golden share? Più i governi sono deboli, più la Chiesa ha potere contrattuale..e le altre lobbies anche. http://www.trueagora.splinder.com

  2. Ennesimo caso in cui siamo i piu lenti d’Europa. D’accordo che l’attuale classe politica sia praticamente incapace di riformare qualsiasi cosa in meglio, Ma qual’è l’interesse nel mantenere un periodo di separazione di 3 anni? Senza contare gli altri 500 e passa giorni necessari. Che interesse ne traggono gli italiani? E lo Stato?

    Infine la proposta Paniz che propone la riduzione del periodo obbligatorio da 3 ad 1 o 2 anni mi sembra davvero inadeguata. Cosa spiega tanta ritrosia? Tanta esitazione?

  3. Mary

    Che senso ha essere separati consensualmente, non avere più niente da spartire con l’ex coniuge già da molto prima, e dover restare prigionieri di un matrimonio finito da secoli? La rabbia cresce ancora di più di fronte all’ipocrisa della Chiesa quando ti accorgi che se ti fossi sposato in Chiesa avresti potuto ricorrere ai tribunali ecclesiastici e farti riconoscere la sentenza emessa dagli stessi che, non si creano grandi problemi nell’annullare i loro matrimoni e nondimeno fanno i moralisti e si intromettono nella legislazione di uno Stato che dovrebbe essere sovrano!!! Se poi hai una relazione con un compagno straniero extracomuntario, come nel mio caso e a cui viene negato il visto d’ingresso, grazie al cosidetto “pacchetto sicurezza” e se questo vive oltreoceano, con tutti i costi legati al potersi ritrovare. Ti rendi conto che davvero non c’è limite al peggio che questo Stato ti possa infliggere. Vieni privato di una delle libertà fondamentali riconosciute anche dalla Costituzione e nella fattispecie del mio diritto alla vita ed alla mia integrità psicofisica, messa a dura prova in questa situazione. Io sono separata da 2 anni, ho poche speranze che le mie pratiche di divorzio si possano concludere prima di altri 2,e quindi avere la possibilità di risposarmi con il mio compagno, è possibile che debba aspettare ancora così tanto per poter essere felice? Chi mi ripagherà di ciò che ho perso? Perchè devo essere nella condizione di dover scegliere tra l’abbandonare il mio paese, allontanarmi da un figlio o soffrire distante dalla persona che amo?

  4. Mary, la situazione è davvero insostenibile, e tu lo paghi sulla tua stessa pelle. 4 anni e mezzo per divorziarsi è assurdo. Si puo’ raggiungere il paradosso di certi casi in cui i divrozi sono adirittura piu lunghi della durata del matrimonio.

    4 anni e mezzo. E qual’è il giovamento che ne trae il cittadino italiano? Nessuno. Ma è cosí con tutto: l’inesistenza di una legilsazione che regoli le coppie di fatto, la fecondazione assistita limitata oppure la legislazione che blinda (e riduce) gli sconti sui libri. La sensazione è che il legislatore faccia molto poco per agevolare la vita dei suoi cittadini. Non li ascolta e forse neache gli interessa ascoltarli. Dobbiamo votare e poi stare zitti per i 5 anni seguenti.

    Che possiamo fare per portare avanti questa battaglia?

  5. Mary

    Io credo sia giunto davvero il momento di alzare la voce…non bisogna più dare tregua a questa classe politica. Io credo sia il momento di muoversi. Da troppo tempo Camera e Senato con rispettive Commissioni sono al servizio degli interessi di questa gentaglia ed aggregati. Esistono le proposte di legge ma semplicemente non se ne discute, c’è altro da fare…
    Cosa fare? Credo che una buona soluzione sia cercare di radunare tutte quelle persone che sono in situazioni analoghe alla mia o comunque calpestati nelle loro libertà, persone che vogliono giustamente rifarsi una vita, che vogliono regolarizzare la loro situazione, per se e per i loro figli. Radunare tutti coloro che desiderano che vengano appunto garantiti tutti i diritti anche quelli delle coppie di fatto (l’Olanda concede visti d’ingresso anche per coppie di fatto, perchè io debbo essere costretta a risposarmi perchè solo così il mio compagno extracomunitario può raggiungermi in Italia?Il matrimonio dovrebbe essere una scelta libera, non obbligata in quanto necessario per un ricongiungimento)piuttosto che delle coppie omosessuali. Cercare di farli uscire allo scoperto e la parola d’ordine secondo me dovrebbe essere “UNITI”. Una persona da sola può avviare una battaglia ma per vincere la guerra bisogna essere in tanti.. Di diritti calpestati ne abbiamo molti come tu ricordavi…i libri di testo sono un esempio come lo sono il diritto alla procreazione ma anche all’assistenza alle persone e alle famiglie con asili nido ecc. Credo sia necessario farsi portavoce dei propri diritti in prima persona, senza deleghe a coloro che la usano solo per il raggiungimento del loro interesse e potere, ma “uniti”. Questo Paese per anni si è addormentato e solo ora forse si sta riprendendo dal torpore….forse alla fine un “bunga bunga” di troppo ha risvegliato le coscienze…Da qui ed altri blog può essere sollecitato questo risveglio magari con un forum dove raccogliere le adesioni e le idee di coloro che vogliono contribuire a renderlo sempre più diffuso ed io se trovo un appoggio sono dispostissima ad iniziare e portare avanti la battaglia!!!

Trackbacks / Pings

Lascia un commento

Subscribe without commenting