di Gabriele Boccaccini.
La questione del crocifisso è mal posta ed è praticamente irrisolvibile se si incancrenisce nella polarizzazione dentro/fuori.
Da un lato c’è il principo sacrosanto della libertà di religione (che ne chiede giustamente l’esclusione), dall’altro c’è il principio altrettanto sacrosanto del riconoscimento della presenza del cattolicesimo nella società italiana (che ne chiede giustamente l’inclusione). Tutte e due le parti hanno delle ragioni, tutte e due hanno torto se l’una esclude le ragioni dell’altra.
Dividersi tra favorevoli e contrari significa solo affermare un principio contro gli altri, il che in un caso o nell’altro rappresenta comunque una prevaricazione e una sconfitta per tutti. Le due opposte sentenze emesse dalla corte di Strasburgo (in novembre 2009 e ora in marzo 2010) sono entrambe egualmente ingiuste, perché la materia così come la si è posta è irrisolvibile, e la sua risoluzione si traduce nell’uno e nell’altro caso nell’imposizione di un’ingiustizia.
Alla radice del problema c’è la realtà storica di uno stato che nell’Ottocento si è formato (suo malgrado) contro il volere del Vaticano. Il concordato del 1929 (e purtroppo in larga misura anche le leggi razziali del 1938) furono vissute dal Vaticano come una rivincita sul Risorgimento e una rivalsa su coloro (laici, protestanti, ebrei, ma anche cattolici liberali) che del Risorgimento erano stati protagonisti.
Con l’approvazione della Costituzione e soprattutto il Concilio Vaticano II sembrava che una reale riconciliazione tra Chiesa cattolica e Stato laico fosse possibile e che i simboli della rivalsa cattolica (crocifisso, insegnamento confessionale nella scuola, emarginazione dei non-cattolici, ingiusti privilegi economici e fiscali, ecc.) potessero uno dopo l’altro finire silenzionsamente nel dimenticatoio. In realtà la Chiesa cattolica del post-Concilio ha vissuto e sta vivendo una drammatica crisi di identità e auto-stima che l’ha portata apertamente a diffidare della propria capacità di persuasione e a riporre ogni speranza sul sostegno di leggi che puntellino sul piano pubblico la perdita di consenso a livello privato. La convinzione è che gli italiani – in crisi essi stessi di identità e disillusi da ogni ideologia – credano nella funzione identitaria, tradizionale e culturale della Chiesa cattolica, indipendentemente dai loro comportamenti privati. Berlusconi (con la sua idiosincrasia tra virtù pubbliche e vizi privati) incarna perfettamente un sentimento nazionale diffuso, tra parrocchie sempre più vuote e attaccamento sempre più radicale e intollerante alla Chiesa cattolica e alle pratiche esteriori ad essa collegate come fatto culturale identitario a cui attaccarsi in tempo di crisi.
La via di uscita ci sarebbe e consisterebbe in una scuola e una società che si fanno sempre più inclusive delle diverse componenti religiose come parte dell’identità culturale italiana. La preoccupazione invece è che proprio la sentenza di Strasburgo oggi rafforzi quell’equazione tra cattolicesimo e italianità che proprio le celebrazioni odierne dell’Unità Italiana contraddicono apertamente. L’unità italiana non è il risultato di una unica identità ma da sempre esiste solo come sintesi di identità diverse (linguistiche, culturali, religiose). Senza questa sintesi lo Stato italiano si frammenta. E’ cosi paradossale voler fare del crocifisso un simbolo culturale dell’unità nazionale; in realtà dopo questa sentenza siamo oggi tutti più divisi e meno italiani.
Al tempo stesso l’unità nazionale non la si fa senza il crocifisso o facendo finta che i cattolici e il cattolicesimo non esistano, ma dando loro lo spazio ecumenicamente condiviso con le altre fedi religiose. Il cattolicesimo è componente essenziale ma non esclusiva dell’identità nazionale italiana.
All’unità nazionale giova di più un processo condiviso di costruzione delle moschee e delle sinagoghe, la celebrazione nelle scuole delle feste principali di tutti i culti, lo studio delle religioni, gli incontri e le iniziative ecumeniche, la presenza dell’iman, del rabbino, del pastore e del sacerdote ortodosso a livello locale accanto al Vescovo cattolico in tutte le occasioni pubbliche ufficiali. E’ questa la prospettiva politica da perseguire per cambiare i termini della questione ed uscire il più in fretta possibile da questa prova di forza che è solo distruttiva dei valori comuni di convivenza civile.
Purtroppo, siamo in un tempo in cui la politica e la religione si giocano in Italia gli uni contro gli altri e l’idea che ciascuno possa vivere semplicemente senza sopraffarre gli altri o imporsi sugli altri sembra essere lontana dalle preoccupazioni dei più. Se fossimo un paese unito e tollerante, allora si affiancherebbero liberamente, gioiosamente e rispettosamente nelle nostre classi multireligiose i simboli delle diverse religioni degli alunni come un patrimonio comune, fino a rendersi conto che la presenza di quei simboli alle pareti non è necessaria perché essi tutti sono costantemente presenti nel’insegnamento, nella conoscenza reciproca, e nel rispetto degli uni per gli altri.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Non sono d’accordo perché il tuo ragionamento taglia fuori una bella fetta di italiani: gli atei. Qua la questione non è se dobbiamo appendere alla parete uno, cento, mille crocifissi, ma se le icone religiose (quali che esse siano e ovviamente quelle cattoliche sono di più) debbano campeggiare in edifici pubblici. Niente di più di questo. Sia che a guardare il crocifisso sia un cristiano cattolico, un cristiano protestante evangelico, battista, luterano etc, un musulman o un ateo.
Non voglio con ciò negare alcun diritto alle varie confessioni religiose e tantomeno la libertà religiosa. Pretendo però che nel momento in cui esistono delle persone senza religione le si consideri come soggetti e non le si dimentichi come miscellanea.
Personalmente mi sfugge il ruolo didattico del crocifisso nelle scuole o il ruolo culturale nelle aule di giustizia o negli uffici pubblici. E mi sfuggerebbe anche se alla parte ci fossero 25 icone sacre di 25 culti diversi.
Per gli atei il simbolo c’e': la cornice vuota!
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Sono d’accordo con Minguzzi.La frase “(…)la presenza dell’iman, del rabbino, del pastore e del sacerdote ortodosso a livello locale accanto al Vescovo cattolico in tutte le occasioni pubbliche ufficiali” dà il senso del tuo errore (tra l’altro solo il vescovo è maiuscolo?): nelle occasioni pubbliche ufficiali le religioni non ci devono essere. Basta benedire le scuole col prete! Ed è sbagliato invitare anche gli altri rappresentanti delle Chiese: la scuola va inaugurata dalle istituzioni laiche. Io sono credente, valdese, e il pastore a scuola non ce lo voglio, MAI! Alla educazione religiosa di mia figlia ci pensa la famiglia e la mia chiesa. Questo è il significato di libertà religiosa. Se il cattolicesimo è di maggioranza in Italia, lo dimostri riempiendo le chiese, non imponendo il crocifisso!
Dibattito interessante, Stefano e Monica mi sembra ripropongano la laicita’ alla Francese, in cui la religione e’ fatto esclusivamente privato e non pubblico.
E io che pensavo che fosse quella col doppio turno….
Se prendiamo la china del rappresentare tutti, non basteranno i muri per appendere i simboli, e non basteranno le sedie per le occasioni pubbliche…
Se non si cambiano i termini della questione, individuando una strategia politica a lungo respiro, ci incaponiamo in una “guerra di religione” dalla quale stanno traendo vantaggio solo le forze cattoliche oltranziste.
Cerchiamo prima di tutto di non fraintendersi tra noi. Siamo tutti d’accordo che le religioni (tutte!) devono rimanere fuori dalla scuola e dallo Stato come presenze confessionali (all’educazione religiosa ci pensano gli individui e le famiglie). Il mio punto e’ che le religioni devono essere (tutte!, incluse le tradizioni laiche) presenti nella scuola come fatto culturale perche’ la nostra identita’ nazionale e’ storicamente fatta da laici, cattolici, evangelici, ortodossi, ebrei e musulmani. In altri termini, la religione non appartiene alla scuola, mentre vi appartiene la storia e la presenza sociale delle religioni (uno dei motivi principali dell’intolleranza italiana e’ l’ignoranza).
E’ gia’ successo nel 1985. Per non voler neppure prendere in considerazione l’ipotesi dell’insegnamento obbligatorio della storia delle religioni nelle scuole, si sono splancate le porte al monopolio cattolico nella scuola.
La cosa che oggi i cattolici intransigenti temono di piu’ e’ che gli italiani scoprano che in Italia esistono anche altre religioni, che termini cioe’ quella situazione di monopolio che agli occhi dei piu’ equipara non solo il cattolicesimo al cristianesimo (del quale e’ solo una parte) ma addirittura alla religione (di cui e’ solo una espressione) e oggi addirittura all’identita’ nazionale (di cui e’ sola una componente). Non e’ un caso che l’insegnamento cattolico confessionale nelle scuole sia chiamato popolarmente “ora di religione”. Non e’ un caso che i simboli delle “altre” religioni si vorrebbe che rimanessero nascosti (e le moschee e le sinagoghe – se ci sono – non si debbano vedere), che quando si parli di problemi morali alla televione si inviti sempre e solo il teologo cattolico, ecc. Non e’ un caso che i leghisti che obiettano sulla bandiera non abbiano obiezioni sul cocifisso…
Il vero problema oggi non e’: crocifisso si’/no. Il vero problema e’ identitario: monopolio cattolico della religione o puralismo religioso. La bonta’ di una strategia politica si vede dai risultati: quelli prodotti dalla strategia ribadita da alcuni commenti li abbiamo gia’ sperimentati in abbondanza con il solo risultato di peggiorare le cose (anche in questa vicenda: ora che anche la corte di Straburgo ha detto cheil crocifisso e’ un fatto culturale identitario, chi lo toglie piu’ dalle pareti?). Non sarebbe il caso di provare qualche altra strategia?
La cosa gIusta l’ha detta alla fine Francesco: se passa il principio che tutti debbano essere rappresentati, non basteranno i muri per appendere i simboli, e non basteranno le sedie per le occasioni pubbliche… Esattamente: o tutti o nessuno. Invece di lottare (inutilmente) per un principio di esclusione, impegnamoci a far passare il principio dell’inclusivita’, che TUTTI debbano essere rappresentati. Allora si scoprira’ che dal momento che non e’ possibile rappresentare tutti, “nessuno” e’ rappresentato perche’ lo Stato e la scuola non escludono nessuno ma rappresentano tutti (laici, cattolici, evangelici, ortodossi, ebrei, musulmani…) . O tutti o nessuno. O tutti o nessuno.
Tra l’altro non dare un ruolo pubblico alla religione risolverebbe (o per certi versi creerebbe) una marea di problemi al panorama politico in quanto il concordato del 1929 di fatto fa rientrare i cattolici nella vita politica italiano in quanto cattolici e non in quanto liberali, socialisti, etc. Da lì poi una discreta confusione anche tra quelle famiglie politiche, come i popolari, che esistono anche altrove, ma che sono più a destra (Spagna e Germania) e meno orientati dalle gerarchie ecclesiastiche. Sto però parlando d’altro.
Forse politicamente può aver senso, ma non puoi pretendere che io ateo combatta per generalizzare il diritto che oggi ha il solo cattolico di ignorare i miei di diritti. Io non ti posso seguire. D’altronde credo di essere facile profeta che in mancanza di uno Stato laico forte l’apertura a tutte le religioni sarebbe una parentesi durante la quale il più forte schiaccia il più debole.
Ripeto: io sono ateo e dal tuo ragionamento sono semplicemente escluso e non puoi includermi come una ennesima religione. Quindi se devi tutelare tutti la religione deve stare fuori dalla scuola. Se devi tutelare i più forti dentro alla scuola ci sta solo il cattolicesimo e magari nel prossimo futuro anche l’islam. Questa però non è laicità.
Quest’anno si celebrano i 150 anni dell’unità italiana e si sente spesso l’inno nazionale scritto da Goffredo Mameli che morì durante la difesa della Repubblica Romana (che abolì la pena di morte, istituì il suffragio universale maschile e, guarda un po’, la libertà di culto) assediata dalle truppe francesi che volevano restituire al Papa il suo regno. Possiamo pretendere, senza calcoli opportunisti che poi non fruttano nulla, che non ci sia un vescovo benedicenti ad ogni celebrazione?
Mi sembra che Gabriele stia sostenendo un punto di vista genuinamente laico. Negare che la religione sia un fattore culturale/storico che contribuisce a formare l’identita’ dei popoli e’ negare un pezzo di storia. Concordo quindi con la visione di una rappresentazione delle religioni come fatto storico/culturale importante all’interno delle scuole puo’ essere pienamente coerente con uno stato laico. Non capisco dove sia la contraddizione.
Sono d’accordo con i principi di Gabriele (e d’altra come non esserlo?). Però capisco le obiezioni, che sono principalmente pratiche. Chiaramente se si parte dal presupposto “il crocifisso va tolto sempre e comunque” si assume una posizione che è irriducibile con quella opposta (e dominante) che dice “il crocifisso ci deve stare”. Posizione che quindi non porta da nessuna parte, tanto più oggi alla luce della nuova sentenza di strasburgo.
Il percorso delineato da Gabriele in risposta è molto “ideale”, condivisibile ma ideale, e quindi le obiezioni tengono, da un punto di vista “concreto”. Obiezioni che però devono fare i conti con la realtà e quindi paradossalmente diventano meno concretamente realizzabili. “Mutatis mutandis” è un po’ la differenza tra “non faccio la guerra a Gheddafi perché la guerra non va mai bene” e “bombardo Gheddafi perché la realtà è che una guerra c’era già e faccio una scelta pragmatica che aiuta gli oppressi davanti all’oppressore”. Ripeto, analogia che è sull’approccio che si ha in genere tra riformisti e massimalisti, dialettica non sicuramente nuova nella sinistra mondiale, per altro.
Per finire; gli atei si dovrebbero riconoscere totalmente nel progetto di Gabriele: quando ci si renderà conto che ci sono tante religioni “equivalenti”, non può non venire il sospetto che è un po’ illogico che ci siano tante divinità e religioni quante culture, e che quindi forse non c’è nessuna divinità ma solo tante culture. E forse è proprio questo che si teme …
concretamente: il crocifisso rimarrà dove sta perché le gerarchie ecclesiastiche difendono il fortilizio del concordato che le rende la religione di Stato senza dovero nemmeno scivere. I laici si fanno le pippe sull’equidistanza tra culti e il ruolo storico culturale della religione (anche il razzismo o l’antisemitismo hanno avuto un ruolo storico e purtroppo anche culturale, quindi? boh).
Qua stiamo parlando di professori di religione scelti dalla chiesa e non dallo stato, parliamo di una materia opzionale che fa media, parliamo di esenzioni dall’ici, parliamo di 8×1000 e mi si dice che bisogna spingere sull’equidistanza tra varie religioni? Ok, aboliamo il concordato allora, altrimenti è solo ripiegare davanti un avversario troppo più forte.
Oh, ecco Stefano, parliamo dei prof nominati dalla Curia, dell’8×1000, dell’ICI. Partire dal + e’ come curare un tumore ai polmoni con le caramelle alla propoli