Cosa rimane dell’Italia di Sanremo, un mese dopo

di Lorenzo Gasparrini.

"Ariston - the theatre" di ChiaraTaz

Prototipo ed esempio di evento mediatico nazionalpopolare qual è, Sanremo è tanto invadente e rumoroso nella sua durata quanto evanescente e rapido a dimenticarsi appena concluso. Nel grande luogo comune che è il linguaggio quotidiano, qualcosa di tangibile, un segno ancora vivo del suo passaggio, sono quelle espressioni, pronunciate dai protagonisti o dai commentatori sparsi nei giornali e nel blog in quei giorni, che si adattano poi al tempo normale del quotidiano. Sopravvivono al festival, all’evento, e cominciano a mostrare anche ciò che non dicevano; si deformano, logore e trite svelano un non detto ora esilarante, ora inquietante. Esse esistevano certamente anche prima, ma chissà dove; l’evento mediatico popolare le vivifica, le ridistribuisce, ne altera il valore e le restituisce diverse, alterando i pesi specifici di tutte le altre espressioni, di tutto il resto del linguaggio.

“Stiamo uniti”. Alla terza volta che Morandi lo ha pronunciato è già assurto a tormentone. Sembrava esprimere un desiderio di sicurezza di fronte a un’incombente emergenza o a una presente difficoltà. Appariva come qualcosa di apotropaico, un occulto invito a ‘resistere’ da parte del partigiano Gianni. Rimane il fatto che da straniante formula di irriverente saluto – qual è diventata già alla seconda serata – è diventato un monumento alla tipica media ignoranza italiana dell’inglese, in occasione del fatidico “will be united” – o “we’ll be united”? Non lo sapremo mai – incassato da Avril Lavigne. Anche questa è sociologia. Non a caso, dalle notti sanremesi l’espressione è passata immediatamente al gergo calcistico; vuoi per l’ambivalenza del Morandi (anche presidente onorario del Bologna F. C.), vuoi per la capacità strabiliante dell’ambiente sportivo di fagocitare qualunque locuzione che metta tutti d’accordo perché non dice niente: “stiamo uniti”.

E’ un luogo del linguaggio anche il momento in silenzio, il necessario spazio tra le espressioni. Di dilettantismo, a questo proposito, s’è parlato molto. Battute di banalità imbarazzante pronunciati dai conduttori, performance mediocri, a volte vergognose messe in scena – finti fans per gli ospiti internazionali, per esempio. Non si è capito però – dato che tutti i partecipanti sono stati ben pagati – quale sarebbe allora il “professionismo”. Preoccupante, proprio nel senso di dilettantesco, è stata soprattutto la gestione dei tempi. La costante mancanza di ritmo e di brio, capace di risvegliare il senso critico del più pedissequo spettatore RAI, s’è vista nei pesanti e interminabili secondi di silenzio tra un mancato annuncio e la seguente scusa, e rettifica. E’ apparso quasi materiale, di legno o di piombo, il vuoto dovuto alle attese per i cambiamenti sul palco, che i conduttori hanno cercato di rendere una sorta di siparietto autoreferenziale; ma una regia ostile non glielo ha mai permesso. Come è caduto nel vuoto il tentativo di coinvolgere il pubblico presente, apparso spesso più distante di quello a casa; com’è apparsa ridicola la traduzione per l’ospite straniero svolta nell’auricolare – da un professionista! – e rifatta in presenza da un conduttore, raddoppiando attese ed esitazioni; triste anche l’insopportabile iato tra una battuta – ancorché “porta” da una generosa spalla – e la risposta. Vuoti di tempo che non avevano né la drammatica tensione dell’improvvisazione né la sarcastica assurdità del nonsense. Apparivano solo come drammatiche mancanze di capacità, dilettantismo; così si commentava sui blog e sui giornali. Ma solo riguardo Sanremo. Questa parola non è uscita di lì, a commentare altri vuoti tra i protagonisti di altri spettacoli pubblici; il silenzio ingestibile, purtroppo, sì, c’è ancora quasi ovunque.

Strabordante invece è stata un’espressione, della quale ci si è abbuffati: “bellissima”. Mi sono affannato, tra i miei interlocutori reali e virtuali, a spiegare a destra e a manca la differenza tra bellezza, piacere, gusto, moda, fascino, classe – che ci posso fare, è quello che studio da una vita – ma capisco perfettamente chi dopo un po’ si è stancato e mi ha lasciato perdere. Su una cosa però spero che non ci siano dubbi: “bellissima” e “bellissimo” sono stati usati davvero troppe volte. E continuando, perseverando. Nulla può essere continuamente, sempre, ogni volta, bellissimo – per lo meno niente di umano, credo. E dopo un po’ le cose sempre bellissime danno fastidio, la parola diventa stucchevole e così anche ciò che viene indicato. Molto spesso poi era evidente che la parola venisse pronunciata in mancanza d’altro, tanto per dire qualcosa. Ma questa è una parola che dovrebbe essere eccezionale, non andrebbe usata in mancanza di meglio da dire. Ci sono mille sfumature da percorrere: meravigliosa, stupenda, splendida, magnifica, incantevole, affascinante, seducente, elegante, ma sì, mettiamoci pure scultorea. Invece: bellissima. Sempre bellissima. Solo bellissima. Tutte quante bellissime. Tutto bellissimo. Ma che povertà è questa? Una paurosa incapacità d’esprimere e di sentire viene rivelata dall’uso spasmodico e continuo degli stessi termini. Questo sta continuando dopo Sanremo – ma bisogna essere sinceri, è cominciato molto prima. E pochi giorni fa, in un articolo di Repubblica, è riapparso proprio quello sanremese come esempio negativo di una bellissima: [link http://www.repubblica.it/politica/2011/03/07/news/mamme_maitresse-13273980/]. Allora non è passata invano, tutta questa bellezza, pare.

“Gli autori”. Entità invisibile citata solo indirettamente dalle parole che sceglie per chi è in scena, l’autore si manifesta sgradevolmente con lo strumento tecnico delegato alla sua azione: il gobbo. Noi telespettatori non lo vediamo che di sfuggita, per sbaglio, in una inquadratura di passaggio. La sua presenza però è tradita da un fenomeno insopportabile a vedersi: chi parla in camera non guarda dritto, ma leggermente fuori asse. La stessa sgradevole sensazione data da chi ci parla guardando alle nostre spalle, o ci fissa la fronte, o il decolleté, era replicata per milioni di telespettatori. Abituati dall’inganno tele-visivo ad essere guardati negli occhi, lo sguardo spostato è come il tradimento di una fiducia, come una stretta di mano negata. Per la necessità di comunicare il testo sul gobbo, il testo degli autori, tutto l’atto comunicativo perde di credibilità, e di autorialità. Come se fossero dette a qualcun altro, quelle parole se ne vanno nel nulla, come gli inutili avvertimenti sui brogli del televoto. L’abitudine al gobbo c’era già, ma in quei giorni sanremesi di sguardi ossessivamente mancati, dal video a noi, ce ne siamo accorti di più; e abbiamo ritrovato questo tradimento degli occhi – tradimento dell’anima? – anche nell’intervista sportiva, nel documentario, sull’autobus e anche in casa forse; e in questi casi scoprire “gli autori” è più semplice ma anche più scomodo.

Ma l’abitudine si è fatta anche alle raccomandazioni per una satira moderata dalla “par condicio”. L’assurdità di questa espressione perennemente usata fuori contesto, la banalità di un artificio retorico del genere è già abbastanza palese da un pezzo, e nulla è stato fatto per ammorbidire la sgradevole sensazione di uno spettacolo “dovuto”. Non che già di suo la satira di Luca & Paolo fosse ai vertici del genere; ma vederla declinata secondo i desiderata dei gestori dello spettacolo è stato davvero penoso. La versione nazional popolare della par condicio ce la siamo ritrovata anche nel palcoscenico sanremese, e di lì è sbarcata alla – o forse da lì è stata raggiunta dalla – quotidiana strafottenza dell’ultimo arrivato, ordinaria insolenza di chi spaccia l’annullamento delle differenze come equità del diritto, sentenziando basandosi sul sempre sottinteso comma: “e perché no?”. Per fortuna la sgradevolezza di uno spettacolo forzato passa tra le parole, e non con esse, e rimane addosso a chi è ancora sensibile. A noi rimane comunque, ratificato, quello che c’era prima: un’espressione tecnico giuridica passata a definire, altrove, una maschera ipocrita.

“Bastardo”. Beh, il grido di battaglia – più grido che altro – di questa canzone è immediatamente diventata la parola d’ordine per mille facili battute. Invece di restare a memoria di un genere di violenza, ‘bastardo’ è stato per giorni il divertito epiteto di chiunque non si addicesse ai nostri gusti; oppure anche questa espressione s’è tramutata in una formula di saluto, anche in graziose combinazioni sanremesi: «Stiamo uniti, bastardi!». Se questo era lo scopo del brano, è riuscito: per molte settimane non sarà più possibile non sorridere a chi ancora utilizzerà questa parola insultando o maledicendo a denti stretti. Al contrario, Sanremo ha fatto vedere che urlata con una smorfia di finto dolore questa parola – che è e rimane un insulto razzista – fa ridere. Anche questo è un meccanismo televisivo molto noto, in Italia da almeno vent’anni. E vi si è abituati molto tranquillamente, pare.

Rimane, dopo tutto ciò, ancora molto difficile definire cosa sia successo, a un mese dal festival, nel linguaggio. Tra l’altro, c’è stata anche della musica.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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