di Maurizio Bovi.
Nel lontano 2 febbraio 1938, un Regio Decreto impose il pagamento del canone ai possessori di apparecchi “atti o adattabili alla ricezione delle radiotrasmissioni”. Era nato quello che oggi è noto come canone RAI ovvero, stando a reiterate indagini, il balzello più odiato dagli italiani. Per la precisione, secondo la stima del Censis pubblicata qualche mese fa, l’imposta per il possesso degli apparecchi radiotelevisivi vorrebbe non pagarla il 47,3% degli interpellati. Al secondo posto si piazza, ma a debita distanza, il bollo auto (14,5%). La quota degli scontenti del canone risulta in crescita rispetto a precedenti indagini.
Altri dati informano che sono numerosissimi anche gli italiani che passano dalle parole ai fatti. Secondo le cifre recentemente fornite dalla stessa RAI, gli abbonati sono 16,5 milioni. Visto che in Italia sono presenti circa 22 milioni di famiglie, è facile calcolare che l’evasione del canone arriva ad una cifra vicina al 30%. In soldoni, ogni anno la RAI non incassa circa 600 milioni di euro l’anno. Tra l’altro, il fenomeno è in crescita costante a tassi annui superiori al 3% da più di un decennio. Forse un po’ meno nota ai più è la presenza di un canone speciale che dovrebbe essere pagato da bar, ristoranti, alberghi e simili (ma, pare, anche dalle filiali delle banche). Dico dovrebbe poiché, sempre secondo la RAI, l’evasione di questo canone speciale arriva al 60%, il che equivale a più di 100 milioni di euro all’anno.
La domanda sorge allora spontanea: perché questo odio quasi atavico per il canone? Di seguito riporto un elenco, che vuole essere più evocativo che esaustivo, di ragioni che potrebbero indurre a non pagare il canone RAI:
1) L’opinione diffusa che il rapporto prezzo/qualità del servizio televisivo pubblico è eccessivo. Anche tralasciando la scarsa distinguibilità con le TV commerciali e la concorrenza “verso il basso” dei palinsesti, i detrattori del canone fanno notare che, nei paesi europei in cui il canone è maggiore che da noi, la TV pubblica fa molto meno pubblicità. Inoltre, in alcuni paesi (es. Spagna e Portogallo), non si paga nulla. Infine si sottolinea che, se il servizio è pubblico, allora gli archivi RAI dovrebbero essere liberamente fruibili;
2) L’attesa di una sanatoria. L’ultima, davvero conveniente, fu prevista nella Finanziaria per il 2003: gli omessi pagamenti del canone Rai potevano essere regolarizzati pagando 10 euro per ogni anno. Ciò, anche con un procedimento amministrativo o giurisdizionale in corso;
3) L’approccio talvolta poco “gentile” della RAI nel sollecitare il pagamento. Anche il Garante per la privacy è dovuto intervenire più volte a favore dei cittadini. Si sa di casi in cui la mancata riscossione di un canone RAI ha comportato l’ipoteca sulla casa senza che l’interessato lo sapesse (cfr. anche punto 6);
4) Gli innumerevoli consigli gratis presenti in Rete su come evitare di pagare legalmente il canone;
5) Le cicliche richieste di abolizione del canone da parte sia di alcuni quotidiani che di uomini politici;
6) La potenziale “pervasività” del canone. Se nel 1938 il canone colpiva il possesso della radio, oggi sono numerosissimi gli apparecchi elettronici che potrebbero rientrare nella indeterminata categoria degli “atti o adattabili” assoggettabili al canone: lettori dvd, computer, IPOD, (citofono?), ecc. Per alcuni di questi la RAI ha già cominciato ad esigere il canone, inviando le relative lettere a persone che avevano dichiarato di non possedere la televisione. Ne è nato un cospicuo contenzioso che certo non migliora i rapporti tra abbonati e azienda pubblica: ci vuole una certa faccia per fare poi “pubblicità progresso” invitando a pagare il canone a mamma RAI….
7) L’entità e la costante crescita del numero di evasori implica che non è poi così facile farli pagare. In altri termini, sembra che un numero crescente di contribuenti considera i benefici di evadere superiori ai relativi costi.
Data questa situazione, sorge spontaneo andare a vedere se ci sono validi motivi per fiscalizzare il canone:
1) È una tassa e non un canone (e, ancor meno, un abbonamento). La definizione “canone di abbonamento” è impropria in quanto si tratta di una vera e propria imposta: è obbligatoria e, contrariamente ad altre imposte, indipendente dal reddito. Lo ha confermato nel corso degli anni la Corte costituzionale, che ha esplicitamente affermato che il pagamento del canone di abbonamento è dovuto unicamente per la detenzione degli apparecchi televisivi, anche nei casi in cui il segnale RAI neppure arriva;
2) La RAI è un servizio pubblico e, come tale, finanziabile con entrate “erga omnes”;
3) Fiscalizzare renderebbe la tassa più progressiva. Ovviamente, il ventilato aggancio del canone alla bolletta ENEL o la soluzione di criptare la RAI in modo da renderla visibile solo con tessera non eviterebbe il fatto che ricchi e poveri pagano la stessa cifra (a parte le previste esenzioni che, però, non riescono a produrre la progressività). Sulla gestione del canone si è anche suggerito di “municipalizzarlo”. Se è vero che i sindaci conoscono la situazione dei loro amministrati meglio della RAI, non si capisce quale sarebbe il loro incentivo. L’incentivo, semmai, sarebbe di segno contrario;
4) La RAI non si dovrebbe più preoccupare dell’evasione del canone, avrebbe entrate più certe e risparmierebbe il costo (anche d’immagine) dei controlli;
5) L’evasione media calerebbe poiché si eliminerebbe un balzello con quote di evasione oltre la media;
6) I cittadini onesti sarebbero contenti perché ci sarebbero meno cartelle pazze e maggiore giustizia fiscale;
7) La fiscalizzazione implicherebbe una riduzione del canone. Brutalmente, dato che l’evasione è pari al 27%, con la fiscalizzazione il canone calerebbe a 87 euro (=110/1,27).
Conclusioni. Gli elementi evidenziati in questo articolo suggeriscono che evadere il canone appare una scommessa vantaggiosa e, probabilmente, sono soprattutto elementi etici che impediscono l’acuirsi del problema. Gli onesti, però, sono particolarmente irritati dalla situazione e le indagini lo dicono sempre più chiaramente. Ecco perché, se un balzello risulta poco gestibile e molto odiato, è bene riflettere se non sia meglio eliminarlo. In fondo, si è deciso di abolire l’ICI sulla prima casa per molto meno. Se andasse in porto la fiscalizzazione, occorrerebbe comunque agire per evitare che la RAI chieda sempre più soldi, visto che non ci sarebbe più il “controllo diretto” costituito dal canone. Si può qui pensare di stabilire che l’azienda pubblica continui a ricevere le cifre ex canone, eventualmente incrementate annualmente al tasso d’inflazione. Ciò che, d’altronde, è un po’ quello che già succede oggi in sede di adeguamento del canone.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Grazie Maurizio, m’hai fatto scoprire un mondo. Una domanda: nei paesi come Spagna e Portogallo la tv pubblica è quindi finanziata dalla sola pubblicità o ha altre entrate pubbliche che non sono né tasse né canoni? Te lo chiedo per capire meglio i relativi meccanismi di concorrenza in quei paesi.
Interessante spunto. Nel mio articolo proponevo di trasformarlo in un investimento 100% in servizi pubblici invece che in un finanziamento di un’azienda statale che però deve stare in un mercato commerciale. Le due cose però potrebbero andare di pari passo:
1) da un lato si esige una tassa per la comunicazione pubblica che viene pagata da tutti i cittadini in base al reddito una volta all’anno (e potrebbe essere mediamente inferiore a quella attuale);
2) dall’altro si finanzia con gli introiti di questa tassa non “la RAI”, ma programmi di servizi pubblico indipendentemente da chi li realizza e trasmette (immagino qualcosa tipo i contributi a radio radicale per le dirette dal Parlamento)
In aggiunta si potrebbe decidere persino di privatizzare la RAI producendo un risparmio allo Stato e creando un dividendo dovuto alla cessione da destinare al 50% in riduzione del debito e 50% in riduzione della tassa (magari tramite esenzioni “sociali”).
Che ne pensi?
Avrei solo qualche riserva sulla privatizzazione. Preferirei trasformarla davvero in un network di servizio pubblico – così, quasi a caso: rai1 news ed eventi “nazionali”, rai2 intrattenimento e documentari, rai3 sport e realtà locali, rai4 archivio – e renderei anche io pubblico e gratuito l’archivio. Anche l’idea di finanziare qualunque programma pubblico, indipendentemente da mezzo di diffusione e rete d’appoggio, mi piace molto. In un certo senso è un modo per “toglierla” dalla concorrenza commerciale, così che questa possa svilupparsi davvero (con l’aiuto di qualche legge, purtroppo necessario ormai) e facendo capire che una tv pubblica “non è” come quella commerciale in nessun caso.
Mi sa proprio che il primo passo sarebbe una “riforma” del canone.
Rispondo prima a Lorenzo, poi a Stefano.
Una buona fonte è l’Osservatorio europeo dell’audiovisivo dove si scopre che:
In Gran Bretagna, la BBC, che propone 8 canali tv interattivi, 10 network radiofonici, più di 50 emittenti TV e radio locali, viene finanziata ogni anno ESCLUSIVAMENTE attraverso il canone pari a circa 180 euro.
In Germania, i tedeschi sborsano ogni anno una tassa, pari a più di 200 euro per due canali pubblici (Ard e Zdf) che possono, tuttavia, trasmettere anche spot pubblicitari ma soltanto in una specifica fascia oraria dei giorni lavorativi (e cioè, tra le ore 17 e le 20).
In Francia la tassa ammonta a oltre 115 euro ma la riforma del sistema radiotelevisivo prevede (dal 2009) lo stop agli spot – ammessi solo durante gli intervalli naturali dei programmi – e la tassazione dei guadagni pubblicitari delle emittenti private e delle entrate degli operatori di telecomunicazione.
Islanda (Ruv), Svizzera (Ssr Srg), Austria (Orf), Norvegia (Nrk) e Danimarca (Dr e Tv2) si contendono la leadership dei Paesi europei in cui il canone tocca le quote più elevate, superando i 250 euro annui.
In Islanda il canone ammonta a 346,59 euro (e la tv viene finanziata pure dalla pubblicità); in Svizzera 292 euro (con spot); in Austria tra i 223,32 e 284,52 euro (oltre alla pubblicità che varia a seconda della regione), in Norvegia 270 euro (senza spot); in Danimarca, infine, costa 215,40 (senza spot). Sono, altresì, senza spot le tv di Stato della Svezia (Svt) e della Finlandia (Yle) la cui tassa è pari a 210 euro e 208,15 euro l’anno.
In Belgio il canone ammonta a 149,67 euro dove è permessa la pubblicità (la Tv federalista fiamminga, Rtbf, Vrt e Brf, preleva l’importo direttamente dalla dichiarazione dei redditi). In Irlanda alla pubblicità si affianca il canone di 160 euro.
In Romania (Tvr) esiste una tassa sulla radiotelevisione da 12 euro a 150 euro (che varia in base al reddito: e poi dicono degli immigrati…) alla quale si aggiunge il finanziamento pubblicitario.
Sotto i 100 euro abbiamo i paesi dei balcani e anche la Grecia (EPT) dove si paga via bolletta elettrica (il canone è pari a 51,60 euro ed è permessa la pubblicità).
Ecco, infine, i paradisi fiscali televisivi. Ad esempio i Paesi Bassi, Ungheria e Spagna (dove, con alcuni tetti, è consentita la pubblicità). In Spagna vige un sistema “misto” di finanziamento per la tv pubblica (Tve). Il 50 per cento poggia su sovvenzioni statali, il 40 per cento sugli introiti pubblicitari e il 10 per cento dalla vendita dei programmi tv. La pubblicità dovrà diminuire entro il 2010 per passare a 9 minuti all’ora. La spagna è anche unica nel panorama UE per la notevole libertà concessa alle comunità autonome che incarna una sorta di federalismo fiscale televisivo.
Eccomi a Stefano.
Sulla privatizzazione penso che, se gli altri paesi non la percorrono, avranno dei motivi. Comunque sono un dilettante in materia e, magari, la Corte Europea mette dei paletti. Certo, mi domando se la TV (pubblica o privata) riflette la società o viceversa. Nel primo caso, il servizio pubblico è obbligato a fare trasmissioni nazional popolari e commerciali: è la domanda che genera l’offerta. Nel secondo caso sarebbe bene che la TV pubblica si smarcasse da quella privata.
La proposta della fiscalizzazione del canone mi pare molto ragionevole a patto che si preveda prima la privatizzazione (parziale della RAI)
Oggi la proprietà pubblica della RAI serve solo a consentire alla politica il controllo dell’informazione e ad avere varie rendite estremamente attraenti.
Io sono convinto che una presenza pubblica sia imprescindibile per soddisfare una domanda di programmi “culturali” che il mercato non è in grado di produrre, però tre canali sono certamente eccessivi; considerando anche le possibilità di canali tematici a basso costo offerte dal digitale terrestre e dal satellite.
Credo che sia necessaria la vendita di RAI1 e Rai2 in modo da arrivare a finanziare solo con il canone eliminando del tutto la pubblicità. Ovviamente si deve vendere a soggetti diversi in modo da evitare di creare nuove situazioni di monopolio, o ancora peggio rafforzare le rendite esistenti.
A quel punto si devono ripensare anche programmazione e organizzazione, perchè i canali tematici attuali sono di livello estremamente basso; ma spostando il budget da l’isola dei famosi a rai gulp si potrebbe alzare di molto la qualità.
@Stefano. interessante l’idea di finanziare le produzioni, però la vedo molto complessa. perchè oltre a realizzare i contenuti si dovrebbero anche pagare gli spazi di trasmissione ai canali privati.
io preferirei una RAI che da molto spazio a produzioni indipendenti, ce ne sono tante in italia e potrebbe aiutare a far crescere il livello (oltre a far sopravvivere meglio i tanti lavoratori del settore).
però sul tuo spunto ci si può ragionare per vedere se potrebbe funzionare…
Scusate ma in Spagna mi risulta che dal 2010 la TV pubblica (nazionale) non trasmette piu’ pubblicita’. In nessuna fascia oraria. I canali pubblici regionali (televisiones autonomicas) invece si.
Altra piccola precisazione, riguardo la privatizzazione. La Francia ne ha conosciuto una parziale negli anni 80, per volonta` dell’allora governo Chirac. Delle 3 emittenti nazionali (TF1, ANTENNE2, FR3) si decise di privatizzarne una: TF1, oggi controllata dal gruppo Bouygues.
PS.: Per la cronaca, nella gara per l’assegnazione di TF1 si presentò anche Fininvest.
E cmq su Francia a Spagna pende la mannaia della corte europea per cui aspetterei a prenderle come esempio di regolazione del sistema.
Io non sono un privatizzatore, ma mi pare molto difficile sostenere che con il canone sosteniamo il servizio pubblico e non un carrozzone con dipendenti che non fanno nulla e collaboratori ultraprecarizzati, piani industriali fallimentari, scatole vuote etc. Se dobbiamo pagare una tassa sul servizio pubblico che si paghino solo i prodotti e se devo pagare un prodotto lo voglio pagare sulla base di un capitolato tecnico-qualitativo. Arrivati a quel punto il fatto di possedere l’azienda che produce quei contenuti sarebbe irrilevante.
Il problema della privatizzazione semmai sarebbe un’altro: le frequenze della RAI sono molto appetibili sul mercato, ma nessun privato si accollerebbe RAI1 con tutti i dipendenti contrattualizzati in quel modo, con quegli studi, con quegli uffici, etc etc. Il problema di “vendere la RAI” starebbe tutto là e d’altronde se il canale pubblico rimanente dovesse accollarsi il tutto il rischio sarebbe di diventare la bad company.
A mio avviso si dovrebbe prima ben capire cosa significhi, nel 2011, servizio pubblico televisivo. Un esempio: la RAI finanzia il cinema italiano, cosa buona e giusta. La RAI pero’ non trasmette i film italiani che finanzia, almeno nelle fasce orarie e sui canali piu’ prestigiosi: ho RaiUno sul digitale terrestre olandese da 4 mesi e non ho ancora visto passare un film italiano. In compenso il “servizio pubblico” della rete ammiraglia mi da’ dosi massicce di: 1)informazione a basso contenuto innovativo (le cronache dell’orsetto Knut, i plastici di Vespa, l’aperitivo da spiaggia di Minzolini me li passa tranquillamente anche Mediaset)
2) fiction in genere banale e scontata (poliziesca, romantica, sitcom…)
3) sport, purche’ non economicamente impegnativo o fuori monopolio nazionale,
4) quiz/programmi a premi
5) varieta’ a costo ridotto (ovvero tutti quei varieta’ dove appaiono personaggi dello spettacolo in crisi, oppure personaggi non in crisi che fanno promozione di prodotti che andremo a fruire fuori dalla TV)
6) Il festival di Sanremo, Miss Italia (eventi autoportanti).
Mi piacerebbe che si partisse da una ridefinizione del concetto di servizio pubblico e che da quella discendesse l’impostazione del sistema pubblico televisivo. Se 1->5 e’ da considerarsi il servizio pubblico del 2011, allora non c’e’ nulla da cambiare.
@francesco lo strumento c’è e, come scrivo nel mio pezzo (http://www.imille.org/2011/03/il-canone-rai-da-tassa-a-investimento/), è il contratto di servizio tra RAI e Ministero delle Comunicazioni. Basterebbe che in quel contratto di servizio si stabilisse che il 50% dei film trasmessi debba essere quello finanziato dalla RAI o che la RAI debba assicurare 4h ore pomeridiane rivolte ai bambini senza pubblicità o che la RAI debba avere in palinsesto film, informazione (nazionale e locale) e documentari per almeno il 40% delle ore settimanali et voilà abbiamo anche degli indicatori per monitorare la composizione dei palinsesti. Sulla qualità è più difficile, ma già così si imporrebbe alla RAI di dover fare qualcosa per riscuotere i soldi del canone. In questo modo se la RAI potrebbe prendere un po’ di più su alcune cose e un po’ di meno su altre (bonus/malus) e non potrebbe più dare per scontato il canone e poi comportarsi come una tv commerciale.
Si Stefano, quello che dico io e’ appunto che, con i mezzi e nelle sedi competenti, e’ fondamentale pretendere che il servizio pubblico venga garantito. Ma mi pare che manchi effettivamente, a monte, la ridefinizione di COSA e’ servizio pubblico e cosa, invece, puo’ andare tranquillamente in mani private (e certo non il miseropolio 3vs1 mediaset + telecom). I film finanziati (in che modo la TV pubblica deve finanziare i film? boh…), l’informazione, i documentari, le ore pomeridiane senza pubblicita’ rivolte ai bambini, siamo sicuri che abbiano cosi’ bisogno della mano pubblica? Che agisca, tra l’altro, attraverso una azienda di Stato? Io comincerei dal chiedermi: cosa e’ che solo un servizio pubblico televisivo, tramite una azienda di stato, e’ in grado di garantirmi, mentre il privato no? Che sia di interesse pubblico ma di scarso appeal commerciale e per questo necessiti di un intervento “a supporto”, e che questo intervento non possa attuarsi senza l’intervento di una TV di stato?
“In Romania (Tvr) esiste una tassa sulla radiotelevisione da 12 euro a 150 euro (che varia in base al reddito: e poi dicono degli immigrati…)..”
Ottimo, in linea di principio..
Nel concreto, in Italia viste le dichiarazioni dei redditi, finirebbero per pagare una larga quota del canone, ancora e solo i lavoratori dipendenti…
non pensi Maurizio?
@rudi lavoratori dipendenti e pensionati cioè il pubblico della RAI. Non mi pare un’obiezione possibile: oggi come oggi si paga tutti uguali (dipendenti a basso reddito ed ad alto reddito, pensionati sociali e pensionati d’oro) e gli evasori ci sono comunque, pertanto meglio un sistema di fiscalità proporzionale.
@francesco non so io non penso che il possesso di una televisione di stato sia necessario per l’erogazione di servizio pubblico, d’altronde che si parli di informazione, cultura o grandi eventi i privati già oggi spesso offrono di più e meglio della RAI.
@rudi Oltre a quanto detto da Stefano sulla progressività (Stefano, immagino tu intenda progressività, non proporzionalità), posso aggiungere che, fiscalizzando, il canone calerebbe (da 110 a 87 euro), il che ridurrebbe la pressione fiscale sugli onesti. Inoltre, pagherebbero anche gli evasori parziali dell’irpef (che, forse, non pagano il canone). Grazie.
@maurizio ..tu dici calerebbe (secondo il calcolo basato sul numero delle famiglie..) Però non mi torna tanto.. penso ci vorrebbe un algoritmo basato sulle dichiarazioni dei redditi non sul numero delle famiglie.. non pensi? La cosa non è immediatamente quantificabile..
@rudi Dico calerebbe poichè il numero di contribuenti che non paga il canone (circa 6 milioni di famiglie) è senz’altro più grande del numero di contribuenti che non paga assolutamente nulla al Fisco (che sarebbero gli unici a non pagare il canone nè prima nè dopo). Altre due precisazioni. Nel testo parlo di fiscalizzazione, che comprende ma non è limitata alla sola irpef (es irpeg, iva…). Inoltre, la proposta è quella di dare alla Rai parte del gettito fiscale complessivo, in sostituzione degli introiti ex canone. Detto che calerebbe in media, ho già ammesso che i calcoli sono brutali. Se ti vuoi divertire, fammi sapere cosa viene fuori dal tuo algoritmo…