Riceviamo da Piero Cipollone (Presidente dell’INVALSI) un intervento sul dibattito recentemente apertosi sul nostro sito circa la pubblicizzazione dei risultati sugli apprendimenti a livello di scuola.
La questione della pubblicazione dei dati relativi ai risultati della rilevazione degli apprendimenti a livello di scuola è una questione molto importante e va trattata con molta prudenza e saggezza, ponderando attentamente i pro e i contro.
In estrema sintesi ecco i pro: Aldo Tropea lo dice molto chiaramente. Pubblicare i risultati a livello di scuola delle rilevazioni stimola le scuole a migliorarsi. Per essere precisi, Aldo suggerisce di rendere pubblico il valore aggiunto prodotto dalle scuole, cioè l’incremento degli apprendimenti conseguito dagli allievi tra il momento di ingresso e di uscita da una certa scuola, tenuto conto delle loro condizioni socio-economiche. Trascurando per il momento le precisazioni metodologiche, peraltro fondamentali quando si entra nel disegno effettivo dei sistemi di valutazione, l’idea sottostante al ragionamento di Aldo è che le famiglie possono premiare o sanzionare le scuole sulla base dell’informazione sulla qualità del loro “prodotto”, esercitando i classici meccanismi di voice o di exit.
Ecco in pillole le preoccupazioni di chi raccomanda prudenza.
a) Una prima serie di preoccupazioni riguarda i fenomeni di distorsione all’attività di insegnamento: restringimento del curriculum e teaching to the test. La rilevazione degli apprendimenti condotti con test standardizzati prende in considerazione solo una parte di quello che si insegna in una scuola. Valutare la scuola solo sulle dimensioni osservabili tramite un test standardizzato induce a insegnare solo quello che è osservabile con questo strumento, con grave danno per la formazione degli alunni e per la stessa capacità delle prove standardizzate di rilevare correttamente gli apprendimenti. L’altro fenomeno spesso osservato è che la presenza di premi o punizioni associate agli esiti delle rilevazioni degli apprendimenti spinge i docenti a concentrare il loro sforzo sull’insegnare i modi per fare bene le prove piuttosto che sulle conoscenze, competenze e abilità che le prove vorrebbero misurare.
b) Il secondo gruppo di preoccupazioni riguarda i possibili effetti sistemici delle informazioni fornite alle famiglie. L’idea che le famiglie, se adeguatamente informate, possono disciplinare i comportamenti delle scuole si basa sull’esistenza di adeguati meccanismi di exit o di voice. L’exit si esercita quando una famiglia, non soddisfatta dai livelli di apprendimenti medi della scuola frequentata dai propri figli, sceglie un’altra scuola. Questa strategia è vincolata dal fatto che la mobilità tra scuole è bassa perché le famiglie non scelgono le scuole solo sulla base dei livelli di apprendimento e perché non sempre c’è un’altra scuola da scegliere. Oltretutto la mobilità è selettiva nel senso che solo le famiglie più avvertite tendono a scegliere la scuola percepita come migliore, aumentando cosi la segregazione tra scuole, già molto forte nel contesto italiano. Tra l’altro non è certo che la scuola percepita come migliore possa continuare ad esserlo se deve accomodare un numero molto più grande di studenti.
E’ difficile trovare un equilibrio tra queste posizioni. Allora che si può fare?. La nostra scelta all’INVALSI è stata quella di lavorare con gli insegnanti e con i dirigenti scolastici, certi che la loro professionalità è la fonte più sicura da cui può scaturire un miglioramento continuo e duraturo degli apprendimenti. A loro forniamo loro tutti gli elementi conoscitivi che permettono di individuare i punti più critici negli apprendimenti degli studenti in modo che possano modulare la programmazione didattica in modo consapevole. Accreditare l’idea che le rilevazioni degli apprendimenti sono uno strumento di programmazione utile prima di tutto alle scuole ci è sembrato il modo migliore per disinnescare molte preoccupazioni e paure alimentate da un dibattito spesso confuso e ideologico. La positiva sorpresa è stato costatare che le scuole erano pronte a lavorare su questa linea. Di fatto tutte le scuole hanno scaricato i dati che noi mettiamo a loro disposizione: si tratta di una serie di tavole e grafici che riportano i risultati della scuola, classe per classe, domanda per domanda, comparati con quelli medi nazionali. Moltissime scuole lavorano su questi dati per ragionare sulla loro didattica. Chi volesse vedere come funzionano le modalità di restituzione dei dati lo può fare accedendo a quelli di una scuola prototipo all’indirizzo http://www.invalsi.it/snv0910/restituzione/2_ingresso.php utilizzando come codice meccanografico RMIC000000 e come password la parola referente
Cambiamenti duraturi richiedono tempo. Il mio invito è quello di resistere alla tentazione di incamminarsi su percorsi che promettono risultati miracoli in breve tempo e invece di continuare a lavorare con pazienza sostenendo le nostre scuole per il futuro dei nostri figli.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Sui pericoli di cui al primo punto, concordo: il teaching to the test è un fenomeno già osservabile in alcuni sistemi, specialmente dell’area asiatica.Così come sui limiti valutativi delle prove Invalsi a fronte del complessivo “carico formativo” della scuola. La pubblicazione dei dati sarebbe un impulso ad una più generale riforma virtuosa del sistema scolastico, ma con tutte le attenzioni e i paletti del caso, comprendendo appunto la non generalizzata capacità delle famiglie di interpretare al meglio i dati in questione. In questo caso una riveduta e corretta attività di orientamento aiuterebbe.
Sono d’accordo sulle perplessità del presidente dell’INVALSI e sulle sue conclusioni.
Non mi sento di avanzare suggerimenti perchè da un pò di tempo non seguo più il dibattio in corso.
faustina randazzo
a presto
Esprimo una idea forse molto ingenua e un po’ estemporanea: se le prove sono valide, se veramente implicano il ragionare con la propria testa e il saper usare metodi e strumenti acquisiti a scuola, un po’ di teaching to test forse male non fa.
A me i test PISA piacciono molto: li trovo stimolanti. L’idea di aggiustare un po’ della mia didattica sulla base dei quei test non mi sembra assurda.
Certo, senza esagerare…